Da una parte i diritti universali, dall’altra la paura di un’ammonizione

Il Mondiale di calcio in Qatar è ciò che preannunciava d’essere: una vetrina con cassa di risonanza internazionale per il sostegno a questa o a quella causa. E non poteva essere altrimenti, dopo essere costato 6751 morti nei cantieri ed essersi presentato, sul sito dell’area hospitality della FIFA, con la dicitura “territori palestinesi occupati” al posto di Israele.

Sarebbe fin troppo facile evidenziare l’inadeguatezza della FIFA, aggravata dall’imbarazzante ipocrisia del suo presidente, Gianni Infantino, che in una conferenza stampa di poco precedente all’avvio del Mondiale ha dichiarato: “Oggi mi sento qatariota, arabo, africano, omosessuale, disabile, lavoratore migrante”, banalizzando in un colpo solo la condizione di tutte queste minoranze.

Quello che proprio non riesco a digerire è la tesi, sostenuta da comuni tifosi quanto dalla stampa, secondo cui a passare alla storia del Mondiale di Qatar 2022 sarà la fotografia degli 11 giocatori tedeschi che, prima della partita Germania–Giappone, si sono fatti immortalare con la mano sulla bocca in segno di protesta contro la FIFA che ha impedito a Neuer, come ai capitani di altre sette nazionali che ne avevano fatto richiesta, di indossare la fascia arcobaleno a supporto della campagna One Love per i diritti LGBTQI+.

Suvvia, comprendo bene che viviamo in un’epoca che spettacolarizza ogni cosa ma credo sarebbe stato più dignitoso definire “protesta” il coraggio di indossare quella fascia e di prendere l’ammonizione annunciata per sfidare le stucchevoli prese di posizione della FIFA.

Invece, nell’economia di un Mondiale, le nazionali hanno valutato eccessivo sacrificare un’ammonizione sull’altare dei diritti umani, in un paese in cui l’omosessualità è punibile con il carcere e i gay sono bollati da Doha come “disturbati mentali”! Molto più semplice e d’effetto, una posa a favore di fotografi, studiata per diventare virale sui social e salvare le coscienze.

A questo Mondiale, la lotta per i diritti umani ha, per me, il volto dei calciatori iraniani che non hanno cantato l’inno del proprio Paese, prima di giocare il match con l’Inghilterra, in segno di protesta contro il regime che in Iran sta soffocando nel sangue le proteste scatenate dalla morte di Mahsa Amini, ventiduenne accusata di non aver indossato correttamente ilhijab: 450 morti, innumerevoli feriti, oltre 18mila arresti.

Forse non avrà il peso del pugno chiuso di Tommy Smith e John Carlos a Città del Messico 1968 per i diritti civili dei neri ma meriterebbe ugualmente di passare alla storia. Questa coraggiosa presa di posizione che potrebbe costare ai calciatori iraniani la galera e, l’indomani del fragoroso silenzio, li ha già visti ricevere minacce, neppure troppo velate, per sé e le proprie famiglie.

Un gesto che ha seguito le parole del più talentuoso giocatore iraniano, Sardar Azmoun che gioca nel Bayer Leverkusen, che è anche il più schierato in difesa dei diritti delle donne iraniane “Essere cacciato dalla Nazionale sarebbe un piccolo prezzo da pagare rispetto anche a un solo capello delle donne. Non ho paura di essere imprigionato. Se questi assassini sono dei musulmani Dio faccia di me un infedele”.

E poi ancora le parole del capitano di Team Melli, com’è soprannominata la nazionale di Teheran, Ehsan Hajsafi: “Noi giocatori stiamo dalla parte di chi ha perso la vita, dobbiamo accettare il fatto che le condizioni attuali in Iran non sono giuste e il nostro popolo non è contento. Innanzitutto voglio esprimere le mie condoglianze a tutte le famiglie che hanno avuto un lutto, voglio che sappiano che siamo con loro, che li sosteniamo e sposiamo la loro causa. Siamo qui ma ciò non significa che non dovremmo essere la loro voce o che non dobbiamo rispettarli. Spero che le condizioni cambino secondo le aspettative della gente”.

Come non bastasse, la squadra iraniana, per uno strano scherzo del destino, è capitata anche nello stesso girone degli USA: la tensione tra le due nazioni è altissima, con il governo di Teheran vicino alla Russia e quello di Washington che difende la ribellione dei giovani iraniani.

È il Mondiale, dopo tutto, e rispecchia il mondo con le sue contraddizioni, i suoi confini reali o presunti, le sue vecchie e le sue nuove tensioni. Ma se la foto della formazione tedesca diventerà il simbolo di questi Mondiali, lo diventerà anche dell’inanità della nostra società. Perché il punto è uno e uno soltanto: protesta chi ha qualcosa per cui protestare, e quando si protesta davvero, per i diritti civili calpestati, si è sempre pronti a rischiare qualcosa in prima persona, come ci hanno dimostrato i giocatori dell’Iran.

Silvia Bevilacqua
Quando giocava a calcio, faceva correre veloce il pallone, creando spazi dove non c’erano. Oggi, fa correre idee e parole verso mondi dove il senso civico prevale sugli interessi individuali e la convergenza vince sulle polarizzazioni. Umanista, progetta narrazioni d'impresa con una Laurea in Psicologia della Comunicazione. Convinta che le persone possano rendere più bello il mondo, aiuta enti ed aziende a raccontarsi con onestà attraverso progetti di comunicazione.