Il mio professore di italiano del liceo, persona molto seria e di intelligente ironia, raccontò in classe, orami cinque lustri fa, un episodio che mi ha sempre divertito. Si trovava a Recanati per un convegno dedicato al poeta Giacomo Leopardi e, insieme ad altri studiosi, era ospitato in un agriturismo della zona.
Di buon mattino venne svegliato da qualcuno che bussava con insistenza alla porta. Quando aprì, si trovò davanti un suo collega, visibilmente entusiasta, che esclamò: “Hai sentito? Le ferree canne!”. Il riferimento era a un verso de Il passero solitario e, con ogni probabilità, alle doppiette dei cacciatori che già risuonavano nelle campagne circostanti.
Al che io mi aspettavo tutto tranne che un “vaffa” con cui il mio professore liquidò il collega e richiuse la porta. Questo vecchio episodio mi tornò in mente mentre attraversavo Sona, puntuale all’appuntamento per l’intervista che di lì a poco avrei realizzato. Di ferree canne, o di epiteti meno aulici, fortunatamente non parleremo oggi.
Rimarremo tuttavia in ambito leopardiano, soffermandoci su un’interessante operazione che ha coinvolto le opere del poeta e che ha come protagonista un nostro compaesano.
Moreno Girardi, docente del territorio di Sona, ha scelto infatti di mettere in dialogo la poesia di Giacomo Leopardi con la musica, le immagini e l’intelligenza artificiale. Tre componimenti – A Silvia, Il sabato del villaggio e Canto notturno di un pastore errante dell’Asia – sono diventati altrettanti lavori audiovisivi, oggi esposti a Recanati, nella città del poeta.
Ma dietro la tecnologia c’è soprattutto una storia personale: quella di un ragazzo che ha studiato pianoforte, di un insegnante che ogni giorno si confronta con generazioni abituate a linguaggi sempre più veloci e di un uomo che in alcuni versi di Leopardi ha ritrovato domande, perdite e consapevolezze della propria vita.
Lo incontro nella sua abitazione: essendo praticamente coetanei, decidiamo quasi naturalmente di darci del tu. Mentre prepara il caffè nella moka, inizia la nostra chiacchierata.
Professore, da dove nasce l’idea di mettere in musica Leopardi?
Nasce da una domanda molto semplice: come possiamo far sentire ancora vicino, oggi, un autore che ha scritto quasi due secoli fa? Da insegnante mi sono chiesto spesso come trasformare qualcosa che uno studente percepisce come un dovere in qualcosa che susciti curiosità. Con Leopardi il rischio è che il primo incontro avvenga attraverso un linguaggio lontano, quello del libro di scuola. Sono molto appassionato anche di musica ed ho pensato allora che musica e immagini potessero essere una porta d’ingresso diversa, senza sostituire la poesia e senza renderla più semplice. L’idea era usare strumenti contemporanei per riportare le persone a Leopardi.
Leopardi è talmente conosciuto, citato, studiato e sedimentato nell’immaginario collettivo che alle volte si rischia di arrivarci con una lettura preconfezionata: Leopardi uguale pessimismo, natura matrigna e giovinezza perduta. E quando un autore viene ridotto a poche formule, può perdere in taluni casi la capacità di sorprenderci. Il tuo, però, non è stato un modo per modernizzare Leopardi.
No, infatti. Non volevo riscriverlo in un linguaggio contemporaneo, ma lasciare al centro i suoi versi e costruire intorno a quelle parole una dimensione musicale e visiva capace di farle arrivare emotivamente anche a chi, davanti alla sola pagina, potrebbe sentirle più lontane. La sfida era rendere più accessibile il primo incontro con Leopardi, senza rendere più semplice Leopardi.
Come hai trasformato le tre poesie in musica e poi in video?
Ho lavorato sui versi, rispettandone ritmo, accenti e struttura, e costruendo per ciascuno una diversa dimensione sonora: la memoria e la perdita in A Silvia, l’attesa nel Sabato del villaggio, le domande sull’esistenza nel Canto notturno. Le composizioni sono poi diventate la base dei tre video, realizzati sempre con l’intelligenza artificiale. Le relative partiture sono state poi acquisite dal Fondo musicale del Centro Nazionale di Studi Leopardiani.
L’EDITORIALE DEL BACOTutti abbiamo bisogno di una tazzaPerché hai scelto proprio A Silvia, Il sabato del villaggio e Il canto notturno?
Perché permettono di attraversare tre Leopardi molto diversi. A Silvia è la memoria, la giovinezza, la speranza e la frattura improvvisa tra ciò che immaginiamo per il futuro e ciò che la vita ci concede. Il sabato del villaggio porta invece dentro una dimensione più quotidiana e collettiva: il paese, le persone, l’attesa della festa, quella sospensione in cui forse è proprio l’attesa a contenere la felicità. Il Canto notturno apre infine alle grandi domande sull’esistenza, sulla natura e sul destino dell’uomo. Tre testi diversi, dunque, ma anche tre porte d’ingresso a Leopardi.
E tra queste tre poesie ce n’è una che senti più vicina?
A Silvia. Non perché le altre mi siano meno care, ma perché lì entra anche una parte molto personale della mia storia. Avevo tredici anni quando ho perso mia madre, morta a 39 anni. Quando leggo A Silvia, il contrasto tra le attese della giovinezza e ciò che interrompe improvvisamente quel futuro inevitabilmente mi riporta a quella perdita.
E le altre due cosa aggiungono a questo percorso?
Nel Canto notturno ci sono le grandi domande: perché siamo nati, perché facciamo quello che facciamo, qual è il senso della vita. La luna continua il suo percorso e sembra non curarsi delle nostre domande. Il sabato del villaggio, invece, parla dell’attesa, della speranza, del fatto che forse il momento più bello è quello che precede la festa. La domenica, paradossalmente, è già la fine dell’attesa e quindi l’inizio di qualcosa che finirà.
Sembra anche un percorso terapeutico il tuo, dove a fronte del lutto e delle grandi domande che ne derivano ci si ritrova poi a identificare una via d’uscita.
Hai centrato il punto. Queste poesie toccano una parte della mia storia ed è un percorso: il lutto, la ricerca di risposte e poi la consapevolezza.
E sembra che una via d’uscita ci sia stata, tant’è che questi tuoi lavori, prima musicati e poi rielaborati in formato video, sono stati esposti a Recanati.
Sì. I tre lavori sono stati inseriti nella mostra documentaria “Il mondo di Giacomo Leopardi: storie, luoghi, immagini di una vita”, organizzata dal Circolo Culturale Filatelico e Numismatico Recanatese presso la Chiesa di San Vito. L’inaugurazione si è tenuta il 27 giugno scorso.
Com’è stato presenziare a quell’evento?
È stata un’emozione difficile da spiegare, soprattutto perché la mostra si trova nella Chiesa di San Vito, in un luogo legato alla storia di Leopardi. Entrare lì e pensare che, duecento anni fa, un giovanissimo Leopardi leggeva i suoi discorsi nell’Oratorio della Congregazione dei Nobili e, oggi, nella stessa chiesa, venivano proiettati i miei video, mi ha dato la sensazione di un vero e proprio cortocircuito del tempo. Per un momento è stato come se quei due piani temporali si fossero sovrapposti: il mio lavoro, nato oggi attraverso la tecnologia, era tornato proprio nel luogo da cui era partito tutto. È stata una sensazione fortissima.
Vedo Moreno emozionarsi al ricordo e per un attimo restiamo in silenzio. Pochi minuti dopo lo saluto, augurandogli un buon inizio di anno scolastico.
Mentre riattraverso l’ermo colle di Sona, penso che una volta erano le sudate carte, oggi sono le sudate tastiere. Ma in ogni caso, che siano analogiche o meno, esse sono un dispositivo per mediare un’esperienza privata attraverso un testo pubblico. Si può discutere all’infinito di algoritmi, software e intelligenza artificiale, ma dietro ogni opera c’è ancora (per ora) una persona che sceglie cosa raccontare e perché raccontarlo. La tecnologia ha fornito gli strumenti; il significato, come sempre, lo ha messo l’essere umano.
Clicca sul banner qui sotto per vedere l’opera del professor Moreno Girardi.
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