Cyberbullismo? Impariamo a contare fino a dieci. Ed insegniamolo ai nostri figli

Cyberbullismo: come si pronuncia, all’inglese o all’italiana? Cosa significa? Ma soprattutto, c’è qualcosa che possiamo fare?

Cyberbullismo significa bullismo virtuale. E il bullismo, lo sappiamo bene, è una manifestazione di aggressività, prolungata nel tempo, di una persona (o più persone) nei confronti di un’altra. Bullismo fa riferimento solitamente al contesto scolastico, mentre i sinonimi mobbing e nonnismo descrivono lo stesso fenomeno rispettivamente nel contesto lavorativo e in quello militare.

L’aggressività può essere fisica, ma anche psicologica. Ed è soprattutto l’aggressività psicologica che troviamo nella variante virtuale del bullismo: appunto, il cyberbullismo. La differenza principale tra bullismo e cyberbullismo sta nella distanza tra aggressore e vittima, che aumenta nel mondo virtuale.

Sappiamo tutti fin troppo bene che quando siamo “distanti” diciamo o facciamo cose che non diremmo o che non faremmo vis-a-vis, e questo vale anche per chi non è un nativo digitale (espressione che indica le persone cresciute con la tecnologia digitale come computer, internet, cellulari, mp3 e generalmente quelle nate dal 1985 in poi).

Le prime dichiarazioni d’amore non le abbiamo certo fatte a voce. Io personalmente ho dei ricordi esilaranti (bè esilarante lo dico oggi, a quei tempi la faccenda era decisamente seria!) di bigliettini che riportavano frasi dalla dubbia correttezza grammaticale come “mi vieni insieme?” (i più precisi mettevano anche le due possibilità di risposta “sì” o “no”). Mai avremmo fatto una domanda di questo tipo a voce. Il non avere di fronte l’interlocutore ci aiuta.

La distanza ci dà coraggio. Se siamo fermi al semaforo e la macchina davanti a noi non parte una frazione di secondo dopo che è scattato il verde, siamo pronti a suonare il clacson. Se alla cassa del supermercato la persona davanti a noi non trova il bancomat, al massimo sbuffiamo o facciamo una smorfia alla cassiera. La distanza ci dà coraggio, dicevamo. Ecco, il problema sta proprio nel coraggio, che a volte ce ne dà troppo.

Non ci pensiamo un momento a mandare una foto o un video o un messaggio rivolto a qualcuno nel gruppo di whatsapp senza renderci conto che nella chat ci sono altre dieci o venti persone che magari non gradiscono il contenuto. Non ci pensiamo un momento, quando lo vediamo su youtube, a condividere un video divertente di una persona anziana o in sovrappeso che balla in maniera buffa. Non ci pensiamo un momento, quando siamo su facebook, a lasciarci andare a commenti di ogni tipo.

E non è forse la stessa aggressività psicologica che troviamo nel cyberbullismo questa? Ah no, perchè “tanto il video non l’ho mica caricato io” e comunque “ci sono centinaia di commenti che differenza vuoi che faccia il mio”, e in fin dei conti “si scherza, cosa sarà mai?”. Non c’è nessuna differenza tra queste e le frasi che sentiamo dire quando succedono fatti di cronaca come quelli avvenuti recentemente: “era solo uno scherzo”, “non volevamo fare niente di male” “non pensavamo potesse succedere una cosa del genere”.

Dovremmo imparare a contare fino a dieci prima di fare qualcosa online, a pensare “lo farei se il destinatario del messaggio fosse qui di fronte a me?”, “mi piacerebbe se qualcuno lo facesse a me o ai miei cari?”, “l’altra persona come potrebbe reagire?”.

E dopo che avremmo imparato a farlo noi, potremmo insegnare ai nostri figli a fare la stessa cosa.

Ricordiamoci che dall’altra parte ci sono persone reali, e che il problema del cyberbullismo è molto più vicino a noi di quanto pensiamo.

(Ah, lo ammetto, non ho la minima idea di quale sia la pronuncia corretta di cyberbullismo!).

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Paola Spera

About Paola Spera

Nata a Verona il 3 febbraio 1981. Originaria di Lugagnano, lavora come psicologa psicoterapeuta. Collabora con il Baco dal 2010.