Di quanto pesa la chiusura delle scuole sulle famiglie, sulla società e sugli studenti stessi ne abbiamo già scritto anche recentemente. Ma finora i punti focali che ho toccato sono stati il disagio psicologico, la riorganizzazione della vita in famiglia, la conseguente carenza didattica. Argomenti condivisi da tutti perché gli effetti collaterali della Didattica a Distanza mentre le scuole sono chiuse per gli alunni di ogni ordine e grado sono innegabili e il mio cuore di mamma preoccupata enfatizza il problema.

Poi leggo una notizia a livello nazionale. Siamo in Calabria, Caterina di 7 anni viene trovata dai volontari di Punto Luce che frugava nella spazzatura alla ricerca di cibo, suo fratello Milo di 10 anni l’hanno visto al supermercato che cercava di pagare un carrello carico solo di farina, polenta, fagioli e patate. I bambini erano dati per totalmente dispersi dalla scuola durante la DaD.

La mia attenzione si sposta su un problema a cui non avevo mai pensato. La scuola chiusa per loro significa anche mensa chiusa. Significa perdere quel pasto giornaliero proteico e garantito. Il mio pensiero va ai bambini poveri che secondo le stime di Save the Children, e il monitoraggio dei suoi Punti Luce sparsi sul territorio, sono 160 mila in tutta Italia quelli che possono aver subito una “perdita grave della loro crescita” come effetto delle mense scolastiche chiuse.

La pandemia è stata un colpo terribile ovunque. Unicef e Programma Alimentare Mondiale hanno elaborato il dossier “Covid-19: missing more than a classroom” (perdere più che una lezione), secondo cui nei Paesi poveri sono andati persi 39 miliardi di pasti scolastici, con conseguenze su 370 milioni di bambini.

Non si deve pensare solo all’Africa e alla denutrizione. Ad esempio, da noi in Italia povertà alimentare significa il più delle volte cattiva alimentazione. Se si è indigenti non si può comprare né carne né frutta e ci si può permettere solo prodotti di bassa qualità.

I bambini poveri ci sono anche nel nostro territorio. Il Centro Aiuto Vita di Lugagnano, che da anni segue le mamme in difficoltà di Bussolengo, Pescantina, Sommacampagna e Sona, segnala che dalle 50 mamme, italiane e straniere, seguite nel 2019 sono arrivati a seguirne 100 a fine 2020 e tutt’oggi il numero non tende a diminuire (lo raccontiamo con un ampio servizio sul nuovo numero del Baco che trovate in edicola e nei punti di distribuzione).

Alla luce di queste notizie e di questi numeri prendo coscienza che la scuola è molto di più che un luogo di apprendimento e di aggregazione sociale. E’ sopravvivenza. Per questo universo dolente la scuola non è soltanto speranza di futuro migliore. È salvezza nel presente.

E il mio cuore di mamma, seduta su una tavola ricca perchè sono tra i fortunati che non hanno problemi a preparare pasti completi e a cui il reddito familiare non si è ridotto a causa del covid, da preoccupato si fa sgomento.

Non è più solo il disagio sociale il motivo per riaprire le scuole, un altro importantissimo motivo è dare da mangiare ai bambini poveri. I governi non possono più ignorare i bisogni di salute (mentale e fisica) dei bambini e devono trovare programmi efficaci per garantire loro un futuro.