Covid: Quali gli scenari in caso di nuove chiusure e nuove ripartenze? Un’analisi sul domani prossimo

Alla luce dell’andamento della curva epidemica in Italia, è sempre più concreto il rischio che nei prossimi giorni o nelle prossime settimane si verifichino situazioni di coprifuoco notturno (dalle 22 alle 6, l’ipotesi allo studio), di chiusura di singole attività produttive, di isolamento di singoli nuclei famigliari (il termine lockdown è divenuto un inglesismo sinistro) e di ritorno alla didattica a distanza per le superiori.

All’interno di uno scenario che si sbilancia tra il possibile e il probabile, l’interpretazione dei numeri in questi ultimi mesi è stata cruciale per fotografare l’effettivo status dell’epidemia. E sarà proprio l’effettivo status della pandemia che spingerà la politica nazionale o locale a optare per una scelta più o meno ponderata di blocco di singole attività economiche e di confinamento sociale.

Mentre scriviamo questo articolo, le dichiarazioni provenienti dal Governo escludono infatti una chiusura nazionale delle attività economiche (forse solo come extrema ratio), optando, tuttavia, se dovesse risultare necessario, all’istituzione di eventuali zone rosse circoscritte ai territori con il maggior numero dei focolai o, come si diceva, l’istituzione di un coprifuoco notturno.

In tal modo verrebbe garantita la salvaguardia nei territori in cui l’andamento dei contagi è meno fuori controllo.

Lo studio “Lockdown, dinamiche regionali e settoriali”, pubblicato da lavoce.info, affronta il tema della richiusura dell’economia a fronte di una seconda ondata di contagi, individuando le Regioni e i settori soggetti a maggiori criticità e il numero di lavoratori più esposti al rischio.

Assunta come ipotesi iniziale la chiusura totale dell’economia nazionale, gli studiosi hanno simulato una riapertura a stadi. Il primo passaggio è relativo alla produzione diretta necessaria a soddisfare la domanda di beni e servizi finali, mentre gli stadi successivi includono anche “i fabbisogni indiretti derivanti dagli ordini di beni e servizi intermedi lungo la catena del valore”.

Affinché la produzione aggregata ritorni ai livelli di pre-chiusura, lo studio evidenzia che quasi tutti i settori dovrebbero operare a una percentuale di attività compresa tra il 60 e il 90%. Al netto del settore agro-alimentare, un contributo significativo è generato in ordine di significatività dai settori delle costruzioni, del commercio all’ingrosso e al dettaglio, dei trasporti e del magazzinaggio. I servizi di alloggio e ristorazione “contribuiscono solo per il 3%, anche considerando gli effetti indiretti”.

Il Veneto, insieme a Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna, si costituisce come Regione virtuosa, in grado di contribuire alla produzione aggregata per circa il 15%, un valore ben al di sopra della media nazionale.

Le imprese del Comune di Sona avrebbero un ruolo attivo e significativo nel panorama della provincia veronese nella determinazione della produzione aggregata: sul totale delle imprese registrate a Sona nel 2019, pari a 1.723, oltre il 50% è rappresentato dai comparti di commercio, costruzioni e industria; le imprese del comparto agricolo, il primo anello certo e necessario della catena alimentare, sono il 17% sul totale.

Manifattura, agricoltura e turismo sono le radici della nostra identità, il baricentro trainante la nostra crescita economica. Le imprese in questi settori a Sona sono oltre il 70%.

Ai fini della salvaguardia dell’attività economica e nella (prudente) prospettiva di chiusure territoriali, quasi tutti i settori dovrebbero poter operare a un regime superiore al 50% ed è necessario che “le Regioni più attive siano quelle del Settentrione”, conclude lo studio.

Come analizzato, infine, dall’ufficio economico Confesercenti, le ferite lasciate dal blocco delle attività economiche faticano a rimarginarsi: si tratta di lacerazioni che potrebbero condizionare anche nel lungo termine il tessuto imprenditoriale.

Una provocazione finale: se un confinamento economico come l’abbiamo conosciuto la scorsa primavera durasse per cinque anni, quale politica monetaria o fiscale potrebbe essere efficace e, soprattutto, sostenibile?

Se è vero che al benessere (economico) di un Paese contribuiscono inevitabilmente la Produzione e la Produttività – in quanto allo stato attuale fare altro debito (che prima o poi si dovrà scontare) e stampare moneta rischia di essere insostenibile -, il tessuto economico del nostro territorio sonese s’identifica sicuramente come parte attiva di questo processo.