Coronavirus: nasce l’applicazione per tracciare i contagi. Una riflessione da Sona

In un ventaglio legislativo di non semplice interpretazione (ennesime versioni aggiornate di autocertificazioni, leggi normative che vietano, poi permettono in determinate condizioni, poi divengono illegittime) si aggiunge il tema dell’app Immuni (ma non si esclude che venga scelto un nome alternativo), che anche a Sona sta creando un dibattito (virtuale) tra la cittadinanza.

Sviluppata dalla società milanese Bending Spoons, l’app Immuni verrà rilasciata probabilmente verso fine maggio, la cui licenza è concessa a titolo gratuito, perpetuo e illimitato. Sarà scaricabile gratuitamente dal Play Store di Android e dall’App Store dei dispositivo iOS.

L’applicazione è stata pensata per fornire al cittadino un messaggio di allerta qualora sia stato a contatto (o nelle contingenti prossimità) con un caso positivo di Coronavirus. Muovendoci in un terreno arzigogolato di dichiarazioni istituzionali e fonti normative (mai così falcidiate in questo periodo), cerchiamo di portare un contributo positivo al dibattito, fornendo informazioni certe e verificate sull’argomento.

L’obiettivo di questa app è risalire in modo automatico ai casi di contagio tra la popolazione. Si tratta di un’automatizzazione applicata (o in fase di elaborazione e successiva applicazione) anche da molti altri Paesi oltre l’Italia, tra cui, ad esempio, la Norvegia, che l’ha lanciata, gli Stati Uniti, l’Australia e la Germania.

L’istituzione di questa app viene introdotta nel decreto legge approvato durante il Consiglio dei Ministri del 29 aprile, e ne è prevista l’installazione su base volontaria per i dispositivi di telefonia mobile. Con buona pace di tutti i teorici complottisti, il mancato uso dell’applicazione non comporterà “alcuna limitazione o conseguenza con riferimento sia all’esercizio dei diritti fondamentali” sia alla “parità di trattamento”. Rispetto a quelli previsti dall’ultimo DPCM che sancisce la Fase 2, l’app non toglie né aggiunge diritti di circolazione né vigila sul rispetto delle regole dei cittadini che l’hanno installata sul proprio telefono.

L’Italia, come la Germania, sta pensando alla minimizzazione massima delle informazioni di cui l’applicazione è raccoglitore e trasmettitore al Servizio Sanitario Nazionale. L’applicazione italiana si basa, infatti, sulle novità software già elaborate da Apple e Google (e da poco disponibili nella loro versione beta) in compatibilità con un modello di gestione dati “decentralizzato”.

La funzionalità di Immuni è legata alla trasmissione di dati tramite Bluetooth: l’app genera sul dispositivo in cui è installata un codice ID temporaneo trasmesso e scambiato coi dispositivi nelle vicinanze. Se il modello fosse “centralizzato”, la funzione di generazione di codici spetterebbe al server centrale (non ai dispositivi), e ciò comporterebbe un rischio maggiore per la privacy degli utenti, dato che verrebbero raccolti nello stesso luogo sia i codici sia le chiavi per renderli identificabili. Tutti i metadati e i codici ID contattati tramite Bluetooth vengono conservati nella memoria del cellulare e crittografati in modo robusto fino “alla data di cessazione dello stato di emergenza – si legge nel decreto legge –, e comunque non oltre il 31 dicembre 2020. Entro quella data tutti i dati personali trattati devono essere cancellati o resi definitivamente anonimi”.

Tradotto in linguaggio non tecnico: scaricata e attivata l’app sul mio cellulare, viene generato dal mio dispositivo (non dal server centrale) un codice al mio profilo (che non coincide né al mio nome né al mio numero di telefono), in grado di mutare con una certa frequenza e garantirmi l’anonimato. Successivamente attivo il Bluetooth (una sorta di frequenza radio a corto raggio, la stessa utilizzata per connettere il telefono all’auto o agli auricolari senza filo) affinché l’app possa “venire a contatto” coi dispositivi vicini (che ovviamente devono aver scaricato e attivato Immuni). È esplicitamente escluso che il cittadino che ha installato Immuni sul proprio cellulare sia oggetto di geo-localizzazione.

A questo punto i dispositivi scaricano a intervalli di tempo gli ID dei cellulari di coloro che sono risultati positivi a un tampone da un server a gestione pubblica (come espressamente previsto dal decreto). Se Immuni rileva all’interno della cronologia dei contatti tali ID, secondo un dato livello di rischio (misurato in base alla durata, alla frequenza e alla vicinanza del contatto) notifica all’utente un messaggio pre-impostato sullo stato di probabilità di contagio e sulle eventuali istruzioni da intraprendere. La registrazione dei dati sul server non associano le notifiche all’identità dei cittadini, dato che rimane in capo al cittadino la scelta (la libertà) di contattare l’autorità sanitaria.

Secondo il modello tecnico, a un soggetto risultato positivo a un tampone successivamente effettuato l’autorità sanitaria contattata chiederà di inserire un codice “di sblocco” nell’app affinché i dati dei contatti avvenuti vengano caricati sul server e siano in grado di notificare ad altri potenziali utenti ulteriori nuovi contagi.

La normativa e le dichiarazioni politiche non forniscono, tuttavia, chiarezza sull’aspetto più importante e fondamentale in questa fase d’emergenza, ovvero sull’interazione e il dialogo con gli enti sanitari da parte del cittadino, non avendo ancora specificato in quali modalità e tempistiche avvenga il passaggio di inserimento del codice di sblocco e la successiva politica di tamponi per quei soggetti potenzialmente positivi.

Rimane ancora in una zona grigia la gestione del “diario clinico” di Immuni, in cui gli utenti possono descrivere i propri sintomi. Secondo il modello decentralizzato, questi dati rimarrebbero sul dispositivo di chi li annota, ma non si esclude che la task force li richieda “in forma aggregata o comunque anonima – viene asserito nel decreto legge –, per soli fini di sanità pubblica, profilassi, finalità statistiche o di ricerca scientifica”.

Pur essendoci, pertanto, ancora qualche ambito non ancora definito e che richiede ulteriori specificazioni, le conclusioni che oggi possiamo trarre da questo dibattito si articolano su tre livelli: politico, statistico-sanitario, etico-sociale.

Il commissario straordinario all’emergenza Coronavirus Domenico Arcuri

Fin da quando l’app Immuni è stata citata le primissime volte, è mancata una solida architettura di comunicazione politica. Il commissario straordinario all’emergenza Coronavirus Domenico Arcuri sta facendo ormai da controfigura al Ministro per l’Innovazione tecnologica e la Digitalizzazione Paola Pisano: parla di tutto e sembra aver acquisito competenze e autorità di deliberare a tutto campo; egli, dopo essersi scagliato contro i “liberisti da salotto” (mah) e inerpicato su un sistema complesso di specchi citando fonti sulla Seconda Guerra Mondiale (poi rovinosa scivolata), ha affermato che installare l’app è a discrezione del cittadino (oh, che sollievo), e che un’alternativa alla non installazione può essere la prosecuzione del lockdown (infatti dal 4 maggio entriamo nella fase 2, anzi 1 e mezzo, ma l’app non è ancora disponibile). Arcuri non si ferma: consultato il proprio comitato tecnico scientifico, afferma: “l’app farà scattare l’alert quando ad esempio il signor Rossi avrà avuto un contatto stretto per più di 15 minuti con una persona positiva”. L’affermazione desta qualche perplessità: la tempistica dei 15 minuti è una semplice media statistica o tiene conto della distanza tra i contatti? Cosa significa “stretto”? Dato che la probabilità di contagio varia da ambiente aperto a chiuso, l’algoritmo come può tenere conto di ciò?

Paola Pisano, Ministro per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione

Il Ministro Pisano, infine, non riesce ad azzeccare i numeri: prima afferma che la soglia di efficacia dell’applicativo è l’installazione da parte di almeno il 60% degli italiani, recentemente ha detto che si può puntare (rullo di tamburi) a un’adesione del 25-30%. Stiamo sempre parlando dell’app Immuni? Come si possono convincere gli utenti-cittadini sulla funzionalità di un’applicazione attraverso un marketing così traballante? Per non rendere la comunicazione politica un vero e proprio grattacapo, passiamo al secondo livello delle conclusioni.

Fin dall’inizio della pandemia abbiamo capito che, a differenza del numero dei ricoveri in terapia intensiva o il drammatico numero dei decessi, entrambi statisticamente osservabili, il numero dei contagi è un dato fortemente sottostimato dato che è legato al numero dei tamponi effettuati: non essendo il soggetto contagiato osservabile, più test vengono fatti e più si ha la probabilità di individuare anche i casi di contagio asintomatici. Inoltre, il rapporto tra il numero di casi positivi e il numero di tamponi effettuati dev’essere trattato con cautela, dato che molti individui vengono sottoposti al tampone più di una volta. Alla luce di questa premessa, l’app Immuni, se scaricata da un numero significativo di cittadini, può rappresentare un ottimo contributo per identificare con maggior precisione il dato statistico dei contagi, concentrando una politica più efficace e meno dispendiosa dei tamponi sui casi più sospetti e potenzialmente positivi, e da lì attuare tutte quelle misure sanitarie necessarie. Questo è uno dei nodi che la politica (o il “soviet di tecnici”, espressione dell’economista Thorstein Veblen) dovranno sciogliere: con quale mezzo il cittadino può richiedere il tampone? Entro quali tempistiche? Verranno consigliati dei comportamenti da adottare? Perché lasciare una notifica inevasa per diversi giorni risulterebbe inutile e persino controproducente, fonte potenziale di timore e panico per la cittadinanza.

Ultimo aspetto: il tema etico-sociale. Molto si è discusso sugli effetti che questa app potrebbe provocare alla nostra privacy e alla nostra libertà, contestualizzando il dibattito su un terreno orwelliano. È utile ricordare che i diritti alla tutela dei dati personali sono considerati diritti fondamentali da più fonti del diritto; tuttavia, in caso di emergenza questi possono essere compressi in condizioni di temporaneità, necessità e proporzionalità delle misure restrittive. Se non vi possono essere dubbi sulla ponderazione di tutti gli interessi in gioco (la salute, l’economia, i dati personali) richiamati nella proporzionalità e sulla temporaneità (limitata alla durata della fase d’emergenza), alla luce di quanto sopra, ad oggi non possono non rimanere evidenti riserve sulla necessità in termini di soluzione più idonea, in grado di soddisfare efficacemente i fini perseguiti.

Una postilla finale: molto spesso installiamo app sul nostro telefono che, grazie ai nostri dati, ci consigliano i migliori ristoranti nelle vicinanze, il punto vendita più vicino, gli annunci di lavoro o offerte generiche nella nostra città; ci geolocalizziamo quando vogliamo condividere una foto sui social media o ricevere servizi di food delivery; Google ci fa visualizzare una pubblicità mirata in base alla cronologia delle nostre ricerche; Facebook (e non l’app Immuni o un’arcana invenzione dello Stato) ha recentemente fornito a un gruppo di ricercatori italiani di diversi atenei i dati sulla mobilità italiana per studiare in che modo le restrizioni sugli spostamenti abbiano colpito le varie aree locali, associandole ad alcuni indicatori economici.

Pertanto, se da una parte è sempre legittimo chiedere e pretendere dai vari esponenti politici maggior trasparenza e chiarezza in qualsiasi ambito, dall’altra è opportuno creare nel dibattito pubblico un minimo comun denominatore relativamente al sopracitato principio della proporzionalità, attribuendo la giusta e coerente misura a ciò che rappresenta una priorità all’interno dello scenario attuale.