Coronavirus: Il 30% delle mamme ha considerato la possibilità di lasciare il lavoro se le scuole non riaprono. E a Sona?

Che sia condiviso, oppure no, da una recente indagine promossa dall’Università Bicocca di Milano, pare che il 30% delle mamme intervistate abbia dichiarato di prendere in esame la possibilità di lasciare il proprio posto di lavoro, nel caso di un nuovo, e poco augurato, look-down, per seguire i figli durante la didattica a distanza.

I dati in oggetto non dovrebbero stupirci poi molto, basti pensare all’impegno che le famiglie, e in special modo le madri, hanno riversato nei quattro mesi più bui della scuola a noi contemporanea. Dobbiamo premettere che la didattica a distanza ci ha colto impreparati.

In primis gli insegnanti, che hanno dovuto rivoluzionare il loro insegnamento, sperando di riuscire ad entrare comunque in contatto con i ragazzi. E qui non si parla certamente di contatto fisico, di quello la scuola non ne ha bisogno. Il contatto a cui si fa riferimento è quello emotivo, quello che permette al docente di toccare quelle corde dell’animo dell’alunno aiutandolo a comprendere, a crescere, a sviluppare le proprie doti, per diventare un adulto migliore.

Gli studenti, che hanno partecipato alle prime settimane di DAD pensando che potesse essere una breve vacanza da sommare al periodo carnevalesco. Ma più si andava avanti e si susseguivano i giorni, più anche loro capivano che c’era poco da stare allegri, che se non funzionava la connessione si perdeva parte della lezione e difficilmente qualcuno rispiegava l’argomento, che le chiacchierate a ricreazione e le risate con il compagno di banco non si potevano più fare, che tutto sommato il profe, a scuola, sembrava molto meno noioso.

I genitori, che tutto si aspettavano tranne che di diventare insegnanti loro stessi. Sì, perché se loro figlio non aveva capito un argomento, non aveva inteso dove doveva caricarlo per farlo poi correggere all’insegnante, si era dimenticato la password del registro elettronico o, semplicemente, si era scordato di ricaricare il pc e questo si era spento durante la video-lezione, lì doveva intervenire lui, o lei, nel caso dell’Italia.

Nel nostro Paese, infatti, pare che siano ancora le donne ad occuparsi della cura dei figli, compresa la loro istruzione. Donne, madri, lavoratrici a tempo pieno che durante il look-down si sono dovute rimboccare le maniche nel tentativo di avvicinarsi il quanto più possibile ad un mentore che guidasse e desse risposte a tutti i perché che affollavano la mente dei loro figli.

Non è stato sicuramente facile, e la dedizione, unita alla pazienza, che le madri hanno dimostrato di possedere, è stata encomiabile. Un’ode alle mamme, quindi. Ma ciò non basta, perché se anche il periodo buio ce lo siamo lasciati alle spalle, lo spettro che questo ritorni è sempre dietro l’angolo. Ogni giorno vengono scritti articoli che danno voce, a turno, ai più importanti esperti di medicina, i quali prevedono, oppure no, una seconda nuova ondata. E se così fosse? Se le scuole fossero costrette a chiudere nuovamente, chi si prenderebbe cura dei ragazzi? Sono domande importanti che le famiglie italiane si pongono da settimane, da quando il numero dei contagi ha ricominciato a salire.

Una nota positiva in tutto questo la si deve comunque trovare, ed è stata la possibilità che i genitori hanno avuto di trascorrere del tempo di qualità con i loro figli.

Chi ha potuto lavorare in smart-working è stato agevolato e, seppur con reali difficoltà, ha potuto destreggiarsi fra computer, tablet, connessioni, video-lezioni e conferenze virtuali. Un lavoro da veri equilibristi che ha messo le madri davanti a scelte importanti, tra tutte quella di considerare il fatto di lasciare il proprio posto di lavoro.

Attualmente non è ancora ben chiaro quale sia il piano che il Governo intenda attuare per sostenere le famiglie nel caso di una repentina chiusura delle scuole. Quelli che stiamo vivendo sono giorni importanti, in cui molto viene discusso ma poco viene ancora chiarito.

L’augurio è che si riescano a trovano le condizioni per una ripresa della scuola in sicurezza, anche a Sona. C’è davvero molto in gioco, non solo la sicurezza e la salute degli alunni (che vengono prima di tutto), ma anche la serenità e l’integrità delle famiglie in cui vivono.