Coronavirus a Sona: Una riflessione sul tema della morte (e dell’essere vivi)

“Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare” (Cantico delle Creature – San Francesco d’Assisi). Già! Il coronavirus ci costringe ad affrontare anche il tema della morte, ce lo dicono i numeri che quotidianamente ci arrivano dalla cronaca.

La chiesa ci dice che la morte è l’ultimo evento che riguarda la vita, dopo di essa vi è il giudizio particolare (personale) e l’anima si recherà al Paradiso o alla dannazione eterna, ma il cristianesimo non è l’unica religione che sostiene una vita che va oltre la vita terrena.

Per gli atei invece, intesi come coloro che non credono all’esistenza di un Dio, oltre la morte non c’è nulla, ma anche fra coloro che credevano in Dio, i Sadducei sostenevano che la vita delle persone si perpetrasse nei ricordi di coloro che vivono (è per loro che Gesù afferma che Dio non è Dio dei morti ma dei viventi).

Poi c’è la via intermedia: dopo la morte l’anima, lo spirito vitale della persona deceduta, tornerebbe ad incarnarsi in un altro essere vivente, e così via in un ciclo che si ripeterebbe innumerevoli volte.

Però tutte queste persone, credenti e non credenti, sono accumunate da una costante, la paura della morte. Una paura talmente radicata e pervasiva che è noto che solo il pronunciare la parola “morte” durante la stipula di un contratto di assicurazione sulla vita, fa scattare un riflesso condizionato che allontana il cliente dalla polizza.

Quanti morti ci sono stati oggi in Italia? E negli USA? E in Francia?… Muoiono di più i giovani, gli anziani, i disabili o chi altri ancora? Muoiono le persone. Punto.

La morte si teme, ma si può invocare? Sì, ce lo insegnano anche i Profeti dell’Antico Testamento (Elia ne è un esempio supremo), e ce lo insegnano anche alcuni filosofi che ci raccontano il (loro) male di esistere.

Ma non è già morte allontanare una persona che ci sta antipatica? Non è già morte togliere il saluto a chi ti ha fatto un presunto torto? Non è forse morte, tradire le aspettative, sminuire chi ti vive vicino e danneggiare volontariamente il tuo prossimo? Morte, quindi, è sinonimo di distacco, di allontanamento, di “non ti voglio!”. Però la morte, checché se ne dica, è un fatto ineludibile.

Nell’arte il tema della morte è ricorrente, per noi veronesi è sufficiente recarsi a Santa Maria in Organo e osservare le tarsie di Fra Giovanni: più di una di queste ci ricorda la morte, oserei dire, la necessità della morte!

E poi la morte, è uomo o donna? Una bella domanda: in Italia la morte è spesso raffigurata come una donna, ma in culture diverse la morte è un essere maschile. E il colore della morte è sempre il nero? No. È la morte che è uguale per tutti, non la sua rappresentazione, la morte è democratica, ma ogni cultura ha un proprio modo di viverla e di rappresentarla.

Eppure, la morte è talmente presente nella nostra vita che per conviverci dobbiamo esorcizzarla, dobbiamo spettacolarizzarla, nell’illusione così, di poterla comprendere e spiegare (come spiegare diversamente i tantissimi film che mettono la morte al centro della storia? dai primi romanzi di Simenon o della Christie fino agli ultimi ossessivi telefilm in cui la morte viene rappresentata in tutta la sua crudezza e oserei dire, crudeltà).

Ma cosa ci porta la morte? Se escludiamo il pensiero religioso, una bella rappresentazione della morte ci viene dal famosissimo brano ‘A Livella” recitato magistralmente anche dal grande Totò: “A morte ‘o ssaje ched”e?…è una livella./’Nu rre, ‘nu maggistrato, ‘nu grand’ommo,/Trasenno stu canciello ha fatt’o punto/C’ha perzo tutto, ‘a vita e pure ‘o nomme. Tu nu t’hè fatto ancora chistu cunto?/Perciò, stamme a ssenti… nun fa”o restivo,/Suppuorteme vicino-che te ‘mporta?/Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:/Nuje simmo serie… appartenimmo à morte!”.

E la morte si inserisce nel mistero della sofferenza, del dolore. Sofferenza che proviamo nel distaccarci da una persona cara, dolore che proviamo durante questo periodo di allontanamento forzato dai nostri cari e dai nostri anziani, amarezza che proviamo di fronte ai fatti della vita che non possiamo cambiare, modificare, piegare al nostro desiderio.

Quello della morte è un tema infinitamente grande per uno spazio così ridotto, però una cosa per finire la voglio sussurrare: la morte è una gran brutta compagna e viverla non è mai piacevole, però la morte per contrasto, ci parla della vita. Infinite sono le definizioni della vita e tutte contengono un briciolo di verità, ma l’unica definizione che le accomuna tutte è l’idea stessa della morte: muoio perché prima sono stato vivo.

Marco Bertoncelli

About Marco Bertoncelli

Nato a Verona nel lontano settembre del ’59, risiede a Sona dal 1992. Sposato con due figli. Amante della lettura, se si escludono Simenon e Guareschi, preferisce la saggistica ai romanzi. Già arbitro federale, negli anni 80 promuove la costituzione del "Circolo dell’Angelo di San Massimo". A Sona è fra i soci fondatori dell’ Ass. Cav. Romani e ha contribuito alla nascita de “La Zattera”. Autore di testi teatrali e racconti, dal 2011 collabora con il Baco con una nota di gastronomia filosofica.

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