Coronavirus a Sona. Ricongiungimenti e riassembramenti: riflessioni sul “liberi tutti” post quarantena

Scrivo un po’ in ritardo un pezzo sul post “liberi tutti” post Covid sia perché ho avuto un blocco della scrittura, sia perché avevo bisogno di osservare gli sviluppi sociali della faccenda, ragionarci sopra e farmi un’opinione.

Dunque, come sapete dal 4 maggio io ed altri fortunati esseri umani abbiamo potuto rivedere i nostri congiunti. E sinceramente, per me, la quarantena è finita lì. Non ho più guardato un minuto di telegiornale, non ho più voluto sapere niente di tutta questa pesantissima faccenda Covid. Me ne rendo conto, può trattarsi di un atteggiamento “sbagliato”. Ma mi sono accorta che, davvero, non ne potevo più.

Il mio cervello era saturo di notizie, aggiornamenti, autocertificazioni, decreti ministeriali, FAQ, postille, revisioni, numero dei contagiati, dei morti, dei guariti e degli ospedalizzati. Ho raggiunto il punto di massima sopportazione finale prima della meta, ho fatto l’ultimo sforzo tenendo duro alcuni giorni e poi ho mollato, ho lasciato andare. Mi sono lasciata andare nelle braccia del mio congiunto preferito.

A parte gli scherzi, è stato incredibile notare come sia stato strano rivedere una persona dopo così tanto tempo. La prima cosa che ho fatto è stata osservarlo in 4k: la differenza tra la visione Skyppiana e dal vivo è notevole e guardare una persona in carne ed ossa è un’esperienza percettiva che ha bisogno del suo tempo per essere elaborata.

Ho scoperto che un abbraccio lungo e silenzioso, stretto, immobile e forte può far dimenticare due mesi di fatica, cancellare in un attimo attese infinite e frustrazioni accumulate.

In quel momento, avendolo vicino, mi sono resa conto nuovamente che le persone hanno degli odori! Caspita! Lui aveva il suo, e mi era mancato così tanto, solo che neanche me lo ricordavo È stato strano non sentire per un po’ quell’odore e capire che in realtà esisteva, c’è ancora. E che porta in luoghi lontani. Alla faccia delle foto, dei video e delle immagini: gli odori e i contatti fanno viaggiare il cervello cinquemila volte più veloci.

In quel momento ho potuto sorridere davvero: con gli abbracci, gli odori, le carezze e gli sguardi la vita ha tutto un altro sapore. E tutto il resto è un contorno: anche se sono costretta ad andare in giro con la mascherina, anche se devo mettermi i guanti, anche se devo evitare caotici assembramenti e comportarmi da “brava cittadina”. Importante è sentirsi vicini.

Ecco: questo concetto, forse, non è entrato nelle scatole craniche di chi, quel venerdì sera di cui non ricordo il numero, ha deciso di organizzare un raduno di mentecatti in Piazza Erbe. Non me ne vogliano questi eroi contemporanei, ma l’arrabbiatura sorge spontanea. Partiamo dal presupposto che c’è stato, evidentemente, un misunderstanding concettuale rispetto al termine “assembramento”. Io avrei attaccato in giro per la città pagine di vocabolari in formato pubblicitario così da rendere tutti consapevoli della questione. Sono rimasta molto delusa dall’atteggiamento di alcuni dopo l’apertura dei locali e dopo la libera circolazione. Io speravo, sinceramente, che la quarantena fosse servita a qualcosa, che avesse risanato le menti più confusionarie, illuminato chi si trovava ancora nel buio della vita. Nulla.

Alcuni episodi sono la dimostrazione che solo la legge darwiniana ci salverà, che non si può contare sul buon senso di alcun individuo e che l’italiano medio è, udite udite, piuttosto poco ragionevole.

Mi sono accorta che siamo una manica di individualisti, che ci interessa andare al bar, ma non ci importa del barista, che dobbiamo far vedere che siamo tutti in piazza erbe con i nostri amici e che siamo così fighi, che la mascherina ci da fastidio e ci fa caldo, come se i 30 gradi andassero a simpatie, e che non ci importa più di stare attenti. Che non ci importa di chi non ha lavorato per due mesi, che fa conto su di noi per ripartire, e che magari prende la multa e deve richiudere perché gestire numerose persone bevute davanti a un bar non è affatto facile.

Non sono ipocondriaca, non mi interessa se questo virus sia frutto di un complotto internazionale, degli alieni o se provenga da un qualche pipistrello. Mi interessa solo stare bene ed essere tutti più sereni. Vorrei che si potesse tornare intelligentemente a fare, circa, quello che facevamo prima. La faccenda è stata, ed è, difficile per tutti, è dura, complicata e spaventa.

Ma mi spieghi cosa non si è connesso nel tuo cervello quando quella sera sei giunto in Piazza Erbe, hai notato un Signor Assembramento, e hai deciso di fermarti con i tuoi amici pubblicando storie Instagram? Come mai tu sei così fico e tutti gli altri devono stare attenti? Forse sei lo stesso che durante il lockdown si è improvvisato podista quando non facevi attività fisica dalle lezioni di “motoria” in terza elementare. Speriamo che per alcuni arrivi un virus intestinale da weekend.