Coronavirus a Sona. Quando si tornerà alla normalità non potremo ripartire da dove siamo stati costretti a rallentare

Era il 1977 quando Edoardo Bennato cantava “Quanta fretta, ma dove corri, dove vai”, e ne è passata di acqua sotto i ponti. Più di quarant’anni. E se qualcosa è cambiato è che la velocità è aumentata. In tutto. Nel bene e nel male. Comunicazione veloce, trasferimenti veloci, acquisti veloci…

Domanda: sono gli stili di vita della società contemporanea a imporre ritmi pressanti o l’origine della fretta è nella natura umana? Oggi, per non essere emarginati, esiste il tacito obbligo sociale di essere all’avanguardia e competitivi. Questo causa un’inspiegabile paura di perdere tempo che rende difficile godersi l’attesa oppure rallentare il ritmo.

Il filosofo francese Blaise Pascal scriveva: “Quando mi sono messo talvolta a considerare le diverse agitazioni degli esseri umani e i pericoli e le pene a cui si espongono, alla Corte, in guerra, da cui nascono tante liti, tante passioni, imprese ardite e spesso malvagie, ho scoperto che tutta l’infelicità degli esseri umani deriva da una sola cosa e cioè non saper restarsene tranquilli in una stanza…”.

Adesso siamo costretti, da questa situazione contingente, a stare tranquilli, a rimanere chiusi in casa. Volenti o nolenti.

Se l’origine della fretta è nella natura umana, può darsi che l’attuale situazione si sia incancrenita con il progresso tecnologico, che porta sì vantaggi e comodità, ma è anche maschera che nasconde le antiche paure: la solitudine, la malattia e la morte. Eppure, paradossalmente, proprio nel rifuggire queste realtà, la fretta dello stile di vita contemporaneo le trasforma in rischio ancora più concreto.

Coronavirus, ha imposto la lentezza e scalzato la velocità. Ci ha pensato un virus! Ma come! La ricerca scientifica non ha fatto passi da gigante negli ultimi tempi? Un virus ci blocca? Si, un virus.

Siamo cresciuti dentro la bolla culturale della velocità, illudendoci in questo modo di essere i padroni del nostro destino, rimuovendo la morte. Abbiamo creduto di poter piegare il tempo e lo spazio, accettando come meta finale la loro contrazione molto vicina allo zero. La velocità ha rappresentato fino a qualche giorno fa il paradigma postmoderno, declinato nell’efficienza, nella produzione, nel multitasking… Ha coinvolto le relazioni che hanno assunto sempre più il profilo di oggetti, coerenti con l’affermazione della tecnica. I rapporti con le persone sono diventati leggeri, fluidi, senza quella densità umana prodotta dalla prospettiva e dal guardarsi nel profondo.

Ora, la lentezza ha riconquistato il palcoscenico. Chi l’avrebbe detto che saremmo tornati a fare la fila fuori dal supermercato, dalla farmacia, dal panettiere come ai tempi della guerra quando tutto era razionalizzato e con la tessera andavi a prendere ciò che era necessario?

Se fino a poco tempo fa abbiamo assistito a code chilometriche è perché c’erano giovani e meno giovani in fila per ore ed ore fuori dagli store per uno nuovo Iphone, per le ultime scarpe di una marca famosa o per la copia dell’ultimo libro di una saga di successo.

Poveri noi! Convinti di essere all’avanguardia e costretti a fermarci per uno sternuto abitato da un’infezione denominato Coronavirus perché si tratta di virus che, se osservati al microscopio, hanno l’aspetto simile a una corona. È lui a dominare, a regnare, ora. Ma…

In questa contrazione forzata, siamo stati costretti a sperimentare nuovamente, dopo moltissimo tempo, la lentezza. Il tempo si è nuovamente dilatato. Le giornate ci appaiono lunghe e vuote. Nella nostra coscienza appannata dalla accelerazione tecnologica e sociale, magicamente ritornano le relazioni. Purtroppo, senza il corpo, senza quella prossimità fisica veicolo di emozioni e affetti.

Il momento attuale rappresenta un’occasione irripetibile per aumentare la nostra mente di quelle sensazioni, riflessioni ed esperienze che avevamo dimenticato o rimosso perché non coerenti con il paradigma della velocità. Quando si tornerà alla normalità non potremo riavvolgere il nastro e ripartire da dove siamo stati costretti a rallentare.

Dovremo riconsiderare la nostra esistenza, mantenendo nel nostro orizzonte esistenziale tutto quello che avremo imparato dalla situazione attuale.

Don Pietro Pasqualotto

About Don Pietro Pasqualotto

Don Pietro Pasqualotto è coparroco di Lugagnano dal 2017. Sulla rivista cartacea del Baco tiene una rubrica di approfondimento e riflessione dal titolo "La rete di (don) Pietro"

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