Coronavirus a Sona: Proseguiamo la riflessione sull’economia “del dopo”

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Se fossimo in grado di prevedere il futuro, beh, certamente non saremmo qui… non siamo dei “maghi” con la bacchetta magica e non prevediamo il futuro. Queste brevi riflessioni quindi, non dettano una strada da percorrere ma, semmai, vogliono stimolare un dibattito o, quanto meno, creare un momento di riflessione condivisa per il futuro del tessuto economico anche di Sona.

In un recente articolo abbiamo cercato di vedere come potrebbe ripartire l’economia del nostro territorio dopo il flagello del coronavirus. Abbiamo visto che è difficile essere autosufficienti anche in campo alimentare e abbiamo speso un’idea per valorizzare il commercio locale, quello che non passa dai grandi centri commerciali o dalle catene di franchising.

Indipendentemente dalle misure che le autorità prenderanno per far ripartire la vita civile (se prima le scuole o prima le fabbriche o prima i giovani e così via…) dopo aver rimesso in circolo le persone bisognerebbe tentare di rimettere in circolo l’economia. Qui, però, il discorso si fa molto complesso, non fosse altro perché, come abbiamo visto nell’articolo precedente, viviamo in un mondo globalizzato, dove nessuno può decidere da solo, senza tener conto di quello che fanno i vicini di casa.

Noi, da queste colonne, possiamo cercare di esprimere qualche considerazione senza pensare di essere esaustivi e tanto meno di possedere la verità, non siamo guru dell’economia e meno ancora siamo costruttori di nuove filosofie sociali, non siamo Marx, Smith o Ricardo, tanto per fare qualche nome del recente passato. Noi possiamo esprimere qualche suggerimento, e “buttare lì”, nella mischia, qualche considerazione, insieme con tanti altri.

In quali settori investire? La risposta sembrerebbe scontata, probabilmente avranno una chance in più le imprese che investiranno in supporti e presidi sanitari, a meno che le grandi aziende che fino a ieri occupavano spazi di mercati diversi, non abbiano visto un business e perseguano nelle loro nuove produzioni (Calzedonia potrebbe decidere di continuare a produrre camici e Ramazzotti potrebbe decidere di continuare a produrre alcool ad uso domestico, tanto per fare degli esempi).

È indubbio che l’Italia, che si è mostrata debolissima in questo settore, ha bisogno di aziende che offrano questi beni e quindi, nel breve periodo, avere l’idea giusta per entrare in questo mercato potrebbe fare la differenza.

Questo però, non significa che le aziende che si dedicheranno a produrre mascherine o respiratori possano vivere di questi beni per sempre, anzi, si spera che una volta create le scorte necessarie ad affrontare nuovi episodi come quello del coronavirus, queste aziende si dedichino ad altre cose, pur rimanendo pronte, all’occorrenza, a convertire nuovamente le loro produzioni (non è che per far vivere l’economia ci mettiamo a produrre nuovi coronavirus, giusto?).

Un altro settore che sicuramente potrà godere di un certo vantaggio dalla situazione che si è creata, sarà quello informatico, soprattutto quello legato ai corsi on line e alla formazione a distanza. Probabilmente avere un progetto per gli insegnanti e per la scuola in genere, potrebbe creare un po’ di economia (a meno che, anche in questo caso, non si inseriscano progetti portati avanti da aziende di grosse dimensioni che, chiaramente, schiaccerebbero qualsiasi idea iniziale – l’idea che genera un software non è ancora brevettabile e, se anche lo fosse, i costi per sostenere il brevetto, sarebbero enormi!).

Qui di lavoro da fare ce ne sarebbe davvero molto perché non si tratta solo di mettersi on line, si tratta anche di avere strumenti per verificare la partecipazione degli allievi, stimolare l’uso corretto delle piattaforme, eseguire le verifiche scolastiche (i “compiti in classe” tanto per capirsi) in sicurezza, e tante altre cose che possono essere integrate da opportuni software.

Pure una biblioteca di contenuti virtuale potrebbe essere interessante, e questo anche per gli insegnanti che, all’occorrenza potrebbero riproporre lezioni registrate e schemi già adottati; inoltre avere a disposizione un database, uno scaffale al quale accedere per usare lezioni anche realizzate da altri, potrebbe essere molto utile.

La stessa organizzazione della scuola potrebbe prevedere una ripartizione diversa degli orari scolastici, alternando la presenza degli studenti a scuola a periodi in cui gli studenti studiano da casa (anche perché, se non c’è il corona virus, nulla impedisce agli studenti di raggrupparsi in piccoli gruppi per studiare assieme).

E poi c’è la nuova frontiera dello “smart warking”, del lavoro da casa; i programmi vanno modificati inserendo funzioni nuove o riscritti con nuovi e più moderni linguaggi. Sì, riteniamo che le aziende che sviluppano software, se hanno il modo corretto di approcciarsi al mercato, potrebbero vivere degli anni “felici”.

Nuovi prodotti e nuovi servizi? Senza dubbio! Ma qui, in teoria, non serviva un coronavirus per mettere in gioco la fantasia e l’invenzione degli italici, forse il coronavirus ci ha mostrato che ci siamo seduti su due grandi sgabelli.

Il primo è quello del “Va bene così, perché si dovrebbe fare diversamente?”. Il secondo è “Siamo in mano ai grandi marchi e alle grandi multinazionali, vanno bene i prodotti IKEA e tutto sommato ci sta bene come abbiamo vissuto fino ad oggi”. Bene! Cancellate questi pensieri e guardate il mondo con occhi diversi: cosa si può migliorare? Cosa può essere fatto in modo diverso e con risultati migliori?

Proviamo a rimanere nell’ambito dell’esperienza che ci sta facendo vivere il coronavirus: oggi la corsa è a chi produce mascherine, guanti e camici e respiratori. Giusto, tutte cose, però, che si spera di dover dismettere fra qualche giorno. Casa rimane? Cosa non possiamo dismettere ma potrebbe essere migliorato? La risposta è relativamente semplice. Vanno migliorati tutti gli ambienti attraverso i quali un virus (non necessariamente il coronavirus) potrebbe replicarsi e diffondersi.

E allora, ad esempio, studiamo un sistema per igienizzare le tastiere dei bancomat, quelle del pos, i bottoni degli ascensori, le maniglie delle porte, i manici dei carrelli che utilizziamo per fare la spesa… Qui, in questi settori, ora si sono aperti spazi immensi all’innovazione, qui, in questi settori, avere l’idea nuova potrebbe fare la differenza.

Con un accorgimento. Oggi non è più come negli anni del boom economico, quando bastava avere una buona idea e un po’ di buona volontà per riuscire a creare benessere. Oggi, dovunque e comunque, ci si deve scontrare con realtà consolidate e pregnanti. Facciamo un esempio: un ragazzo ha un’idea per realizzare un appendiabiti innovativo, un appendiabiti che non c’è, un oggetto che potrebbe migliorare la quotidianità della vita, e lo brevetta. Dopodiché, o lo costruisce in proprio, sapendo che il giorno dopo la sua uscita nel mercato, l’oggetto potrebbe essergli copiato (non immaginate quanto è semplice copiare i brevetti!) oppure lo cede ad un’azienda che già opera nel mercato delle grucce, sperando di ricavarci qualcosa.

E allora che fare? Niente, tirare fuori le idee, sempre e comunque. Se si è degli imprenditori, forse si avranno più possibilità di gioire direttamente dei frutti dell’idea, se invece si è dei “semplici” creativi, beh, anche Leonardo da Vinci ha vissuto ospite degli illustri personaggi del suo tempo.

Fra i “nuovi servizi”, metteremmo anche una diversa impostazione degli “attuali servizi”, mirando ad essere propositivi in realtà attorno alle quali gravitano molte persone. Faccio un esempio fra i tanti che si potrebbero ipotizzare: a Nogarole Rocca si è insediata una azienda attorno alla quale gravitano 1500 persone; ebbene, mirare l’erogazione di servizi semplici “al domicilio” dell’azienda darebbe un input sia a chi eroga il servizio, sia ai dipendenti e alle loro famiglie e sia all’azienda (1.500 persone, se consideriamo anche i famigliari, significa un giro di almeno 4.000 persone; 1/3 del Comune di Sona!).

Per non rendere troppo prolisso questo articolo ci fermeremo qui, però una piccola aggiunta è doverosa farla fin da subito. Noi crediamo che vada premiato il lavoro e insieme con il lavoro vadano premiati l’esperienza, la dedizione all’azienda, l’attaccamento ai colori sociali e così via.

Ma siamo convinti che non faccia bene alla salute lavorare troppo: siamo convinti che si debba lavorare per vivere e non vivere per lavorare (sarà anche una frase fatta, ma calza a pennello per la situazione che stiamo vivendo).

E allora, a nostro avviso, gli imprenditori, quelli che devono gestire molti lavoratori, dovrebbero puntare un po’ meno sugli straordinari e un po’ più sull’inserimento di nuovi lavoratori, e in questo dovrebbero essere aiutati dai governi e anche i sindacati, non fare leggi per la detassazione degli straordinari ma fare leggi per coloro che aumentano la base occupazionale. Perché? Perché siamo convinti che se lavorassimo tutti un po’ meno, tutti lavorerebbero un po’ di più (sembra un controsenso, vero?) ed è il tempo libero, oggi, il tempo che passiamo a coltivare i nostri hobby e i nostri interessi, il motore che crea economia, lo dimostra la voglia di passeggiate che abbiamo!