Coronavirus a Sona. Lo stress da reclusione in casa e l’impossibilità di pigiare il “bottone della quarantena”

La prima settimana di test Covid-19 è passata. Personalmente? Avevo una marea di aspettative su me stessa, ero quasi elettrizzata all’idea di poter finalmente avere del tempo da dedicarmi senza sentirmi in colpa: leggere libri che continuo a posticipare, vedere finalmente quella serie un giorno dopo l’altro senza sviluppare l’amnesia da puntate, e magari, addirittura, cimentarmi in nuove ricette di cucina.

La verità? Niente di tutto ciò. La verità è che questo improvviso stop obbligato, dopo i primi giorni, è diventato il mostro nero delle mie giornate. Non ho voglia di cucinare, per niente. Anche perché cucinerei per me stessa: io, mia mamma e i miei fratelli non abbiamo gli stessi gusti e quindi sarei costretta a presentare ricette deliziose a me stessa fingendomi sorpresa e lusingata. Non funzionerebbe. Uno spreco enorme!

Non sto leggendo, se non i libri per prepararmi ad un esame di Stato che non so mai se, dove e quando si farà. E questo avviene solo la mattina, quando la mia voglia di vivere è ancora sufficientemente potente da farmi alzare dal letto e mettermi alla scrivania. Vorrei leggere, davvero, ma non sono motivata. Non ho neanche voglia di stare lì a cercare un libro che possa piacermi.

Una delle poche cose significative che faccio, oltre a lavarmi faccia e denti la mattina, è fare dell’esercizio fisico in casa. Dato che l’abbonamento alla palestra si è convertito per qualche mese all’accesso gratuito ad una miriade di workout su una App, provo a convincermi di diventare una tonic girl pronta per la prova costume fittizia dell’estate 2020.

Badate bene: è molto difficile anche solo iniziare a pensare di poter fare dell’esercizio fisico, in una stanza che è forse 2×3. E se lo faccio è solo per due motivi: ho l’ansia per la cellulite e so che durante le attività nel cervello si liberano endorfine che dovrebbero portare un po’ di benessere e felicità. Ah, la cosa non viene fatta tutti i giorni, come mi ero precedentemente prefissata. Ho capito che oltre all’alzarmi dal letto e al coricarmici, non c’è cosa che io riesca fare pedissequamente giorno dopo giorno, come uno schema fisso.

Non è parte di me, sono troppo altalenante per essere una persona costate.

Sto prendendo il traghetto verso la depressione assicurata, in prima classe? Probabile. Credo che tutti ne usciremo mentalmente frastornati da questa cosa, ed è un aspetto di questa situazione a cui penso tutti i giorni, e lasciatemi essere egoista, guardando soprattutto a me stessa.

Sento che lentamente un po’ mi sto spegnendo, che mi manca lo sprint per fare le cose, la forza di dire comincio, mi adopero per fare qualcosa di diverso, per pensare positivo.

So che è un allenamento pensare positivo, io non sono arrivata preparata a questa circostanza. Metto dalla mia parte l’essere lunatica, altalenante, cinicamente realista, e tutto non aiuta.

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Queste righe qui sopra le ho scritte la settimana scorsa. Poi, una serie di fortunati eventi, mi ha portata a pensare: calma, Elisa. Era solo la SETTIMANA TEST. Sì perché, per Bacco, non siamo delle macchine che di punto in bianco premono il pulsante “quarantena” e funzionano alla perfezione. Affatto. La settimana test, nei sui picchi depressivi, sconcertanti, pesanti e angosciosi mi ha fatto pensare che fosse il caso di aggrapparsi a qualcosa. E? Beh, alla routine. Sì, perché non c’è altro che possiamo fare che avere una routine.

Mi sveglio alle 8:30, bevo il caffè, mangio un toast guardando per la prima volta le notizie dai quotidiani virtuali (soprattutto dal sito del nostro Baco, ovviamente), non dal cellulare, dal Pc. Mi lavo la faccia, mi metto le mie creme anti borse anti occhiaie pelle perfetta, mi vesto, decentemente, e inizio a studiare.

Stare in pigiama o in tuta mi faceva sentire una sciatta zitellona senza gatti appresso e guardarmi trasandata allo specchio mi faceva rizzare i capelli.

Studio, 45 minuti, un po’ di pausa. E nella pausa esco a prendere un po’ di sole in giardino. Nel silenzio. Quando riesco faccio yoga: continuavo a procrastinare una pratica che sì, mi dava benefici, ma solo nei miei ricordi, e mi pareva troppo “lenta” per sfogare tutte le mie frustrazioni. E invece mi fa stare bene.

Siamo davvero fortunati perché in questo periodo ci sono molte applicazioni gratuite di cui possiamo usufruire. Riprendo a studiare, per altri 45 minuti, poi alla fine arriva l’ora di mangiare. Attenzione: la voglia di cimentarmi in olimpiadi culinarie non mi è venuta, ma continuo a nutrirmi in modo sano come ho sempre fatto. Cerco di mangiare al sole. Dopo pranzo, leggo un po’ un libro (eh sì, ho ceduto anche io), sempre fuori, al sole.

Il pomeriggio è in assoluto il momento peggiore della giornata: è eterno, lunghissimo. Fingo di studiare dalle 15, orario in cui solitamente il mio cervello è in quarantena di sinapsi. Se non ci riesco, sbrigo le faccende domestiche che mia mamma ci lascia tutte le mattine.

Certo, il pomeriggio mi deprimo. Lasciatemela un po’ di depressione! Aspetto come un infante che la mamma torni da lavoro: finalmente una presenza nuova in questa casa! Poi, ovviamente, battibecchiamo su qualsiasi cosa.

Improvviso altri esercizi, quelli strong stavolta, o vado avanti a studiare spagnolo con la app. Scrivo cose, ascolto musica, rimugino sulla mia esistenza evitando il collasso mentale e, finalmente, è ora di cena. Dal ’44 non cenavo con mia mamma e i miei fratelli continuativamente. Loro sì che si dilettano in ricette varie. Io, se ho voglia, le degusto. E finalmente arriva sera: posso vedere un film, leggere, farmi la doccia, cazzeggiare in modo vario su differenti piattaforme. La sera mi fa stare bene: un’altra giornata è finita. E avanti così.

Non sto bene, non stiamo bene. Questa situazione, sono convinta, si porterà dietro molte conseguenze, in particolare rispetto alla nostra salute mentale. Io, su di me, ho capito ancor di più che ho giorni belli, senza motivo, e giorni lugubri, senza apparenti motivi. E va bene così. Cosa posso fare? Accettare.

È molto difficile, ma ci provo. E mi sento così inutile a non poter aiutare qualcuno, cosa che mi fa stare tanto bene. Sono anche stufa di avere sempre computer e telefono in mano, e vedere le persone pixellate. Il cellulare e le chat le ignoro, per lo più, al di là di pochi eletti, tipo quel santo del mio ragazzo.

Finirà. Stringiamo i denti. Ma prepariamoci a ripartire, quando sarà, con la dovuta calma: non siamo macchine con il bottone “fine della quarantena”.