Coronavirus. A Sona le restrizioni del “restate a casa” le abbiamo già vissute, nella Prima e Seconda Guerra mondiale

Ogni giorno, più volte al giorno, da alcune settimane medici, autorità, giornali e telegiornali ci stanno invitano ad essere responsabili nei confronti della nostra comunità civica, con la richiesta “non uscite di casa”. Giorno dopo giorno l’invito, inizialmente pressante, si è trasformato in vincolante ed aderirvi ha sconvolto la nostra vita quotidiana.

Ci sono precedenti a Sona di un provvedimento così grave? Per ben due volte nel secolo scorso, nel corso dei due conflitti mondiali, l’Italia si è trovata in una simile gravosa situazione perché, allora come ora, al grande disagio si aggiungevano notizie di terribili lutti famigliari.

Durante la Prima Guerra Mondiale, essendo il Comune di Sona molto vicino al fronte nord, fu dichiarato “Territorio delle Retrovie”, seconda linea del fronte dopo quello “Delle Operazioni” e prima di quello dichiarato “In Stato di Guerra” e dovette sottostare a pesanti vincoli nella circolazione stradale. All’inizio del conflitto chi transitava su automobili e motocicli doveva disporre di un salvacondotto concesso o dal Comando Superiore dei Carabinieri, oppure dall’Intendenza Generale dell’Esercito.

Era libera la circolazione su ferrovia, su veicoli a trazione animale, su biciclette o a piedi. Chi però transitava o stazionava sul territorio, provenendo da fuori Comune, doveva presentarsi al comando militare della stazione se arrivava “per ferrovia” o alla stazione dei Carabinieri se per via ordinaria”.

Nella seconda parte del conflitto, ed in particolare dopo l’undicesima e la dodicesima battaglia dell’Isonzo (Caporetto), che portarono il fronte molto vicino alla nostra provincia, il Comune di Sona dovette sottostare alle norme più restrittive previste per le aree “in stato di guerra”. Chi aveva la necessità di uscire dal Comune dovette munirsi di un Passaporto per l’Interno, rilasciato dal Comune stesso, con foto e dettagliati dati anagrafici.

L’Esercito, che con questa normativa intendeva evitare infiltrazioni nemiche nelle retrovie, vietò inoltre tenere colombi, salvo quelli domestici, che dovevano essere segnalati ai carabinieri che erano tenuti a controllare “che i volatili avessero le penne delle ali e della coda tagliate in modo da renderli inadatti al volo”. E’ noto, infatti, che il colombo in quella guerra fu un importante mezzo di comunicazione militare. Fu vietato anche l’uso di fonti luminose o acustiche (comprese le campane) durante la notte, perchè potevano interferire con le operazioni militari in corso.

Una curiosità: si sta discutendo in questi giorni sulla possibilità di prorogare la durata dei mandati amministrativi in scadenza, a causa della situazione sanitaria. Il 23 maggio del 1918 con decreto legge n.757 fu sospeso, per altra evidente ragione, il rinnovo di tutte le cariche amministrative che decadevano nel 1918. Le elezioni amministrative furono spostate all’ottobre del 1920.

Durante il Secondo Conflitto Mondiale, nel corso del quale la linea del fronte non era ben definita, le restrizioni furono assai più stringenti e le sanzioni ben più onerose.

Un puntiglioso tipo di controllo fu avviato il 26 marzo del 1938. La Questura di Verona inviò ai Podestà un Decreto Prefettizio che faceva obbligo ai proprietari di case di munirsi di un elenco degli inquilini, comprendente le complete generalità. Sul registro doveva essere registrato l’orario di entrata e di uscita dal fabbricato di ogni persona, abitante e non. Non erano tenuti alla registrazione gli abitanti delle case coloniche collegate ad un fondo o ad una mezzadria.

Anche il Parroco di San Giorgio in Salici Don Vittorio Castello dovette assoggettarsi alla norma. Il 20 aprile 1938 segnalò al Podestà che l’elenco degli inquilini della Parrocchiaera depositato presso la casa canonica ed era il seguente: Troiani Agostino in via Santini, Granuzzo Guerrino e Troiani Maria, vedova Caliari, in via Gaburri”.

Anche la circolazione stradale fu più volte sottoposta o molteplici restrizioni. In data 22 gennaio 1942 la Divisione di Pubblica Sicurezza della Prefettura pubblicò il seguente Decreto:  “Senza comprovate ragioni di abitazione, di transito o di lavoro è vietato accedere, avvicinarsi o sostare nei pressi di stazioni elettriche, radio-elettriche, passaggi di cavi per radio degli stabilimenti produttori di energia elettrica; dighe di sbarramento, stazioni di sollevamento, serbatoi, botti-sifone, attraversamento deglia acquedotti; depositi, ammassi granari, serbatoi e depositi di carburante infiammabili o combustibili. E’ vietato, senza permesso da richiedere di volta in volta al Comando della Difesa territoriale di Bolzano di riprendere da terra cinematografie, fotografie e rilievi fotogrammetrici; ritrarre con pitture, disegni, schizzi e simili, paesaggi di qualsiasi specie; misurare strade e terreni situati nelle adiacenze di opere militari; usare strumenti ottici in generale”. Con lo stesso provvedimento fu anche vietata la caccia.

Il coprifuoco ed il tentativo di recuperare tutte le armi le armi in circolazione furono le prime attività intraprese dall’occupante germanico dopo l’8 settembre 1943, quando fu costituita la Repubblica di Salò ed il Nord Italia fu messo sotto tutela nazista. E’ datato 13 settembre 1943 il manifesto della Prefettura di Verona che ordinava la consegna di tutte le armi da fuoco compresi i fucili da caccia, la bombe, le granate a mano, gli esplosivi.

Il manifesto precisava inoltre che era proibito portare fuori dall’abitazione pugnali, stiletti, coltelli a manico fisso e qualunque strumento od oggetto atto ad offendere ed invitava i militari italiani, non fatti prigionieri, a presentarsi in uniforme presso il più vicino Comando militare per il riarruolamento nell’esercito combattente. Gravi sanzioni erano previste per i renitenti.

Il Commissario Prefettizio di Sona Rinaldi (che aveva preso il posto del Podestà Innocenti) fece affiggere il 20 ottobre del 1943 un avviso che rendeva note le disposizioni emesse dal Comando Germanico. Segnalava che eventuali atti di sabotaggio alle linee telefoniche sarebbero state punite con azioni di rappresaglia. Il Comune per evitare sabotaggi e conseguenti rappresaglie costituì pattuglie antisabotaggio, che circolavano di notte con fucili da caccia e contrassegni ben visibili.

Venne anche reso noto che il Leitkommandantur di Verona aveva disposto che per la consegna di un prigioniero di guerra sarebbe stato pagato “un premio di l.800 pro-testa” oppure concesso il ritorno a casa di un congiunto militare internato.

Un altro problema preoccupò l’occupante germanico e costrinse l’Autorità italiana ad attivarsi per soddisfare le perentorie disposizioni che venivano emesse: la possibilità di riunirsi e di circolare all’aperto. Un manifesto del 16 settembre 1943 a firma del Prefetto dispose dalle ore 20 alle ore 6 la proibizione di tutte le riunioni sia all’aperto che in locali al chiuso (eccettuate le funzioni religiose nelle chiese) e la circolazione di persone in numero superiore a tre.

Era previsto l’uso delle armi in caso di trasgressione alle suddette norme, anche a danno di chi fosse colto a contrabbandare beni di consumo o di abbigliamento che potevano essere ceduti solamente contro presentazione di tagliandi di tessere annonarie.

Le Ordinanze ed i Decreti emessi in tempo di guerra ci risulta fossero accolte senza titubanze, anche perché veniva colto che le autorità che le emettevano, spesso militari, non manifestavano tentennamenti nel minacciare ritorsioni a carico dei renitenti.

Ai nostri giorni pare che, dopo un’iniziale lento avvio i più abbiano accettato di aderire alle disposizioni nell’interessa generale. Ci associamo anche noi all’invito: non usciamo di casa.

Nella foto: 20 ottobre 1932, il Podestà e il Segretario del Partito Fascista Parolini parlano dal balcone ai cittadini in occasione dell’inaugurazione del nuovo Municipio di Sona.