Coronavirus a Sona. L’arrivo della primavera nei giorni della quarantena, segno di speranza che si rinnova

Mentre eravamo ancora bloccati dalla quarantena, è arrivata la primavera: ce ne siamo accorti? Sempre chiusi in casa, a causa di un contagio malefico, l’abbiamo guardata dalla finestra.

Attraverso il vetro vedevamo che fuori qualcosa è cambiato perché si notano gli alberi sulla vicina collina che hanno il profilo più pieno, le piante dei ciliegi imbiancate, il prato è diventato più verde, il pendio lungo la strada coperto di fiori gialli: ci avvisano che è iniziata una nuova stagione.

Ma non l’abbiamo gustata; uscendo, gli siamo passati accanto, a passi svelti e con il viso mascherato, per fare i pochi passi fino all’edicola, l’abbiamo appena appena osservata, perché la mente era immersa in ben altri preoccupanti pensieri.

Ci domandiamo, ma perché tanto malessere! Abbiamo ferito o trascurato la nostra madre terra. Ma la terra, con le sue stagioni non si è fermata, prosegue il suo corso naturale anche senza di noi. Abbiamo capito quanto fosse importante avere un fazzoletto di prato davanti a casa, o mettere qualche piantina nel piccolo orto. Ora non si può. Si doveva stare buoni buoni in casa senza lamentarci, inventando lavoretti o riordinando qualche stanza.

Fuori il sole splendeva raggiante, l’aria era più mite e ci invitava ad assaporarne il tepore. Ma c’era un insistente virus coronato, prepotente e contagioso che ci bloccava sulla porta di casa, onde evitare il suo contatto.

Allora si è cambiata tattica, si faceva uso della digitronica, che ci costringeva a messaggi, ordini, saluti a visi noti e cari proiettati su un rettangolino di plastica traslucido senza un abbraccio o una carezza: c’era poco calore, era tutto così freddo, “senza ciucio” lo chiameremo in dialetto.

Leggendo un libro o viaggiando con la fantasia riempivamo quelle lunghe giornate in attesa di inebriarci in una nuova recuperata stagione.