Coronavirus a Sona: L’ansia da 4 maggio di noi fidanzati-congiunti (e il problema del LUQUOL)

Ci ho pensato: questi due mesi di quarantena sono simili ad un turno di lavoro. Quando inizi la mattina sei sempre piuttosto frastornato: ti sei svegliato da poco, hai fatto colazione di corsa, hai preso l’auto, il motorino o il bus per giungere sul luogo del misfatto in tutta fretta, hai parcheggiato sperando di aver chiuso la macchina e hai timbrato giusto in tempo per non perdere la mezz’ora e giustificare uno stupido ritardo.

Dopo circa una decina di minuti ti rendi conto: sono a lavoro. E si parte. Accendi il computer, organizzi il lavoro per la giornata, pulisci la scrivania, saluti per finta i tuoi colleghi.

Dopo qualche ora di lavoro puoi anche concederti una pausa caffè in solitaria. A quella macchinetta dove ormai camomilla e cioccolata calda hanno lo stesso sapore. Sembra sia permesso, se la mole di lavoro non è eccessiva, uscire dall’ingresso dello stabile e godersi la luce del sole, l’aria che stranamente non sa più di smog. Ne approfitti. È talmente strano che dopo pochi minuti rientri.

C’è un aggiornamento del software da fare, autorizzazioni per il trattamento dei dati personali da firmare, devi familiarizzare con la nuova interfaccia di lavoro e la home page, e il gioco è fatto. Tutto regolare. Metodico. Organizzato. Dopo un po’ addirittura le ore passano senza che neanche te ne accorga.

Finché non arriva Lui. Il desiderato, voluto, agognato ma nel contempo detestato. Quel personaggetto che resta in disparte tutto il giorno, silenzioso e paziente, pronto a farsi vivo quando il regista, di fretta, lo scaraventa senza tanti copioni sul palcoscenico. Sembra così a disagio, non se ne è reso conto nemmeno lui. Ebbene. E’ il momento di gloria atteso da tutta la giornata. Nonostante l’impreparazione, è impeccabile, ordinato, profumato. Stiamo parlando di Lui. Maria, apri la busta: L’Ultimo – presunto – Quarto d’Ora di Lavoro. Lo chiameremo, per amicizia: LUQUOL.

Il LUQUOL è un ragazzo simpatico, affabile, dedito alla professione e sempre pronto ad aiutare. Mai un’assenza, quasi mai un ritardo. A volte risulta eccessivamente chiacchierone, tende a trattenerti oltre l’orario d’ufficio. Ma lo perdoni: non ha molti amici e per guadagnare qualche Punto Bonus Paradiso un po’ di tempo con lui lo spendi volentieri.

Il problema? Che il tempo con lui non passa mai. Sono come gli ultimi dieci metri per un velocista. Gli ultimi sei minuti in forno di una prelibatissima torta fatta in casa. Come gli ultimi giorni di scuola di qualsiasi studente. Come i giorni prima di una laurea. Come i quindici secondi prima della consegna di un esame. Come quando ti scappa e aspetti che il bagno si liberi. Come gli ultimi giorni prima del 4 maggio. Eterni. Faticosi. Uno sforzo disumano.

A me non fa ridere che ci sia stato il primo maggio questo venerdì, sapete? Ha peggiorato terribilmente la situazione, perché ieri, secondo la mia logica di vita vissuta di quarantena, dovrebbe essere stata domenica. E oggi già lunedì. E invece no, è ancora domenica. Tutta questa fatica perché, non l’ho specificato, il fato voglia che io abbia un Congiunto. Anzi, poverino. IL Congiunto. Il mio congiunto è un fidanzato.

Per tutti noi con i complessi di inferiorità e senso di inadeguatezza cosmico, il congiunto fidanzato è, a pieno titolo, un Congiunto da tempi supplementari. Da recupero.

Eh sì, perché se ricordate, stando alle direttive della scorsa settimana, avrei potuto soltanto andare in visita alla pro cugina di mia zia di secondo grado, Giuseppina. Tutti i fidanzati e le fidanzate attuali si sentono un po’ come quelli che, quando giocavi in giardino alle elementari, erano dell’altra classe, chiedevano di unirsi e,  a seguito di una serie di insistenze e occhiatacce delle maestra, ti toccava dire: “dai, giocate anche voi, va bene”. Malvisti da tutto l’istituto perché un po’ sfigati.

Ecco in questi eterni giorni antecedenti il 4 maggio mi sento come un impiegato che pensa di aver finito il turno, e organizzando il turno per la settimana successiva, essendo venerdì, vede il LUQUOL arrivare alla scrivania, attaccare bottone come se non avesse una vita, degli affetti, una ragazza da qui andare a casa. Ma si sa, il LUQUOL è single. E mi sale lo sconforto. L’angoscia. Il male di vivere. L’odio smisurato verso qualunque forma di vita.

I minuti con lui, è inutile, non trascorrono. L’orologio è fermo. Forse bisogna cambiare le pile. Giammai. È tutto terribilmente vero. Sono però quei momenti in cui, stranamente, nonostante la stanchezza, il cervello rilascia sufficienti quantitativi di adrenalina, che aumentano il battito cardiaco, la sudorazione, i tremori, portandoti ad uno stato ansiogeno simil-euforico che non ti sai spiegare neanche tu.

E’ il momento del conto alla rovescia. Gli attimi prima del traguardo. E’ l’interminabile momento in cui hai di fronte il LUQUOL e dietro di lui l’orologio dell’ufficio.

E continui a guardare lui, e l’orologio. Lui e l’orologio. Senza farti troppo vedere perché risulteresti maleducata. Tendendo un orecchio alle sue parole inutili ma sentendoti nelle orecchie, ingombrante, il tuo ansiogeno battito cardiaco. La tua gola chiudersi e i piedi che se potessero scapperebbero da soli. Resta calma. Dritta. Sorridi.

Ci siamo quasi. Comunque si voglia, il tempo non si ferma, bello mio. E’ l’unica cosa che trascorre oltre la nostra volontà. E’ il bene più prezioso che abbiamo, per citare un autore di cui non mi ricordo il nome. La lancetta sembra rallentata, affaticata, affondata nelle sabbie mobili. Eppure. Sta arrivando alla sua isola felice, al riposo tanto agognato.

Ci siamo! “Aperitivo?” Chiede il LUQUOL. E tu, che sei gentile, annuisci silenziosamente. D’altronde è ancora domenica.