Coronavirus a Sona, la testimonianza di Monica. “New York City: l’emergenza e i paradossi americani”

Pubblichiamo la testimonianza di Monica Cristini, originaria di Lugagnano, che vive a New York lavorando ad un progetto culturale legato alla storia del teatro.

Quando si vive a New York, con un’emergenza sanitaria alle porte come quella che stiamo affrontando in questo periodo, la prima cosa a cui ci si trova a pensare sono i numeri: come può reagire una metropoli che conta più di venti milioni di abitanti, dei quali cinque e mezzo transitano in metropolitana ogni giorno, affollando le carrozze delle ore di punta? Come si può pensare ad un contenimento del virus in una città che ospita migliaia di immigrati clandestini, privi di lavoro e di un’assicurazione sanitaria che, se contagiati, non si recheranno mai in ospedale per timore di un’espulsione?

Questo è stato il mio primo pensiero, circa un mese fa, quando dagli Stati Uniti leggevo le notizie di quanto accadeva in Italia.

Fino a pochi giorni fa mi trovavo a New York, dove mi sono trasferita a inizio dicembre, per un periodo di ricerca con una borsa di studio europea (Marie Sklodowska Curie) per un progetto di tre anni, dei quali due da affrontare nella metropoli statunitense. A febbraio le mie giornate di lavoro al progetto MariBet dedicato al La Mama Experimental Theatre e al teatro Off-Off-Broadway degli anni Sessanta e Settanta – si dividevano tra la consultazione di documenti in archivio, le lezioni e gli incontri universitari, le serate in teatro e qualche cena con i nuovi amici. Nonostante la preoccupazione per quanto stava accadendo in Italia, il tempo scorreva veloce nella mia nuova routine. Finché non si è incominciato a parlare di Covid-19 anche in America e la routine si è spezzata.

La prima settimana di marzo, a New York ancora non c’era una reale percezione dell’emergenza in arrivo: molti guardavano alla situazione, cinese prima e italiana poi, con il rassicurante distacco dato dalle distanze geografiche.

Sono stata all’ultima riunione in dipartimento proprio in quei giorni e la notizia della chiusura di Columbia e New York University è arrivata inaspettata per me e i miei colleghi. Al termine dell’incontro, due ore più tardi, ci era pervenuta la comunicazione che anche la CUNY (City University of New York), della quale fa parte il Graduate Center che mi ospitava, avrebbe chiuso le attività dedicate a un pubblico numeroso, la mensa e la biblioteca. Il giorno seguente in archivio mi è stata comunicata una chiusura preventiva a tempo indeterminato. “Ecco”, ho pensato, “ci siamo”.
Ma così non è stato.

Al fattore preoccupante dei numeri si è aggiunto quello, altrettanto preoccupante, della lentezza nella presa di posizione di fronte alla prospettiva della diffusione del virus. A complicare ulteriormente le cose era il Presidente Trump il quale, ostinato nel minimizzare il problema, nelle sue conferenze stampa garantiva ai cittadini americani che quanto stava accadendo ormai in mezzo mondo non si sarebbe presentato negli Stati Uniti, che nel giro di qualche mese si sarebbe sviluppato un vaccino e rassicurava che non ci sarebbero stati cambiamenti nelle vite dei cittadini. Insomma, stando alle sue comunicazioni pareva che il popolo americano fosse magicamente immune al virus.

Ma per comprendere quanto è accaduto, e sta accadendo ora a New York, è necessario conoscere certe specifiche questioni politiche e culturali che mettono in evidenza alcuni dei grandi paradossi che caratterizzano e definiscono l’America.

Com’è noto, la vita negli Stati Uniti ruota innanzitutto intorno all’economia. Come in molti altri Stati, mi si potrebbe obiettare, ma per dare un’idea di quanto pesi il fattore economico su questo paese, si potrebbero mettere a confronto i titoli dei principali quotidiani italiani, europei e americani all’inizio della diffusione del Covid-19: se sulla nostra stampa la preoccupazione principale sembrava essere quella relativa alla risposta organizzativa e sanitaria alla previsione di un dilagare del virus, le testate americane riportavano in prima pagina, ogni giorno, le preoccupazioni per lo stato delle borse e le riflessioni sui possibili modi di affrontare la crisi economica che sarebbe arrivata insieme a quella sanitaria.

Una seconda questione, che ha pesato notevolmente sui tempi di reazione all’emergenza in arrivo, è stata determinata dall’assetto politico di un paese in cui Governatori e Sindaci hanno incominciato a sollecitare un intervento immediato dello Stato, mentre il Presidente sottovalutava il problema e non concedeva la possibilità di mettere in atto le necessarie misure cautelari. Fortunatamente, alcuni Governatori si sono assunti personalmente la responsabilità di prendere delle decisioni e attuare dei piani di contenimento, anche se parziale, del virus.

È il caso dello stato di New York, dove il Governatore in carica Andrew Cuomo si è dimostrato persona capace e pronta ad assumersi la responsabilità di decisioni importanti prese in autonomia. La prima azione è stata quella di far chiudere Broadway e i suoi teatri che contano migliaia di spettatori ogni sera; è arrivata poi la sospensione di grandi manifestazioni ed eventi pubblici, insieme alla chiusura di locali affollati e alla richiesta di provvedere autonomamente alla disponibilità dei test con i tamponi, di cui in tutti gli Stati Uniti si lamentava una preoccupante carenza.

Mentre però in Italia tra le prime misure attuate risalta la chiusura delle scuole, a New York una decisione in merito ha accusato un ritardo di quasi due settimane rispetto alle altre misure messe in atto. E qui arriva un altro dei grandi paradossi americani, emerso con evidenza nella metropoli: in una città che è simbolo della ricchezza, del benessere e delle possibilità di realizzare (ancora) il grande sogno americano, più del dieci percento dei bambini appartiene a famiglie che versano in un tale stato di povertà che l’unico pasto decente che viene loro garantito è proprio quello che gli viene offerto a scuola.

Il problema se lo è posto il Sindaco Bill de Blasio, che in un primo momento non si è sentito di negare quell’unico pasto ai bambini, insieme alla garanzia data alle famiglie di avere i figli accuditi in una struttura pubblica. Per questo motivo, le scuole sono state chiuse solo il 16 marzo, dopo aver preparato un piano per far fronte alla situazione. Emergenza nell’emergenza.

Nel frattempo è arrivato il permesso per gli Stati, da parte del Congresso, di gestire in autonomia la questione dei tamponi, ed è accaduto quanto mi aspettavo: nello stato di New York, il primo giorno, circa 500 persone sono risultate positive al Covid-19, metà delle quali a New York City. Dopo soli quattro giorni, il numero dei positivi in città era già salito a 5.500; dieci giorni dopo, il 26 marzo, il numero era di 23.000. Oggi i titoli del New York Times indicano lo stato di New York, e New York City nello specifico, quale epicentro del Covid-19 negli Stati Uniti.

Grande e diffusa è ora la preoccupazione da parte dei cittadini. La gente infatti ha cominciato a spostarsi a piedi o con mezzi propri per recarsi al lavoro ed evitare così la metropolitana, teme il peggio date l’inadeguatezza degli ospedali (di norma saturi in tutto il corso dell’anno), la carenza di apparecchiature mediche e la realtà di un sistema sanitario privato che offre possibilità di cura in relazione alla disponibilità economica del paziente.

Gli ultimi aggiornamenti, secondo quanto riportato dal New York Times di ieri, comunicano che i principali ospedali di Brooklyn e del Bronx sono già al collasso.