Coronavirus a Sona: “La mia vita di cassiera in un supermercato in questi giorni di emergenza”

Mentre alcune categorie di lavoratori in questo periodo sono obbligate ad un riposo forzato anche sul nostro territorio, altre invece si ritrovano a dover lavorare di più ed in condizioni inimmaginabili solo un mese fa. Incontro, via telefono, ovviamente, Maria che lavora in un supermercato della zona.

In che reparto lavori solitamente?

Io lavoro soprattutto in cucina per la gastronomia pronta, ma vado anche in pescheria e al banco pane.

Com’è lavorare in un supermercato oggi in piena emergenza coronavirus?

I primi giorni dopo lo scoppio dell’emergenza, a fine febbraio circa, è stato un delirio. La gente riempiva carrelli su carrelli, anche più persone per famiglia e più volte al giorno. È stato preso d’assalto di tutto. Generi di lunga durata, ma anche il fresco, verdura, carne, formaggi, salumi… Adesso la situazione sta rientrando e le vendite stanno forse addirittura calando. Fuori del supermercato c’è la coda fin dall’apertura perché gli ingressi sono contingentati.

Il lavoro all’interno del supermercato è cambiato? E la clientela?

Nelle forniture non ci sono state particolari difficoltà, ma per rifornire gli scaffali ed evitare una presenza massiccia di personale e clienti all’interno dei locali sono stati fatti anche dei turni serali-notturni. In questo modo si riusciva a lavorare meglio garantendo anche al personale la giusta distanza. Le abitudini di spesa della clientela sono tornate alla normalità. Forse, in prospettiva di un calo degli stipendi, qualcuno pone un po’ più di attenzione agli sfizi. Si è notato un calo nella gastronomia, per esempio, perché immagino si ha più tempo di cucinare e anche perché lavorando meno non si ha bisogno di molte cose già pronte.

Vi sono stati forniti i dispositivi di protezione individuale?

Sì, l’azienda è stata tempestiva nel fornirci mascherine e guanti. All’ingresso sono anche a disposizione dei clienti come anche il gel lavamani. Il momento di maggior contatto e vicinanza è quello alla cassa. Da qualche giorno i cassieri sono ulteriormente da protetti da una barriera in plexiglass.

E com’è il vostro umore? Vi sentite protetti?

Io mi sento abbastanza serena, ma per chi ha figli piccoli, oppure vive con genitori anziani o con persone con patologie che abbassano le difese immunitarie le preoccupazioni sono maggiori. Devo dire che anche la clientela, per la maggior parte si è adeguata alle nuove misure e sono solidali con noi. Hanno cominciato ad organizzarsi per venire il meno possibile. Purtroppo, ci sono ancora alcune persone che fanno resistenza e che si ostinano a fare la spesa quotidianamente. Non indossano mascherine o guanti.

Non hanno capito che la maggior protezione, per noi e per loro, sarebbe che ci fosse meno gente possibile in giro.

A volte si crea un certo nervosismo. D’altra parte fino all’altro giorno il nostro non era un lavoro rischioso. Chi sceglie, per esempio, di lavorare in ambulanza mette già in conto una percentuale di rischio. Ed ha un addestramento, delle procedure codificate per evitare i contagi, per esempio per l’Hiv o l’epatite, o per contenere una persona ubriaca o con un attacco di panico. Chi sceglie o comunque si trova a lavorare in un supermercato sicuramente non aveva mai pensato che potesse costargli la vita. Non abbiamo “l’addestramento mentale” o una preparazione specifica e nemmeno la vocazione.

Una domanda un po’ più leggera. È vero che il lievito di birra è diventato introvabile?

(Ride) Sì, è vero, non è una bufala.

Ci salutiamo nella speranza che tutto andrà bene, il mantra di questo 2020, sapendo però che per molti purtroppo è già andato tutto male.

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