Coronavirus a Sona. Il ritorno a messa e l’obbedienza che ci rende protagonisti. La riflessione del Parroco di Lugagnano don Pietro Pasqualotto

Eureka! (trovato) ha pronunciato Archimede di fronte alla sua scoperta. Eureka! viene spontaneo dire a noi, all’indomani della firma del protocollo tra il Governo e la Conferenza Episcopale Italiana, riguardante la graduale ripresa delle celebrazioni liturgiche con il popolo. Tanto ci voleva – avrà pensato qualcuno – visto che si sono occupati di tutte le categorie meno che della dimensione spirituale e liturgica dei fedeli? Trattasi di un diritto fondamentale tutelato dalla Costituzione! E ora ci siamo!

In questa settimana abbiamo potuto rivedere la nostra gente riappropriarsi della Chiesa e della celebrazione eucaristica, seguita finora attraverso i canali radiotelevisivi, di portata nazionale o più rudimentali, ma non meno efficienti ed efficaci, nati in Parrocchia. Ma a quale prezzo!

Posti in chiesa più che dimezzati rispetto alla capienza solita, mantenimento di distanze, sanificazione dei banchi e delle sedie, porte diversificate per ingressi ed uscite e… altro ancora.

Certo che immaginavo questo momento ben diverso. Quante volte il cuore ha sussultato e si è emozionato pensando a come sarebbe stato bello rivedere i fedeli di nuovo frequentare la Messa domenicale, poterci salutare anche se non ancora abbracciare, scambiare parole guardandosi negli occhi e assaporando quanto ci è mancata la dimensione relazionale fisica.

E invece… niente di tutto questo. Ci ritroviamo ad organizzare la ripresa come fossimo piccoli manager alle prese con star internazionali che tengono i loro concerti sapendo che chi partecipa ha fatto la fila per entrare ha prenotato il biglietto da tempo, ha dovuto dar retta a personale di servizio.

Sono alquanto confuso, un po’ preoccupato ma ogni tanto mi sovviene un sorriso pensando che si potranno verificare scene comiche degne di “Paperissima” (senza offesa per nessuno). Ad epiloghi polemici o addirittura a scene di protesta, non voglio nemmeno pensarci.

Detto questo mi permetto alcune considerazioni.

Per quanto la nostra società si sia laicizzata e la dimensione religiosa sia appannaggio sempre più di una minoranza, non conosciamo ristrettezze a riguardo della libertà religiosa. Siamo persone libere di frequentare la Chiesa, di scegliere l’orario della celebrazione che più ci conviene, alla Messa si accede liberamente senza prenotazioni perché qualora non ci fossero più posti a sedere si rimane in piedi. Ora non è così. E ci troviamo spiazzati.

Una prima questione è quindi tener distinto ciò che si riferisce ad un’emergenza, più o meno prolungata (non sappiamo) e l’essere privati di un diritto fondamentale. Nel primo caso è necessario adattarsi e pazientare vivendo il tutto con senso di responsabilità e di collaborazione anche se può costare fatica e serve “allenamento” per abituarsi alla nuova condizione.

La seconda questione attiene alla collaborazione. Questa emergenza ci ha messo nella condizione, non solo di rispettare delle norme, ma soprattutto di farlo con senso di responsabilità.

Nella lettera a Diogneto (testo cristiano in greco antico di autore anonimo, risalente probabilmente alla seconda metà del II secolo) si legge I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita Speciale […] Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale […] Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi”.

L’obbedienza non è cieca ossequienza ma “ob audire” ascoltare stando di fronte per capire e comprendere cosa mi viene chiesto.

Chi obbedisce non annulla la sua libertà, ma la esalta. Non mortifica i suoi talenti, ma li traffica nella logica della domanda e dell’offerta. Non si avvilisce all’umiliante ruolo dell’automa, ma mette in moto i meccanismi più profondi dell’ascolto e del dialogo. C’è una frase che fino a qualche tempo fa si pensava fosse un ritrovato degli anni della contestazione: “obbedire in piedi”. Sembra una frase sospetta, da prendere, comunque, con le molle. Invece è la scoperta dell’autentica natura dell’obbedienza, la cui dinamica suppone uno che parli e l’altro che risponda.

Uno che faccia la proposta con rispetto, e l’altro che vi aderisca con amore. Uno che additi un progetto senza ombra di violenza, e l’altro che con gioia ne interiorizzi l’indicazione. In effetti, si può obbedire solo stando in piedi. In ginocchio si soggiace, non si obbedisce. Si soccombe, non si ama. Ci si rassegna, non si collabora.

Anche nel caso della ripresa della Messa, sarà necessario rispettare le condizioni che sono state poste per salvaguardare la salute propria ed altrui facendolo nell’ottica di una vera obbedienza in piedi, da protagonisti.

E qui non posso esimermi dal ringraziare fin d’ora tutti coloro che si sono resi disponibili a vario titolo per dare una mano, e continueranno a farlo, perché tutto si svolga in modo sereno.

Concludo dicendo: “comunque vada sarà un successo”.

Nella foto, l’organo della chiesa di Lugagnano.

Don Pietro Pasqualotto

About Don Pietro Pasqualotto

Don Pietro Pasqualotto è coparroco di Lugagnano dal 2017. Sulla rivista cartacea del Baco tiene una rubrica di approfondimento e riflessione dal titolo "La rete di (don) Pietro"

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