Coronavirus a Sona: il rischio panico creato dalle bufale via WhatsApp e l’importanza del nostro senso critico

Nei giorni drammatici della pandemia, preoccupano anche gli effetti della circolazione incontrollata di bufale, che rimbalzano sui social network, e da telefono a telefono, rendendo in pochissimo tempo del tutto impossibile risalire alla loro origine.

Le fake news affondano le loro radici in una vulnerabilità emotiva che, davanti alla minaccia attuale, è alla spasmodica ricerca di informazioni a cui aggrapparsi.

E, in questo bombardamento quotidiano di “conoscenze” distillate su WhatsApp, si ha a volte l’impressione di non sapere più a cosa credere e a cosa no.

A Sona la situazione è così sfuggita di mano che, qualche giorno fa, è addirittura dovuto intervenire il Sindaco Gianluigi Mazzi che, tramite la sua pagina Facebook, si è rivolto così ai cittadini: “Ho capito che qualcuno di voi non ha ben chiaro la differenza tra veicolare notizie vere ed utili per affrontare l’emergenza Coronavirus e quello di veicolare notizie false, ridicole e soprattutto che possono generare un ulteriore carico di lavoro al personale che opera in Municipio (e al Sindaco) costretti a rispondere a delle vere e proprie bufale”.

E ha dovuto essere la voce istituzionale del Sindaco a chiarire ai cittadini che non passerà nessun elicottero a fare la disinfestazione, non verranno ridotte le pensioni e non ci sono emergenze alimentari.

Il primo cittadino, alle prese con le misure per contenere l’epidemia, quindi con in testa questioni ben più pesanti da affrontare, è arrivato a concludere: “Avviso che se dovesse continuare questa stupida situazione e dovesse essere inoltrato a me o ad un gruppo (dove sono presente) una nuova fake news mi attiverò immediatamente per denunciare la persona per procurato allarme”.

La prima bufala è arrivata in concomitanza con l’emergenza nel Nord Italia: tutti ricordiamo l’audio di quel sabato pomeriggio sui due casi positivi all’ospedale di Peschiera, informazione rivelatasi subito assolutamente infondata. Ma più di qualcuno ci ha creduto, ed è iniziato il balletto degli inoltri, insieme al panico, immotivato, che iniziava a salire e che sarebbe poi esploso nei giorni successivi, con l’assalto ai supermercati e la corsa alle mascherine.

E poi, nelle ultime settimane, le bufale sono piovute una dopo l’altra: gli elicotteri che sarebbero passati dalle 23 alle 5 per fare la disinfestazione della città, e quindi biancheria e animali in casa; la possibilità che venisse dichiarato il “biocontenimento BSL-4” se entro il 15 marzo l’epidemia non fosse stata contenuta, misura che avrebbe comportato la quarantena domiciliare per tutti, con un solo membro per famiglia “dotato del kit necessario per recarsi ai checkpoint militari approntati per i rifornimenti necessari”; l’invito a lasciare fuori di casa le scarpe, perché il virus resterebbe vivo sull’asfalto nove giorni.

E poi, la fake news tutta sonese: avrebbero allestito delle tendopoli davanti alla Grande Mela, per ospitare le persone contagiate.

Un antidoto alle bufale c’è: è il senso critico. Il tempo che ci vuole a inoltrare un WhatsApp a qualche amico è più o meno lo stesso che occorre per digitare su Google qualche parola chiave del messaggio: nella maggior parte dei casi, la verifica è veramente rapida.

Basta davvero pochissimo per rendersi conto che il testo che si sta contribuendo a diffondere è una bufala bell’e buona, pronta per essere ingurgitata acriticamente e fare il lavoro per cui è stata creata: alimentare la disinformazione, instillare preoccupazioni infondate (come se non ne avessimo già abbastanza di quelle fondate!) e riempire le schermate dei saccenti da tastiera.

L’informazione attendibile e verificata c’è. Ci sono fonti giornalistiche che stanno facendo un lavoro eccelso. Ci sono le competenze e il sapere dei ricercatori. E ci sono i medici, gli infermieri, gli operatori sanitari che sono in prima linea e che, da dentro l’emergenza, raccontano la situazione a partire dalla loro esperienza. Che è esperienza vera, a differenza di quella dell’“amico medico” a cui fanno riferimento certe bufale per dare una sembianza di autorevolezza ai loro veleni informativi.

In un tempo così difficile, non possiamo fare a meno del senso critico. Teniamocele strette la possibilità e la capacità di distinguere il vero dal falso, perché sono indice della nostra libertà. Che va coltivata e tutelata, a maggior ragione in una situazione di emergenza, dove c’è il forte rischio di diventare schiavi del panico o dell’ignoranza travestita da saccenza.

Federica Valbusa

About Federica Valbusa

Nata nel 1988, coltiva la passione per la scrittura fin da quando era bambina. Ha iniziato a scrivere per Il Baco da Seta nel 2005, all’età di 17 anni. Dopo la maturità classica, ha conseguito la laurea triennale in Filosofia e la laurea magistrale in Scienze filosofiche presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Dal febbraio del 2011 è iscritta all’Ordine dei giornalisti, elenco dei pubblicisti, del Veneto e da qualche anno è collaboratrice del quotidiano L’Arena.

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