Coronavirus a Sona. Il racconto di Gabriella, infermiera nel reparto di Malattie Infettive dell’Ospedale di Borgo Roma

Quella degli operatori sanitari è una battaglia quotidiana che viene combattuta ogni giorno. Gabriella, infermiera del reparto di Malattie Infettive dell’Ospedale di Borgo Roma e residente nel nostro Comune, racconta la sua esperienza in questo periodo così difficile. La sua però, è anche la storia di chi vive a contatto ogni giorno e in prima persona con il coronavirus, semplicemente facendo il proprio mestiere.

Come vivete la situazione voi operatori sanitari in questo momento così complicato?

Da quando è scoppiata questa crisi, le giornate al lavoro non sono più uguali a quelle che sono sempre state. Comincia il turno, ed ecco che comincia anche il continuo andirivieni di persone da dover assistere: ma non è un via vai qualunque, è un via vai raddoppiato rispetto a prima, un via vai che necessita di procedure speciali, un via vai che non lascia spazio a momenti di pausa.

Come comincia il turno di lavoro?

Per prima cosa bisogna vestirsi: noi infermieri e medici, oltre alla normale divisa, dobbiamo indossare un sopra-camice impermeabile, una mascherina filtrante, la visiera protettiva e un doppio paio di guanti. Quando il paziente arriva, ha già addosso la maschera, noi lo portiamo in stanza e iniziamo a somministrargli le terapie. Gli si misura la temperatura, spesso gli si mette l’ossigeno e si attendono le disposizioni del medico. Il passaggio più pericoloso però, quello in cui c’è il rischio di contrarre il virus, è il momento della svestizione. Infatti, essendo un’infezione che si può contrarre sia per via aerea sia da contatto, bisogna seguire dei procedimenti accurati e ben dettagliati per togliersi il tutto. Ed è qui che ci si rende conto di quanta fatica si fa per dedicarsi ad un’unica persona: il tempo è poco, le cose da fare sono molte e prima di entrare in contatto con ogni paziente bisogna prima vestirsi e poi svestirsi, sempre.

Le ore di lavoro sono aumentate?

Per fortuna, il numero di ore per noi infermieri è sempre lo stesso. Quelli che sono aumentati sono i posti letto per i ricoverati e il personale di supporto. Solo i medici sforano l’orario, ma per loro è una consuetudine… la fatica però è tanta per tutti.

Come sono i contatti con vostri i pazienti?

Cerchiamo di ridurli al minimo, facendo tutto il possibile per curarli. Il cibo e le medicine, per chi è autonomo, vengono passati ai ricoverati attraverso uno sportellino posizionato nell’anticamera della stanza, che noi chiamiamo la “zona filtro”. Le camere sono tutte a pressione negativa, così l’aria entra ma non esce. Entriamo nelle camere solo lo stretto indispensabile, ma la maggior parte delle ore la passiamo comunque a correre da una stanza all’altra per fare assistenza. La cosa più triste però è sapere che sono completamente soli… non possono avere nessun contatto con l’esterno e con i parenti. E se si aggravano, rischiano davvero di non vedere più nessuno.

Ha paura del virus?

Ognuno di noi è consapevole del rischio che corre, ma fa parte del mestiere, e lo si sa fin dall’inizio. Per noi infermieri e medici del reparto di malattie infettive, essere esposti al Covid non è diverso dall’essere esposti all’HIV o alla tubercolosi. Siamo stati formati per affrontare epidemie come l’ebola o la Sars, ma la verità è che non abbiamo mai vissuto nulla di simile prima d’ora. La paura, invece, è quella di sbagliare: a somministrare i farmaci o a non eseguire correttamente tutte le procedure. Lo stress è tanto e spesso arriviamo a fine turno stremati dalla stanchezza. Soprattutto perché ci sono tante cose da fare contemporaneamente, ma tutte dovendo seguire le apposite procedure. Ma noi ce la mettiamo tutta… e se, stando a casa, ognuno farà la sua parte, potremmo davvero, tutti insieme, sconfiggere questo virus.

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