Coronavirus a Sona: Il Covid-19 mi sta insegnando a non temere le mie paure. Anche per il futuro

Portrait of young woman.

Ci si abitua a tutto. Anche al Coronavirus. Dicono che per far sì che un comportamento diventi un’abitudine e si sedimenti ci vogliano 21 giorni. Ebbene, alla “Settimana Tre” della quarantena mi sono resa conto che, tutto sommato, me ne sono fatta una ragione, mi ci sono abituata. Alla faccia TUA, Covid. E posso affermare a gran voce: “Covid, non mi avrai, né ora né mai!”.

Sto rispettando le regole, ho trovato una routine, mi vesto addirittura con cura tutti i giorni e mi sto anche depilando. Da non credere, eh?
Ad ogni modo, anche se sono tutta infervorata, i giorni NO persistono. Sono ancora compresi nel contratto. Fa parte delle cose, sarebbe decisamente troppo noioso essere sempre al top. Quindi, caro virus, qualche giorno No te lo concedo.

Ovviamente svariate cose mi rompono ancora parecchio: non vedere nessun altro essere vivente al di fuori dei miei parenti e dei miei animali domestici, non potermi assembrare e fare confusione con altre persone, non poter andare a farmi un giro dove voglio eccetera eccetera, le cose che mancano a chiunque.

Ma, al netto di ciò, ho fatto pace, caro virus, con i miei desideri. Siamo in armistizio. Non so quando mai li potrò soddisfare, non ha senso stare con l’angoscia di fare il conto alla rovescia come al 31 dicembre. Loro sono tranquilli, addomesticati, sedati e in attesa di un mio segnale fino a nuove disposizioni. Tollerano un po’ di frustrazione, che male non gli fa.

Un elemento fondamentale di cui mi sono resa contro dalla Settimana Tre, è che nel corso di  questa quarantena, inizialmente senza darci troppo peso, ho affrontato una delle mie più grandi paure; il fardello che dalle elementari mi ha tormentata nei rari momenti di libertà psichica che mi concedevo tra una tabellina e l’altra; la punizione che la vita mi avrebbe inflitto al compiersi dei miei doveri da adulta; l’incubo che arriva al centro della mia iperattività e della mia insonnia: la pensione.

Voi scherzate, ma sapete quanto tempo è che ci penso? Voglio dire, riflettiamo un attimo: è dall’età di sei anni e mezzo che la vita di qualsiasi bambino e giovane adulto è perennemente organizzata. Per martedì ci sono questi compiti, il giovedì allenamento, lunedì pomeriggio catechismo, venerdì la pizza coi cugini e a letto presto, sabato si va a salutare i nonni col cronometro in mano perché comunque ci sono i compiti da fare. Poi cresci, hai gli esami, le cene di Natale da organizzare due mesi prima, i concerti, le feste, le amiche da incastrare coi morosi, i film da vedere alla tivù nell’unica serata libera che ti rimane tra il corso di teatro e il corso di spagnolo. Una vita totalmente, e giustamente, organizzata.

Chi ha tempo di pensare alla noia, all’ozio, al riposo, all’incertezza di giornate senza apparenti tabelle di marcia, insomma, alla pensione? Chi può mia averci riflettuto a fondo se non durante uno stop mondiale obbligato da una pandemia?

Vi assicuro che il pensiero di essere una pensionata, con un tempo libero sostanzialmente illimitato, con un’organizzazione improvvisata, e scarsa, mi ha sempre destabilizzata. Già a dodici anni scorgevo davanti a me giornate infinite, senza scadenze, senza compiti, senza cose da consegnare, filastrocche da imparare, cartellini da timbrare. Insomma, l’assenza di obblighi mi mandava in paranoia. E mi domandavo, di continuo: “ma IO in pensione come farò?”.

I miei nonni poi non sono stati l’esempio da manuale della pensione: non erano mai a casa, presidenti di svariate associazioni, sempre indaffarati, aderenti al gruppo dell’ammalato, animatrici delle case di riposo. vi sembra un esempio di pensione? No. Perciò l’incubo della pensione a me pareva ancora più oscuro, perché i miei nonni non erano come i nonni di tante mie amiche: sul divano a guardare la tivù e fare la maglia vicino al camino. Se una cosa non la conosci, non la annusi, non la tocchi e non la sperimenti, fa una grandissima paura.

Ma Tu, Covid, mi hai insegnato anche a non aver paura delle mie paure, che è tutta una questione di mentalità. Me le hai sbattute davanti, queste paure, e mi hai obbligato ad averci prematuramente a che fare.

Ebbene, le sto addomesticando. So già come potrò gestire la mia pensione, senza alcun tipo di problema: userò gli stessi ritmi di adesso con qualche ruga in più. E la affronterò con il sorriso, caro Covid, perché ormai sarò allenatissima, una vera esperta di giornate lunghe, apparentemente vuote, in solitaria. La parola “ansia” non farà più parte del mio vocabolario da anni, quando sarò una felice pensionata. E nemmeno la parola “noia”. Nossignore. Sarò preparatissima.

E in questo tempo d’allenamento per la vita che sarà, ribadisco che non ho ancora trovato da nessuna parte il bottone “Stop Quarantena”.

E nonostante ciò, caro Virus, nemmeno allora cadrò nel tuo tranello di vedermi sbarellare il giorno che apriranno le gabbie. Nossignore. Questa soddisfazione non te la darò.