Coronavirus a Sona. Come affrontare la rabbia e l’aggressività nei giorni della quarantena? L’intervento della psicoterapeuta del Baco

Nel suo intervento, la sera del 26 aprile, il premier Conte presentando il nuovo DPCM ha detto “potremmo affidarci al risentimento, alla rabbia, al ricercare un colpevole: potremmo prendercela con chiunque ci capiti a tiro, in famiglia, con i familiari, con l’Europa, con il governo, con i politici, con le regioni, con la stampa”. E c’è da dire che sì, nelle ultime settimane ci siamo affidati al risentimento e alla rabbia anche più di quanto facessimo prima (che già non era poco!). Ce la siamo presa, e ce la stiamo prendendo, davvero con chiunque ci capiti a tiro.

Il problema non è tanto la rabbia, quanto l’aggressività. Che differenza c’è? La rabbia è un’emozione, l’aggressività è un comportamento.

La rabbia è un’emozione. È molto antica, la provavano i nostri antenati che vivevano nelle caverne, la provano gli animali e la provano i bambini. Tutti la proviamo.

L’aggressività è un comportamento. L’uomo primitivo, se attaccato, rispondeva attaccando. Il cane del vicino, se gli porto via la ciotola da cui stava mangiando, abbaia e cerca di mordermi. Mio figlio di tre anni, se la sorella gli porta via il giocattolo che aveva in mano, urla e la spinge.

La rabbia spesso è seguita dall’aggressività perché la rabbia è l’emozione che provo quando qualcosa in qualche modo mi ostacola o ostacola i miei obiettivi, e l’aggressività è il comportamento che mi permette di riprendere in mano la situazione.

O almeno, questo vale per l’uomo delle caverne (che attacca il nemico e lo fa scappare), per il cane del vicino (che abbaiando e mordendo ottiene indietro la sua ciotola), e per mio figlio di 3 anni (che urlando e spingendo la sorella ottiene indietro il suo giocattolo). Non vale per noi, o almeno non sempre.

Se mi si blocca il computer proprio nel momento in cui sto scrivendo questo articolo, questo mi fa arrabbiare, magari mi scappa qualche parolaccia, e l’istinto che provo è quello di lanciare il computer per terra. Posso proprio sentire il calore nelle braccia, uno dei sintomi tipici della rabbia. Lanciare il computer per terra forse placherebbe questo calore alle braccia, ma mi creerebbe un problema ben più grave: il computer si romperebbe e dovrei farlo riparare o ricomprarlo.

Fortunatamente, a differenza dell’uomo primitivo, del cane del mio vicino, e di mio figlio di tre anni, ho una parte di cervello, che si chiama lobo frontale, che mi permette di considerare le conseguenze delle mie azioni e di decidere che non mi conviene dar sfogo alla mia rabbia.

Probabilmente il dilagare di rabbia e aggressività a cui stiamo assistendo, sui social ma non solo, è causato in buona parte dalla totale mancanza di conseguenze negative che hanno i nostri comportamenti. Mio figlio sta imparando che spingere la sorella probabilmente gli farà avere indietro il suo giocattolo, ma gli farà avere anche una sgridata. E noi?

Cosa succede se alziamo la voce contro il ciclista che non ha la mascherina messa bene sul naso, o contro il vicino che fa lavatrici tutto il giorno o contro il Comune o la Regione o lo Stato che non fanno quello che dovrebbero fare? Nulla di negativo… Anzi, probabilmente se scriviamo un post pieno di rabbia su Facebook troviamo pure un sacco di gente che nei commenti ci dà ragione e rincara la dose. Banalmente, chi non condivide le mie idee probabilmente mi ignora proprio, e il mio post quindi verrà letto e commentato solo da chi la pensa come me, in un circolo vizioso impossibile da interrompere.

Perché non proviamo a fermarci, e ad usare quel lobo frontale che impedisce a me di lanciare per terra il computer bloccato? Proviamo a farci qualche domanda. A che cosa serve urlare? Siamo così sicuri di avere la verità in tasca? Le cose sono proprio così come le pensiamo noi? Davvero le cose non possono essere guardate da un’altra prospettiva? E anche se avessimo ragione, davvero questo è il modo migliore per portare avanti le nostre idee?

Paola Spera
Nata a Verona il 3 febbraio 1981. Originaria di Lugagnano, lavora come psicologa psicoterapeuta. Collabora con il Baco dal 2010.