Coronavirus: “A New York si faticava a trovare beni di prima necessità, ma abbiamo sempre potuto uscire”. Marcello di San Giorgio in Salici

Ad inizio aprile, in piena emergenza Covid19, abbiamo pubblicato una prima testimonianza di come oltreoceano veniva vissuta questa particolare esperienza, grazie alla disponibilità di Marcello Ferrari, di San Giorgio in Salici, da qualche anno residente nel New Jersey a due passi da New York.

A distanza di quasi due mesi dall’inizio dell’emergenza sanitaria siamo tornati a chiedere a Marcello un punto della situazione che vi riportiamo di seguito.

L’emergenza Coronavirus negli Stati Uniti è iniziata attorno al 15 di marzo ed il suo impatto fatto di distanze, mascherine e preoccupazione, sta purtroppo diventando sempre di più la nuova normalità. Queste settimane sono state abbastanza particolari da tre principali punti di vista: lavorativo, sociale e psicologico.

La situazione socio-lavorativa è cambiata totalmente. Nell’area dove mi trovo (ndr. Rutherford nel New Jersey a due passi da New York), a febbraio di quest’anno era stato raggiunto il minimo storico del livello di disoccupazione, attorno a circa il 3%. Ora però la situazione si è completamente invertita ed ha raggiunto quasi il 15% in tempo record. Negli Stati Uniti infatti non esiste un meccanismo simile alla cassa integrazione in Italia, ma l’unico aiuto ricevuto dai lavoratori dipendenti è la disoccupazione.

Questa, vista la situazione di emergenza, è stata fortemente integrata con misure di supporto addizionale tanto che, per le fasce di reddito più basse, ci sono persone che guadagnano di più ora in disoccupazione di quanto percepissero quando lavoravano. Si tratta però di una situazione temporanea che è prevista terminare verso la fine di giugno nella speranza di un drastico miglioramento.

L’approccio degli Stati di New York e New Jersey della gestione della pandemia è stato speculare e pressoché identico a quello italiano. Tutte le aziende considerate “non essenziali” sono state costrette a chiudere fino a data da determinarsi e sono tutt’ora chiuse. Il settore della ristorazione è rimasto aperto sin dall’inizio ma solo per consegna a domicilio o take out. Il settore retail è ancora completamente chiuso e non ci sono al momento indicazioni che facciano pensare ad una riapertura a breve. Queste decisioni sono state quelle che hanno appunto causato la perdita del posto di lavoro per milioni persone che si sono trovate a dover richiedere il sussidio di disoccupazione.

Il settore dell’e-commerce è rimasto aperto con non poche polemiche in quanto, nei magazzini del colosso Amazon, sono state rilevate decine e decine di contagi che hanno portato i dipendenti a scioperare oltre che a denunciare il datore di lavoro.

Io personalmente, faccio parte dei fortunati che hanno potuto continuare a lavorare, in quanto l’azienda dove lavoro si occupa di distribuzione ed ho potuto svolgere la maggior parte delle mie mansioni da casa, limitando la mia presenza in ufficio ad una o due volte a settimana. Questo mi ha aiutato a gestire l’ansia e la preoccupazione di poter essere contagiato. Tutt’ora rimane un po’ di ansia e preoccupazione di poter essere contagiato in quanto mi trovo a 7mila chilometri di distanza dalla mia famiglia quindi, se dovessi avere bisogno di qualcosa, potrei fare affidamento solamente ad amici conosciuti qui in questi anni.

La situazione però più paradossale in cui mi sono trovato è quella riguardante la mancanza di prodotti nei supermercati. Non avrei mai pensato che negli Stati Uniti D’America e in particolare nelle zone limitrofe a New York, si potesse andare al supermercato e non trovare prodotti base quali carta igienica, acqua, carne, surgelati e prodotti per la pulizia. Stando a quanto è stato detto, pare che questo problema fosse dato dal fatto che tutto d’un tratto la popolazione si è fatta prendere dal panico ed ha fatto scorte enormi di prodotti, come generalmente viene fatto con un uragano in arrivo. L’unica differenza è che invece che durare una settimana, questa situazione è durata per quasi due mesi. A questo si è aggiunto anche il fatto che alcuni impianti di produzione/lavorazione della carne sono stati focolai dove il virus si è diffuso e quindi sono stati obbligati a chiudere per diversi giorni.

Ad ora la situazione si è un po’ più normalizzata e fortunatamente si riescono a trovare di nuovo questi beni di prima necessità ma è stata una situazione che mi ha lasciato incredulo e in cui mai avrei pensato di ritrovarmi. Mentre fino a qualche settimana fa mi limitavo ad acquistare solamente il minimo indispensabile, ora ho imparato che fare una minima scorta aggiuntiva, soprattutto di prodotti non deperibili quali disinfettanti e… carta igienica!

Per quanto riguarda invece la gestione dell’emergenza sanitaria dal punto di vista ospedaliero, è stato interessante vedere giorno per giorno come i singoli Stati e l’agenzia federale hanno gestito/collaborato nell’emergenza.

Si è trattato di un vero e proprio tiro alla fune per settimane in cui i Governatori, in particolare di New York e del New Jersey, chiedevano aiuto al Presidente degli Stati Uniti sostenendo di non essere supportati abbastanza con l’invio di prodotti fondamentali quali ventilatori e materiale di protezione come mascherine e camici. Non sempre i botta e risposta sono stati particolarmente amichevoli ma credo che alla fine questa modalità abbia funzionato abbastanza bene in quanto tutti sono riusciti ad ottenere i materiali necessari a superare il picco dell’emergenza ed ora gli ospedali si stanno lentamente svuotando. Questo mi fa sentire un po’ più tranquillo in quanto, per lo meno se mai dovessi avere la sfortuna di essere contagiato, non ci troviamo più in una situazione di panico totale.

Le indicazioni di comportamento date qui da noi sono state leggermente diverse da quelle date in Italia.

Mentre in Italia infatti è stato fondamentalmente chiesto/imposto di non uscire da casa se non per motivi essenziali, qui da noi è stato certamente chiesto di uscire il meno possibile ma allo stesso tempo è stato incentivato l’uscire una volta al giorno per una passeggiata mantenendo distanze sociali di sicurezza e coprendosi bocca e naso con la mascherina.

Ciò credo sia stato fatto principalmente per due motivi: limitare per quanto possibile l’insorgere o l’acutizzarsi di problemi psicologici quali depressione, ed evitare un aumento eccessivo di problemi legati all’obesità che è sempre un tema abbastanza problematico da queste parti. Devo dire che questa modalità di agire mi ha trovato particolarmente d’accordo ed ogni qualvolta mi sono ritrovato ad uscire per strada ho sempre trovato persone molto rispettose delle regole.

Purtroppo, non credo questa situazione si risolverà a breve quindi ora la mia curiosità, come quella di tutto il mondo, è di capire come saremo in grado di reinventare la nostra vita con tutte queste limitazioni. Sicuramente sono fiducioso sul fatto che abbiamo tutti imparato molto negli ultimi due mesi e che anche se dovesse esserci una seconda ondata di contagi saremo tutti molto più preparati sul come comportarci. Ovviamente la speranza è che ciò non accada e che si riesca a trovare intanto una cura efficace al più presto grazie a questo vaccino su cui tutto il mondo sta lavorando.

Chiaramente nessuno di noi si sarebbe mai voluto trovare in questa situazione ma cercando di trovare un minimo di lato positivo da ogni circostanza credo che da ciò che è accaduto in queste ultime settimane abbiamo tutti imparato ad apprezzare ancor più di prima la libertà di poter uscire dalle nostre case quando vogliamo ma soprattutto il fatto di essere in salute e poter condividere con i nostri cari, fisicamente o virtualmente, ogni singolo giorno della nostra vita.

Enrico Olioso

About Enrico Olioso

Nato a Bussolengo il 16 agosto 1964, risiede dall’età di 5 anni a Sona (i primi 5 anni a Lugagnano). Sposato con due figli. Attivo nel mondo del volontariato fin dall’adolescenza, ha fatto anche esperienza di cooperazione sociale. È presidente dell’associazione Cav. Romani e socio Avis dal 1984. Fa parte della redazione di Sona del Baco da Seta dal 2002. È tra gli ideatori del progetto Associazioni di Sona in rete attivato nel settembre 2014.

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