“Con impegno si raggiungono i sogni”. Massimo, da Palazzolo a Cambridge

Massimo si sveglia la mattina alle 7:30, fa colazione e va al lavoro, in macchina o in bici, per diciassette chilometri. “L’orario di lavoro e’ dalle 9 alle 15.30 circa, con mezz’ora di pausa pranzo, ma dal capo in giù siamo tutti abbastanza elastici. Regimentare la ricerca di solito non e’ semplice e non funziona nemmeno tanto bene. Se si sta lavorando a qualcosa di nuovo, non si può sempre aprire un libro e cercare la soluzione, perché a volte la soluzione non c’e’ ancora. E molto spesso si va per prove e per errori, quindi ci sono fasi in cui predire cosa funzionerà, e cosa no, è un po’ un esercizio di divinazione. La giornata tipo varia moltissimo a seconda di quel che c’e’ da fare, non e’ un lavoro abitudinario. A volte possiamo prendercela molto comoda, altre volte se c’è qualche scadenza in agguato si passa il fine settimana a lavorare, dipende. In generale si lavora al progetto in cui si è impegnati, o applicando quel che si sa, o leggendo per imparare che serve e non si sa ancora. In genere le fasi iniziali di un progetto sono un puzzle, col tempo i contorni diventano più definiti. Oppure, se un pezzo di lavoro è completo, si scrive un articolo per un giornale o una conferenza, o si prepara una presentazione per un meeting di lavoro, etc. Nel tempo libero esco o faccio sport, che è anche un buon modo per socializzare, soprattutto quando ci si sposta in un posto nuovo e non si conosce nessuno.”. Questa è la vita di Massimo Lai, 33 anni da Palazzolo, che ha una differenza sostanziale dalla nostra e cioè che lui parla inglese! Questo perché lui lavora all’Università di Cambridge da quasi otto anni.

“Vivo a Cambridge, che e’ una cittadina di poco più di 100.000 abitanti, quindi per me è la ‘giusta misura’ (in mezz’ora di bicicletta si va comodamente da un capo all’altro). Attualmente lavoro come ricercatore, in un gruppo che si occupa di modelli matematici e computazionali per la biologia. L’area di studio si chiama ‘neurobiologia computazionale’ o qualcosa di simile. La scelta di nomi ‘ganzi’ è un’attività che a molti scienziati piace quasi più della ricerca in sé, quindi non me ne preoccuperei troppo. Siamo finanziati da un consorzio europeo che coinvolge molti gruppi di diverse università, e studia il funzionamento di determinati tipi di sinapsi (Ndr “giunzioni” tra cellule cerebrali). Sono sistemi piccoli ma complessi, perché in una sferetta di meno di un millesimo di millimetro coesistono più di 1000 tipi diversi di proteine, non tutte ben identificate, che lavorano alla trasmissione dei segnali nervosi. Molte patologie nervose, schizofrenia ad esempio, sono dovute – ci spiega Massimo – a malfunzionamenti a livello delle sinapsi, quindi l’idea di mappare e modellare le interazioni mira ad avere una idea di come questi sistemi funzionano, di cosa può andare storto quando non funzionano, e di come progettare terapie mirate. Sono idee ancora in fase embrionale e le sfide sono piuttosto ardue, quindi i risultati applicabili distano ancora diversi anni.”

Ma a parte tutti questi nomi lunghi e incomprensibili, Massimo è un ragazzo semplice, con un passato ancora più semplice: “Ero un tipo abbastanza normale, anche se pendevo decisamente più sul lato ‘introverso’ (leggasi, mediamente sfigato). Spensierato proprio no purtroppo, non è mai stato nel mio carattere, ero il tipo che faceva sempre tutti i compiti per casa. In senso sia letterale che metaforico. Diciamo che, un po’ per inclinazione un po’ per educazione ricevuta, ero molto concentrato sulla scuola, ma i miei genitori non mi hanno mai osteggiato nel coltivare altri interessi, in particolare lo sport, almeno fintanto che i voti restavano buoni, e di solito lo erano. Essendo nato cresciuto in un paesello, Palazzolo, quelli erano i miei orizzonti e certe opportunità, e certe scelte, o mi sembravano molto esotiche o non apparivano nemmeno sul radar. Il che non vuol dire che la vita di paese sia un male, tutt’altro. Però credo che chi nasce in realtà più grandi e dinamiche abbia fin da molto giovane una percezione diversa e più equilibrata di quel che c’è là fuori. E che sia meno intimorito da certi passi che comportano una rottura con la quotidianità a cui si è abituati: lasciare il paese natale, staccarsi dalla famiglia, vivere da soli. In questo senso, noi “provinciali” partiamo forse con i blocchi di partenza mezzo metro dietro ad altri… ma la vita è lunga e c’è tempo per recuperare.”

Ci racconta poi che tutto ciò che è ora non è solo questione di studio, ma anche di persone che gli hanno lasciato dei valori. “Se proprio devo nominare delle persone che hanno avuto una grossa influenza sulle mie scelte, ne piglio due. La prima e’ il mio vecchio amico Alessandro, ingegnere nucleare ed ex-ricercatore al Max Planck Institut di Monaco, che tra l’altro ha recentemente deciso di tornare in Italia, con la sua naturale tendenza alla controtendenza. Contrariamente a me, lui ha sempre avuto una qualità molto importante, ovvero la capacità di credere in se stesso e mirare in alto. Mi ha insegnato che molte cose sono molto più a portata di mano di quanto non si creda. E che di veri geniacci in giro ce ne sono proprio pochi, quindi una persona intelligente e dedicata può sempre ritagliarsi il proprio spazio. La seconda persona è il mio professore di matematica e fisica delle superiori, Franco Bontempi. Arrivò il primo giorno della terza liceo, fece l’elenco dettagliato di ciò che si aspettava da noi, e in un decimo di secondo capimmo tutti che con quello lì non si scherzava. Quando costui entrò sulla scena, anche se ‘fece irruzione’ sarebbe più corretto, la mia testa era l’equivalente matematico di uno sgabuzzino dove tutto era stato buttato lì alla viva il parroco. Dopo tre anni di ‘cure amorevoli’, molto più simili a delle mazzate didattiche sui genitali, era diventata praticamente un catalogo con le etichettine tutte in ordine e in bella grafia”. 

“Probabilmente, senza la sua opera di bonifica, la matematica non mi sarebbe piaciuta così tanto, e forse non avrei scelto una facoltà scientifica. Da lui ho imparato – racconta Massimo – che in matematica non ero un genio ma non ero poi da buttar via, e che il rigore e l’ordine, e la pazienza che serve per ottenerli, sono indispensabili per raggiungere una comprensione solida. E una comprensione solida, piuttosto che una pericolante, fa una grossa differenza. Anche se come in tutte le cose, innanzitutto bisogna crederci, e poi bisogna darsi da fare, e avere il coraggio di cogliere le occasioni quando si presentano. Per competere nel mondo del lavoro di oggi bisogna, molto semplicemente, saper fare qualcosa, e preferibilmente saperlo fare bene. E poi avere il famoso ‘pezzo di carta’ che certifica quel che si sa fare. Il pezzo di carta serve ad aprire certe porte, poi una volta entrati bisogna dimostrare quel che si vale. Purtroppo credo che l’Italia abbia un retaggio culturale molto gerontocratico che penalizza e penalizzerà i giovani di talento anche nel futuro, quindi i nostri dovranno fare a gomitate un po’ più dei loro coetanei nordeuropei, per poi sentirsi pure dare dei ‘bamboccioni’. Avendo vissuto in realtà diverse, direi che etichette del genere non rendano giustizia alla qualità delle persone. Un venticinquenne inglese o tedesco con buona istruzione ha, molto semplicemente, prospettive di impiego e di salario che gli permettono molta più autonomia nella pianificazione della propria vita. Soprattutto le professioni tecniche di alto livello, che altrove sono riconosciute come la palestra dei migliori talenti utili allo sviluppo tecnologico e industriale, da noi godono di bassissimo prestigio sociale, leggasi, stipendi da fame. Un giovane ingegnere francese o tedesco guadagna almeno il triplo di uno italiano, e di certo non è tre volte più bravo, anzi, il livello mi è sempre parso lo stesso”. 

“Insomma il mio consiglio è di non farsi scoraggiare dalla massa di loquaci incompetenti semi-informati che critica la qualità delle nostre scuole. Credo che la scuola e l’università italiane, con quel che hanno, facciano miracoli. Quindi, cari ragazzi, cercate di capire cosa vi piace fare e specializzarvi in un campo, piuttosto che disperdervi in mille rivoli. Una volta ‘imparato il mestiere’, si può sempre trovare una nicchia. Capite da subito che se fate qualcosa che tutti sanno fare, la competizione sarà agguerrita e quindi riuscirete ad emergere dal mucchio solo se siete davvero bravissimi. Quindi – prosegue Massimo – prima di fare lettere e filosofia, pensateci due volte. Non dico che tutti debbano fare ingegneria, anzi! Forse, anche io, se tornassi indietro, probabilmente studierei fisica, oppure matematica applicata, anziché ingegneria. L’ingegnere ideale è una persona molto orientata alle applicazioni pratiche, e quello proprio non sono io. Ma forse avrei finito col fare molte scelte diverse, e non posso sapere se alla fine la perdita sarebbe maggiore del guadagno. Forse chi decide di imparare bene il cinese mandarino, tra dieci anni probabilmente avrà migliori prospettive di chi ha fatto lettere. ‘Dura lex, sed lex’ Sognate coi piedi per terra. E molto importante: non fatevi venire i sacri furori di chi inizia l’università, perde i contatti coi vecchi amici, smette di coltivare i propri passatempi e si butta sui libri come un kamikaze. Le cose che vi piace fare, tenetevele strette, perché sono quelle che vi ricaricano e vi permettono di lavorare bene. E soprattutto tenete duro e studiate, se siete bravi qualcuno se ne accorgerà.”

Quello che noi sappiamo è che qualcuno di lui si è accorto, e grazie a queste persone Massimo è riuscito a trovare un lavoro più che gratificante! “Chiamarlo ‘lavoro dei sogni’ non so. Mi piace molto e spero di continuare a farlo per un altro po’, ma crescendo, e poi invecchiando, anche i sogni cambiano. Quindi, vedremo un po’ cosa porterà il domani.”