Con gli occhi in alto verso Ayrton

Un sapore amaro nella mia bocca ha sempre contraddistinto la giornata del primo giorno del mio mese di nascita. Dovrebbe essere un giorno di celebrazione, in cui si ricorda l’importante approvazione della legge sulle otto ore lavorative a Chicago nel 1866, ma per chi è alimentato a pane e “benza” come il sottoscritto il primo maggio pesa, brucia, fa stare male. Oggi fuori tira un fortissimo vento di scirocco, molto fastidioso ma mai quanto il vento di sventura che ha contraddistinto il fine settimana tra il 29 aprile ed il 1° maggio 1994, trent’anni fa.

Gran Premio F1 di San Marino, Imola. Il venerdì, durante le prove libere, al brasiliano Rubens Barrichello cede la sospensione posteriore della sua Jordan e, a causa dell’elevata velocità, si schianta sulle reti della Variante Bassa e la monoposto prende brevemente il volo in maniera acrobatica. Prima esanime, poi fortunatamente rianimato, Rubens ne esce particolarmente acciaccato dall’abitacolo della sua monoposto ma fortunatamente vivo ed il giorno dopo è già nel paddock, seppur solo da spettatore. Inconsapevole, come tutti, che il suo incidente sarebbe stato solo l’antipasto di un pranzo maledetto.

Sabato, prove ufficiali. Il giovane e promettente pilota austriaco Roland Ratzenberger, che dopo anni di campionati minori aveva finalmente coronato il suo sogno di raggiungere la Formula massima insieme al team Simtek, va in testacoda all’uscita del Tamburello per la rottura dell’ala anteriore e sbatte sul muro della curva Villeneuve, perde conoscenza e la sua testa si muove mollemente per l’ultima volta mentre la vettura si ferma in mezzo alla Tosa. In sette minuti, tempo di arrivare in ospedale, Roland abbandona il mondo terreno.

Ayrton Senna è lì, sul luogo dell’incidente a fianco dell’ambulanza e discute con il medico di pista Sid Watkins. Si asciuga una lacrima e l’amico Watkins gli dice: “Sei stato campione del mondo per tre volte, sei il più veloce in pista, cos’altro vuoi fare? Molla tutto e andiamo a pescare…”. Senna, il cui motore di vita era la vittoria, risponde: “Ci sono certe cose su cui noi non abbiamo controllo. Non posso mollare, devo andare avanti…”. Forse non comprenderemo mai quanto significato avesse per lui quella bandiera austriaca da sventolare sul gradino più alto del podio e celata nell’inverosimilmente angusto abitacolo della sua Williams. Funesta Williams, insieme al suo sterzo raffazzonato probabilmente con i piedi.

Dannata domenica. Alla partenza di un gran premio che incomprensibilmente si correva lo stesso, la Benetton del finlandese JJ Letho si spegne per un guasto ed il portoghese Pedro Lamy non riesce ad evitarlo e lo tampona violentemente. I piloti stanno bene, i detriti ricoprono l’asfalto e feriscono degli spettatori (più tardi, nella gara, una gomma vagante ai box ferirà dei meccanici). E la gara va avanti, prima lenta come il passo (o la mancanza di passo) della safety car e poi fulminea come la rottura dello sterzo della Williams di Senna che, al settimo giro, diventa ingovernabile ai 310 orari. Ayrton pesta sui freni più che può ma la via di fuga insufficiente e la velocità “ridotta” a 211 orari non gli impediscono di lasciare una sindone a forma di monoposto sul muro del Tamburello…

Senna è già volato via, i deboli movimenti del suo capo tumefatto erano solo la sua ultima reazione cerebrale. Inutili i tentativi di rianimazione, tracheotomia e tamponamento dell’emorragia. Nemmeno il francese Erik Comas, rientrato erroneamente in pista, può ricambiare più il soccorso che Senna gli offrì dopo un incidente qualche gara prima.

I festeggiamenti sul podio sono quasi forzati, a nessuno dei piloti interessa veramente della vittoria. Il loro pensiero è rivolto ad un pilota morto il giorno prima e ad un pilota agonizzante in quel momento, il cui spirito, data anche la devozione religiosa del brasiliano, sale all’Altissimo ufficialmente alle 18:37 di domenica 1° maggio 1994.

Nel 1994 io non ero nemmeno un lontano pensiero, almeno per altri dieci anni, ma capisco chi non volesse più saperne della Formula 1. Ho avuto anch’io disgraziatamente la sfortuna di assistere a due incidenti mortali su un circuito in anni recentissimi – Jules Bianchi nel 2014 e Anthoine Hubert, ex pilota di Formula 2, nel 2019 – quindi so come ci si potesse sentire. Ayrton lottava costantemente perché venisse migliorata la sicurezza dei circuiti ma, come al solito, ci doveva essere il morto (o due) perché tali parole venissero prese in considerazione.

Io non ho avuto occasione di vedere Senna dominare i circuiti al suo tempo, per sfortuna. O per fortuna, infatti il ricordo forse farebbe ancora più male. Ma Ayrton era di più che un pilota, un campionissimo, un leone affamato in pista e un gentiluomo fuori dalla pista. Era un uomo di indole semplice, che ha voluto a tutti i costi che il suo sogno divenisse realtà, un sogno conquistato con impegno, determinazione ed il desiderio di toccare i propri limiti per correre un po’ più forte. Credeva nell’abilità di usare i propri errori per progredire, sia in gara che a livello personale perché “la vita è troppo breve per avere dei nemici”. Proprio in onore alla sua semplicità, nel mio piccolo l’ho omaggiato pranzando anch’io a spaghetti con il formaggio grana di cui Ayrton era ghiotto.

Da quando Senna non corre più non è più domenica…
(Cesare Cremonini)

Nicola Franchini
Nato nel 2004 e Palazzolese doc, si è diplomato al liceo linguistico Medi di Villafranca nel luglio 2023. Frequenta attualmente il corso di Scienze della Comunicazione all'Università di Verona ed ha iniziato a collaborare con il Baco da Seta nel novembre 2023 come corrispondente per Palazzolo. Cresciuto secondo il culto dell'automobile, negli anni ha collezionato centinaia di modellini e riviste del settore dell'automotive e visto tutti gli episodi del celebre programma britannico "Top Gear". Ascoltatore sin da neonato dell'emittente radiofonica che trasmette "musica di gran classe", nel tempo libero si diletta ad ascoltare (per ore) la musica, suonare (per altrettante ore) la chitarra e nuotare (fin dai tempi dell'asilo).