Con Cividati l’avventura di Shackleton in Antartide ha preso vita a Sona in una straordinaria serata di teatro

“Il bando per arruolare i partecipanti alla spedizione chiedeva poche cose: disponibilità ad affrontare un viaggio pericoloso, lunghi mesi di buio e di gelo, la consapevolezza che sarebbe stato quasi impossibile tornare a casa, una paga praticamente nulla, onore e fama in caso di successo. Si presentarono in cinquantamila”. Questo lo spirito degli uomini che affrontarono la prodigiosa spedizione antartica organizzata da Sir Ernest Henry Shackleton, la “Imperial Trans-Antarctic Expedition”, tra il 1914 e il 1916.

A mettere in scena questa incredibile storia giovedì 13 luglio a Sona è stato Massimiliano Cividati, con la commedia “Ghiaccio” di cui è autore, interprete e regista. Ad accompagnarlo al piano Andrea Zani. Il contesto è quello della rassegna teatrale estiva “Storie al chiaro di Luna”, che si tiene nello spazio accanto alla sala consigliare a Sona, dietro l’ex Canonica e che proseguirà per tutta l’estate, organizzata dal SpazioMio Teatro con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Sona. Ad introdurre sono l’Assessore Gianmichele Bianco e Michela Ottolini di SpazioMio.

Su un palco spoglio, con la scenografia costituita da un’unica sedia in legno, un leggio ed un pianoforte, su sfondo nero, Cividati/Shackleton,  con il berretto da marinaio e tutto in nero pure lui, prende per mano i tanti presenti alla serata e con un monologo incalzante trasporta vertiginosamente tutti dalla calda serata estiva sonese al gelo cattivo e spietato dell’Antartide.

Nelle foto, Massimiliano Cividati in scena a Sona.

Si parte da una Londra, che si sta preparando ad entrare nella Prima Guerra Mondiale e, a bordo dell’Endurance, si naviga per mezzo mondo fino a Buenos Aires da cui la spedizione di Shackleton compie l’ultimo balzo per tentare quello che nessun essere umano aveva mai compiuto: l’attraversata a piedi del continente antartico.

In realtà quell’impresa non iniziò nemmeno in quanto l’Endurance rimase prima incastrata nel pack, poi andò alla deriva, dovette essere abbandonata e, quindi, fu completamente stritolata dalla pressione del ghiaccio. L’intero equipaggio si trasferì sulla banchisa dove creò un campo di emergenza, dal quale ripartì trasportando al traino tre scialuppe di salvataggio andando a fermarsi in un altro campo di fortuna. Quando il ghiaccio tornò lentamente a sciogliersi, dopo un durissimo inverno antartico, gli uomini tentarono di raggiungere, a bordo delle scialuppe, l’isola Elephant. Qui restò il grosso della spedizione mentre un manipolo, guidato dal Comandante Shackleton si spinse fino alla Georgia del Sud, distante 870 miglia marine. Sbarcati sul lato montuoso dell’isola, in 36 ore attraversarono tra fatiche inenarrabili 30 miglia di montagne della Georgia del Sud, furono i primi a farlo, e raggiunsero la stazione baleniera di Stromness.

Da lì fu organizzata una missione di soccorso per raggiungere il resto dell’equipaggio, rimasto sull’isola di Elephant che furono tratti in salvo, al quarto tentativo, il 30 agosto del 1916.

Un’epopea incredibile vissuta tra prove indescrivibili, nell’ambiente più ostile del mondo, con temperature anche di 80 gradi sotto lo zero. Una spedizione che non si trasformò in una tragedia solo per lo straordinario carisma e le molteplici qualità del Comandante Shackleton, nel quale i suoi uomini riponevano una fiducia talmente indistruttibile da seguirlo in una avventura che andò ben oltre ogni pensabile fatica fisica e mentale.

Shackleton non perse nemmeno un uomo, nemmeno uno, in quei tre incredibili anni di missione, dimostrandosi un vero condottiero e meritando con questa impresa di sedere nella fama accanto a trascinatori di uomini quali Cesare e Napoleone, accostamento che in effetti fece il New York Times qualche anno fa.

Una storia assoluta, che solo il teatro sa raccontare nelle sue sfumature più personali ed intime. Massimiliano Cividati, insegnante presso l’Accademia dei Filodrammatici di Milano, nelle due ore di spettacolo mette in scena tutto sé stesso, oltre sé stesso. Giocando con tutte le corde delle emozioni: dall’ironia marinara alla tragedia, dalla passione vera di quegli uomini alla cruda e spietata indifferenza della natura, dalla durezza dei rapporti umani nella prova estrema alla personalità gloriosa di un uomo, Shackleton, che sapeva vivere per il suo un grande sogno. Tutto raccontato modulando e mischiando con arte il tono delle parole, il senso stesso delle parole. Coinvolgendo gli spettatori con una voce che talvolta si fa suadente confidente, quasi parlasse proprio a te, solo a te, e a volte si fa sferzante urlo di dolore o di incitamento nella prova.

Cividati usa completamente il suo corpo, le sue mani, per trasformare le cose attorno a sé, per raccontare questa autentica anabasi moderna. Indicando panorami inesistenti, ma che lo spettatore sembra scorgere; ricreando con alcuni gesti nell’aria ambienti mitici come il ventre dell’Endurance che diventa casa per quei marinai; agitando la sedia e il leggio come arnesi di mare, facendo quasi sentire concretamente sulla pelle la fatica inumana di quel viaggio, muovendosi sul palco di Sona quasi come su una banchina antartica. Con le note di Andrea Zani a dare profondità musicale e drammatica ad ogni passaggio.

Una grande prova di teatro, come raramente capita di vedere. Sicuramente un inizio di altissima qualità per una rassegna sonese che promette grandi emozioni.

Mario Salvetti
Nato nel 1969, risiede da sempre a Lugagnano. Sposato con Stefania, ha due figli. Molti gli anni di volontariato sul territorio e con AIBI. Nella primavera del 2000 è tra i fondatori del Baco, di cui è Direttore Responsabile. E' giornalista pubblicista iscritto all'Ordine dei Giornalisti del Veneto. Nel tempo libero suona (male) la batteria.