“Come fuggii dal lager”. Mario Cinquetti da Sona racconta la sua drammatica esperienza

Mario Cinquetti, 82 anni, residente a Sona, racconta la sua drammatica esperienza avvenuta durante la seconda guerra mondiale, per la quale è stato insignito della medaglia d’onore.

 

Una storia inedita che va dalla deportazione fino alla tanto agognata liberazione. Il 10 maggio 1944 il giovane Mario Cinquetti, 17 anni e da pochi giorni diplomato all’Istituto Don Bosco di Verona, si presenta davanti ai cancelli della fabbrica di munizioni Marzan a Peschiera del Garda per una richiesta di assunzione. Qui viene improvvisamente preso dai soldati tedeschi che lo fanno salire su un camion, nonostante non fosse ne’ ebreo, ne’ militare, ne’ tanto meno ricercato. Da questo momento comincia la sua dolorosa avventura che lo porterà a rivedere la famiglia solo un anno e mezzo dopo.

 

Passerà la notte al liceo Maffei assieme ad alcuni partigiani catturati in Lessinia. La mattina dopo viene caricato su un vagone ferroviario che, dopo aver fatto tappa qualche giorno in Austria, lo porterà al freddo campo di prigionia in Prussia e precisamente a Neidenburg, l’attuale Nidzica nel nord-est della Polonia. Di quel viaggio Mario racconta: “Furono giorni di paura,durante i quali continuavo a piangere, temendo per la mia vita. A Tarvisio, ancora in Italia, ci fu una sosta che ci permise di rifocillarci: ci diedero da mangiare miglio, di cui ricordo ancora il sapore disgustoso, e ci lavarono con i getti d’acqua gelida di una lancia. Per un certo periodo sostai al campo di Ostkreutz, nella periferia di Berlino, dove ci davano da mangiare una pagnotta nera ed umida, che il più delle volte aveva un cuore di muffa, accompagnata da un po’ di margarina e, a volte, da una brodaglia di rape. Un giorno, preso da una fame incontrollabile, mangiai avidamente la mia pagnotta, senza pensare che quella rappresentava la mia razione settimanale. Nei giorni che seguirono i veterani del gruppo, che, più forti di me, sapevano ben calibrare le piccole porzioni giornaliere, rinunciarono ad un boccone ciascuno della loro parte di pane, per consentire anche a me la razione quotidiana. Questo fu uno dei tanti gesti di misericordia e di solidarietà che mi permisero di resistere alle privazioni e alle sofferenze di quel terribile periodo della mia vita”.

 

Nel campo di Neidenburg Mario Cinquetti non vide mai degli ebrei; a Neidenburg c’erano soprattutto prigionieri politici. Lì passa tre mesi infernali, raccogliendo patate senza sosta, con le mani e le ginocchia costantemente insanguinate. La memoria lucida e fedele lo porta ancora a ricordare: “Un giorno, sfinito dalla fatica, non ressi più gli insopportabili incitamenti e pungolamenti sulle gambe, da parte di un tedesco sorvegliante munito di un frustino che da una estremità frustava e dall’estremità opposta pungeva. Di scatto mi girai e, in un moto di ribellione, mi avventai su di lui. La punizione per quel gesto fu tremenda: fui condannato a ricevere cento frustate. Fortunatamente, dopo le prime, svenni per il dolore; forse a quelle ne aggiunsero poche altre, altrimenti non sarei certo sopravvissuto. Mi ritrovai dolorante e sanguinante in baracca accudito dagli “anziani”, uomini di 30-40 anni, forti nel fisico e più ancora nell’animo che, mossi a compassione per la mia giovane età, si presero cura di me; in quella come in altre occasioni.”

 

Dopo mesi, con ritmi lavorativi disumani, Mario un giorno cede e non riesce più a portare il carico di patate. Per questa disobbedienza verrà condannato a 105 giorni di punizione a Koenigsberg a scavare fosse anticarro. Koenigsberg, l’attuale città russa Kaliningrad, nel 1944 si trova al confine del Reich e per questo Mario fa parte della squadra di migliaia di persone addette alla costruzione di trincee e dei fossi anticarro, che funzionano da linea difensiva contro i carri armati russi. Ora Mario si porta una mano alla tempia, quasi a voler frugare nella memoria, dove i ricordi sono chiari e presenti e racconta: “Mi doleva un piede terribilmente, era gonfio di pus ed avevo la febbre. Per alcuni giorni andai al lavoro sorretto dai compagni di prigionia perché non riuscivo a camminare; se mi fossi accasciato lungo il tragitto avrei rischiato di venire ucciso. Ma una mattina, febbricitante, non ce la feci proprio ad alzarmi ed al tedesco che mi sollecitava, mostrai il piede infetto. Lui lo colpì con il calcio del fucile ed il bubbone scoppiò con uno spasimo spaventoso. A quel punto mi fu concesso di rimanere in cucina a pelare patate, confortato dagli addetti alla cucina che mi curarono la ferita con impacchi ed intrugli.”

 

Dalla gelida città prussiana, in seguito, Mario viene trasferito nel ghetto di Vilnius, nell’attuale Lituania, dove il 29 maggio 1945 riceve una lettera dal fratello maggiore Bruno. Lui, come gli altri familiari, non aveva mai ricevuto notizie da Mario, fin dal giorno del suo arresto, ed era in ansia per la sua sorte. Bruno gli chiede informazioni da dare alla famiglia e lo invita a raggiungerlo a Spandau, vicino a Berlino, dove è prigioniero anche lui, ma tuttavia gode di una certa considerazione, essendo il sarto degli ufficiali tedeschi. Mario non perde tempo e da Vilnius scappa attraverso un varco nei reticolati, arrivando nel febbraio 1945, dopo un lungo ed estenuante viaggio, dal fratello. Mario ricorda il freddo e la fame di quella rocambolesca fuga di oltre 800 km, risoluto a voler arrivare ad ogni costo alla meta.

 

Si sposta con mezzi occasionali: con il treno, a piedi, con una bici rubata ad una donna; dice quest’ultima cosa sottovoce, quasi come a volersi scusare con qualcuno per questa brutta azione compiuta quasi 70 anni fa. Dorme in ripari di fortuna, perseguitato dal freddo dell’inverno del Nord. Mangia ciò che trova: rape tolte dalla terra e ben ripulite con le mani, a volte pane sottratto furtivamente in qualche forneria di paese o chiesto in elemosina. Mentre viaggia in treno rischia di venire scoperto: dei soldati passano per un controllo. Un’anziana donna si rende conto del pericolo che corre questo ragazzo, si alza, lo fa rannicchiare sotto il suo sedile e si risiede, ha anche un grosso sacco pieno di roba che risulta utile per nascondere meglio il fuggiasco. Tutto va bene, i controllori non si accorgono di nulla. Mario rimane lì sotto ancora per qualche ora finché, giunto a destinazione, la donna lo fa uscire. Aperto il sacco, ne toglie un pane e un frutto, glieli dona e lo sollecita a scappare. Questo, insieme ad altri esempi citati, è la riprova che in ogni tragedia spesso l’umanità ha il sopravvento.

 

Un giorno, mentre attraversa un bosco, trova il cadavere di un tedesco, si affretta a togliergli gli stivali. Mario è praticamente scalzo ed il freddo rischia di congelargli i piedi. Si stupisce per la facilità con cui gli stivali si sfilano. Gli toglie anche la giacca: gli va proprio bene e gli tiene caldo. Giunto alle porte di Berlino incontra degli italiani che, prima lo scambiano per un tedesco, poi capita la sua identità, lo minacciano di fargli pagare questa sorta di tradimento. Il ragazzo riesce a spiegar loro la situazione e loro a questo punto si offrono di accompagnarlo durante la notte al campo di Spandau.

 

“L’incontro con mio fratello Bruno fu una grande emozione” racconta Mario. “Visto lo stato pietoso in cui mi trovavo, subito Bruno si preoccupò di rifocillarmi ed io mangiai così tanto e velocemente che quasi rischiai di morire, sorte che toccò a migliaia di scampati dai campi di concentramento: l’intestino, disabituato ad assorbire il cibo, collassava, provocando la morte. Venni anche lavato liberandomi così, oltre che dalla sporcizia, anche da pulci e pidocchi, altro tormento di quei tempi.”

 

Ma l’epopea non è ancora finita. Con Bruno e gli altri prigionieri Mario viene portato a Lubecca, nel nord della Germania, dove devono sistemare le macerie prodotte dai bombardamenti. Finalmente la guerra finisce e il 20 giugno 1945 vengono liberati dall’8° armata inglese. Sono finalmente liberi, ma il rientro in Italia non è facile, perché il conflitto ha lasciato l’Europa nella miseria. I due Cinquetti prima vengono trasferiti a Nordhausen e poi a Stoccarda, sempre in Germania, da dove vengono messi sui treni di ritorno a casa. Mario e Bruno non si perdono d’animo, e dopo più di un mese, il 26 luglio 1945 arrivano nella loro casa a San Giorgio in Salici.

 

L’inferno è finito, ma è ancora impresso nella mente di Mario. Parlando con lui si coglie che le sofferenze passate sono difficili da capire e che quello che è capitato durante il secondo conflitto mondiale è uno scempio irripetibile. Il 27 gennaio 2009 Mario Cinquetti è stato premiato della medaglia d’onore concessa dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, un riconoscimento che è spettato anche agli altri veronesi deportati e che ha visto la presenza alla Gran Guardia del Sindaco Flavio Tosi e del Prefetto Italia Fortunati (nella foto). La città di Verona ha celebrato la Giornata della Memoria con grande solennità e serietà, a cominciare dalle cerimonie al vagone per il trasporto degli ebrei esposto in piazza Bra. L’importanza del ricordo ci permette di non dimenticare quelle persone che hanno vissuto le stesse tragiche esperienze del nostro concittadino Mario Cinquetti, ma che a differenza sua non hanno fatto ritorno a casa.