“Cinque anni in Africa”: Il racconto della straordinaria esperienza di volontariato di Chiara e Marco di Lugagnano

“Una volta ci è capitato di imbatterci in una bambina di 9 mesi che pesava solo due chili e novecento grammi e che non veniva accudita dalla famiglia, in quanto ritenevano che su di lei incombessero delle sventure che andavano esorcizzate. Solo una vecchia nonna si prendeva un po’ cura di lei, ma era di fatto abbandonata. Abbiamo cominciato a seguirla, a tenerla con noi durante il giorno, a volerle bene. Poi abbiamo trovato una famiglia del luogo che l’ha adottata, e oggi quando la vediamo finalmente inserita in una famiglia che le vuole bene e che si occupa di lei, il nostro cuore si riempie di gioia e di speranza. Per lei e per un’Africa che ha bisogno di infinita speranza”.

Finisce così, con queste parole appassionate, il nostro incontro con Chiara e Marco Zampese. E allora vale veramente la pena di cominciare dall’inizio e tentare di raccontarla bene questa storia.

Di Marco e Chiara il nostro periodico si è già occupato negli scorsi numeri, pubblicando alcune lettere che ci avevano inviato dalla Guinea Bissau dove operano dal 2003. Abbiamo finalmente l’occasione di incontrarli in una fredda e nebbiosa sera di febbraio – in un’atmosfera che più distante dall’Africa non è possibile immaginare – mentre sono in Italia qualche giorno per partecipare al Convegno “Fidei Donum. 1957-2007, 50° dell’Enciclica. Esperienza e prospettive della cooperazione tra le Chiese”, organizzato dalla Diocesi di Verona

Chiara, da Avesa, una bella ragazza di 34 anni con degli occhi che raccontano da soli un milione di cose viste e di esperienze vissute, ci racconta di come “già prima di sposarci io e Marco pensavamo di fare un’esperienza di servizio forte. Io tra l’altro avevo già sperimentato, anche se in maniera ridotta, alcuni momenti di servizio durante i periodi di ferie. Ora ci tenevo diventasse una scelta di vita, pur se limitata nel tempo, assieme a Marco”.

“Ne avevamo parlato moltissimo da fidanzatiaggiunge Marco da Lugagnano, sorriso aperto ed una barba che lo fa apparire più grande dei suoi 31 anni – e dopo il matrimonio, nel 2002, abbiamo iniziato a bussare ad alcune porte per trovare il modo rendere concreto questo nostro progetto”. “La nostra idea – riprende Chiara – era di partire con un progetto della Diocesi, proprio per sentirci mandati da una comunità religiosa, per esserne emanazione. In Diocesi ci hanno proposto la Guinea Bissau, e quello è diventato il nostro orizzonte. In quella terra era da poco terminato un progetto, al quale aveva partecipato anni fa un’altra coppia di Lugagnano, Andrea Gasparato e Cristina Chesini. Ora si stava pensando di ripartire con un altro progetto, che mettesse assieme laici e religiosi. E quel progetto è diventato il nostro progetto”.

Come è stato il vostro avvicinamento alla Guinea Bissau? “Abbiamo trascorso sei mesi in Portogallo racconta Marcoper imparare la lingua. Poi abbiamo fatto un mese preventivo in Guinea Bissau per cominciare a capirne usi e costumi, quindi un mese di corso al CUM sul senso del partire, sulle motivazioni che devono essere alla base di un servizio simile”. 

E poi? “E poi siamo partiti, finalmente. Ci siamo stabiliti nella Diocesi di Befatàracconta Chiarache può essere considerata la seconda città del Paese. Befatà è una città-villaggio di circa 40.000 abitanti, con un nucleo storico risalente al periodo coloniale portoghese. La nostra è una Diocesi recente, e per gli standard europei ha dimensioni ragguardevoli, estesa quasi quanto il Veneto. Io e Marco lavoriamo a stretto contatto con il Vescovo, Monsignor Zilli, un brasiliano. Viviamo in una casetta proprio accanto a quella del Vescovo”.

E di cosa vi occupate? Marco riflette, e poi attacca. “Di moltissime cose. Dalla scuola, io ad esempio insegno nel Liceo della Missione, al Centro Nutrizionale per il recupero dei bambini denutriti, ad un progetto in collaborazione con la Caritas di appoggio alle donne gravide a rischio, ad un progetto di promozione della donna, ad un progetto di formazione dei giovani sotto vari ambiti come quello di crescita culturale e politica, di cui mi occupo io, e quello di promozione dell’artigianato locale di cui si occupa Chiara. Ci interessiamo poi dell’aspetto amministrativo della Diocesi”.

“Sempre comunque ci tiene ad aggiungere Chiaraponendo in primo piano nelle attività, come formatori e come operatori, i nativi. Ad esempio il Direttore della Caritas locale è un laico diocesano del posto. Il nostro è soprattutto un lavoro di coordinamento. Abbiamo anche molto a che fare con i mussulmani, che rappresentano la maggioranza. Con loro non ci sono stati mai problemi, esiste un profondo rispetto reciproco. Importante è capire e accettare le differenze, quando ci si apre all’altro ogni collaborazione diventa poi possibile. E vorrei sottolineare il lavoro presso il Centro Nutrizionale: quella dei bambini denutriti è veramente un’emergenza assoluta, che nessuno può permettersi di dimenticare”.

Una vita impegnativa quindi. Ve la sentite di fare un bilancio di questi anni? “Un bilancio?” Chiara e Marco si guardano, e poi se ne escono quasi assieme. “Non sono mancati ovviamente i momenti pesanti. Soprattutto i primi periodi sono stati duri: un clima difficile, abitudini che non ci appartengono, un impegno che non conosce soste o giorni di riposo. Ma poi pian piano tutto ha trovato una collocazione, e siamo stati in grado di creare un equilibrio. Ad esempio ci siamo imposti di riservare sempre, qualunque cosa accada, un momento della giornata solo per noi due: il pranzo. Questo ci permette di vivere anche una dimensione di coppia, di avere un momento prezioso da dedicare solo alla nostra famiglia. Il bilancio comunque è assolutamente positivo: qualche piccolo risultato si vede, qualcosa si semina. E anche se capitano giorni nei quali sembra che nulla di quanto si fa abbia un senso, poi invece si scopre che piccoli, minuscoli, passi sono stati fatti. E sono cose che danno un senso alla vita e alla scelta che si è fatta”.

E cosa vi riserva il futuro? “Ad agosto 2007 terminiamo il periodo di servizio in Africarisponde Chiarae verrà il tempo di tornare in Italia. Ritornare alla vita qui non sarà semplice, ma siamo convinti di poter continuare pure dall’Italia ad interessarci dei temi della missione. Non abbiamo mai demonizzato l’Occidente in quanto tale. Ci sentiamo fortemente italiani e fortemente europei, e crediamo che si possano far convivere anche da noi valori come la solidarietà e l’attenzione al diverso. Anzi, sarà una grande e bella sfida anche quella di tornare a vivere vite normali, se così possono essere definite, senza dimenticare quanto visto e quanto vissuto”.

“Crediamo fortemente che un’esperienza come la nostraprosegue Marcoci permetterà di avere una visuale più ampia, perché tutti dobbiamo renderci conto che il mondo non è solo l’Italia e non è solo l’Europa. E solo se si comincia ad entrare nell’ottica della comprensione del diverso, senza nascondersi le grandi difficoltà che questo comporta, è possibile pensare ad una società più giusta”.

Prima di lasciarvi, riuscite a descriverci con poche parole cosa sia la Guinea Bissau? “Tanto verde, un paese meraviglioso che a tratti sa togliere il fiato. Un paese pieno di bambini, coloratissimo e vitale. Forse l’immagine che meglio potrebbe descrivere quella terra è la figura di una mamma. Che prova a prendersi cura dei propri piccoli e che sa sopportare sperando in un futuro differente”.

Quali paure e quali timori avete vissuto nella fase della decisione di partire? “Paure nessuna, entusiasmo tantissimo ci dice Marco -. Ovviamente eravamo perfettamente consapevoli di una serie di problemi accessori, ad esempio avremmo perso il lavoro e non potevamo pensare a farci una casa nostra in Italia per adesso. Ma il progetto era più forte di qualsiasi titubanza. E abbiamo deciso di andare”. E le vostre famiglie? Chiara fa un largo sorriso, guardando Marco, e ci dice tutto d’un fiato che “ovviamente loro ci hanno messo davanti le difficoltà pratiche che avremmo trovato, soprattutto al ritorno in Italia dopo alcuni anni di assenza. Era giusto così, i genitori servono anche a questo. Poi però si sono appassionati come e più di noi, e sono diventati i nostri primi sostenitori”.