Cin-cin con il vino “retico”: Storia delle anfore vinarie di epoca romana rinvenute a San Giorgio in Salici

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Una trentina d’anni fa furono rinvenute a San Giorgio in Salici, durante i lavori per l’impianto di un vigneto, delle anfore vinarie risalenti all’epoca romana, ancora intatte. In quei tempi antichi la coltivazione della vite era sviluppata, e dalle nostre parti si produceva (come in tutta la provincia di Verona) l’uva retica; questa veniva pigiata nei palmenti o nei torchi a vite semplice, e il vino che si otteneva veniva conservato in anfore di varie forme.

Non se ne faceva solo un consumo locale, ma anche un importante commercio perché già allora era considerato “d.o.c.”. Accadeva così che attraverso l’Adige quei recipienti di vino (ma talora la stessa uva fresca) prendessero la via per Aquilea; da questo centro commerciale la merce veniva smistata verso l’est, o verso il nord, o in direzione di Roma. L’antenato del bianco di Custoza era infatti ben noto nella capitale, tanto che Virgilio lo riteneva secondo soltanto al Falerno.

Un altro scrittore latino, Svetonio, raccontava che il nostro vino era assai gradito all’imperatore Augusto, benché non fosse un gran bevitore. Strabone diceva che era fra i più elogiati d’Italia. Marziale sapeva che esso proveniva dalla terra del dotto Catullo, cioè dal Veronese; è noto che questo nostro illustre conterraneo, autore di poesie immortali, annegava le pene d’amore per l’infedeltà di Lesbia nel buon retico.

Si trattava di un vino non solo consolatore ma anche conviviale, se Catullo lo proponeva a Giulio Cesare suo ospite a Sirmione nel 55 a.C. Anche Plinio lo apprezzava, lo accompagnava alle anguille del Mincio e lo definiva Panacea Veronese.

Possiamo pertanto vedere nelle anfore di San Giorgio in Salici, rinvenute casualmente tempo fa, la testimonianza di una tradizione e di una operosità che si sono mantenute fiorenti attraverso i secoli, grazie anche alla qualità del terreno e alla bontà del clima.