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Fra maggio e giugno da cento anni ormai gli sportivi praticanti o puramente appassionati seguono con interesse per tre settimane quella fenomenale manifestazione profondamente radicata nel nostro costume che è il giro ciclistico d’Italia.

Mi trovavo qualche mese fa a riordinare vecchie foto e documenti e tra le mani mi sono capitate delle medaglie di gare ciclistiche, foto e telegrammi inviati e ricevuti in buona parte riguardanti gli anni dal 1910 al 1940 con tema proprio il giro d’Italia, quello vero, proprio quello della maglia rosa. Ho incominciato ad assemblare un puzzle che mi ha portato a ricostruire una realtà lontana, quella dei primi due ciclisti del comune di Sona che hanno partecipato alla corsa rosa.

E così da vecchi ritagli di giornale e foto ingiallite sono emerse le figure di questi due amici fraterni: Assuero Barlottini di Lugagnano e Giuseppe Pancera di S.Giorgio in Salici (nella foto). Due cittadini di Sona che mi è sembrato giusto ricordare e per farlo ho pensato di far parlare i documenti dell’epoca.

Siamo nei primi decenni del secolo scorso, le nostre campagne si spopolano sotto il macigno di una grandissima crisi economica, altissima la percentuale di analfabetismo e di malattie come la pellagra e la malnutrizione serpeggiano. Eppure c’è una generazione di ventenni che vede nella bicicletta la nuova frontiera, il mezzo per andare aldilà delle condizioni quotidiane. Sicuramente è passione allo stato puro che porta ad intraprendere altra fatica gratuita e volontaria. Non hanno mai gareggiato uno contro l’altro per i dieci anni che li dividevano anagraficamente.

Barlottini Assuero nato nel 1890 incomincia a pedalare nel 1909 alla prima gara nel circuito di Solferino si classifica quinto e la domenica successiva a S. Giorgio in Salici centra il bersaglio grosso dopo una fuga solitaria fin dalla partenza. Taglia il traguardo con due minuti sugli inseguitori. Sfogliando documenti, medaglie, e memorie personali in cinque anni nonostante un lavoro a dir poco impegnativo, la madre vedova e tre sorelle da allevare riesce in imprese importanti quali Coppa Cavarzere, Giro del Polesine (corsa a tappe), Milano-S. Pellegrino-Milano, Trofeo Città di Parma, Milano-Asti-Milano e due giri d’Italia nel 1913 e 1914. le cronache ufficiali dell’epoca e il programma del giro di quei due anni sono a dir poco sbalorditivi: 8 tappe per un totale di 3160 km. tutte oltre i 300 km. addirittura una da 430. Partiti da Milano in 81 arrivati in 8. La relazione ufficiale parla di bici da 17 kg, pignone fisso, rapporto unico, fanale per la notte e ruote rivestite di gomma dura a dir poco un’avventura verso l’ignoto.

Barlottini interrompe l’attività agonistica con la guerra 1915-18. Si toglierà ancora tante soddisfazioni da Master (due record dell’ora: uno nel vecchio velodromo Bentegodi e l’altro nel nuovo impianto Vigorelli di Milano) all’età di 46 anni. Dal 1922 Barlottini-Pancera diventa un binomio a dir poco esplosivo. Giuseppe Pancera nell’almanacco del ciclismo veronese è considerato il più grande campione di tutti i tempi della provincia. Difficile un confronto con Damiano Cunego per i tanti anni che li dividono.

Certo che le statistiche del fornaio di S. Giorgio in Salici sono a dir poco impressionanti: dal 1921 al 1934 centra vittorie a ripetizione fra dilettanti e professionisti oltre che titoli sulle prime pagine dei giornali nazionali più importanti. In sintesi e rapida sequenza: dal 1921 al 1924 gareggia nella categoria dilettanti aggiudicandosi vittorie in vari circuiti delle province di Verona, Brescia, Trento, Vicenza, Padova e Mantova, ma soprattutto vince la Milano-Torino del ’23, la Milano-Genova del ’24 e il campionato Veneto per dilettanti. Dal 1925 è professionista, subito campione italiano della Milizia, partecipa per la prima volta alla Milano-San Remo (gareggia con Binda e Girardengo) e conclude il suo primo giro d’Italia all’undicesimo posto in classifica generale. Nel 1926 fa centro alla prima gara (criterium di apertura a Milano), settimo alla Milano-San Remo, seconda esperienza al giro d’Italia, diventa campione italiano del circuito per juniores, chiude la stagione come ha incominciato primo nella coppa d’inverno, sempre a Milano e sempre per distacco.

Nel 1927 la vittoria memorabile nella XX settembre, la Roma-Napoli-Roma di 532 km., qui fa il capolavoro, una cavalcata solitaria di 450 km, dalle statistiche risulta essere la fuga più lunga del ciclismo di ogni epoca! Si ritireranno tutti i più grandi ciclisti dell’epoca e Bepi da S.Giorgio entra dalla porta principale nel ciclismo che conta. Dal 1928 gareggia in Spagna e Francia secondo in classifica generale al Tour De France del 1929 e primo degli scalatori. Dalle cronache dell’epoca mi sembra giusto riportare: “era sul punto di vincere il Tour de France, staccò tutti sui Pirenei perché era un arrampicatore nato alla sera dormiva sopra qualche carro e il giorno dopo partiva per tappe di 400 km., con un paio di uova nella maglia e un kg. di pane comperato per strada”. E’ stato un tour romantico, leggendario e drammatico – dirà ad un cronista (Barlottini di Lugagnano è lì ad assisterlo). In Francia farà parlare ancora di sè, umile e schivo qual è i francesi lo portano in trionfo e diventa Panserà. La fama acquisita in Francia nella già allora corsa più famosa del mondo lo porta a specializzarsi in pista, firma un contratto per gareggiare in Australia, lì rimane diversi mesi e sposta i limiti di velocità arrivando in bici dietro motori a toccare la velocità di 115 km/h.

E arriviamo alla ciliegina sulla torta, iscritto e accompagnato dall’amico Barlottini si presenta al nastro di partenza della corsa più lunga del mondo Paris-Brest-Paris di 1186 (millecentoottantasei) km no-stop. Se ne faranno solo altre due edizioni per professionisti poi verrà soppressa e dalla cronaca si può ben capire perché. Non fosse per la ricostruzione della Gazzetta dello Sport che manda appositamente un inviato sembrerebbe un romanzo di avventura: Pancera come al solito scatta e saluta la compagnia subito dopo il via. Era il suo modo di correre cercare sempre l’impresa solitaria. Pedala i primi 200 km nel buio della notte qui la prima crisi di fame e incomincia a piovere, la strada è un torrente di fango. La cronaca parla di avversari scorretti in modo particolare i belgi che si fanno trasportare sui camion, alcuni squalificati alcuni misteriosamente in testa alla gara. Preso dallo sconforto al km. 500 decide di ritirarsi e lo avrebbe fatto se non fosse stato per un gruppo di emigranti italiani che lo rincuorano e lo fanno mangiare.

Resiste, va avanti, le crisi metaboliche non si contano e dopo dieci ore di fatica allucinante riaggancia il gruppo di testa. Si prosegue in gruppo (una decina di corridori) e incomincia la selezione naturale. Dalle sue stesse parole la drammaticità di quei momenti: “tutto degenera al km. 900 ne mancano ancora 300 all’arrivo di Parigi. L’australiano Oppermann dopo una notte di tempesta, vento e flagellante pioggia crolla sul ciglio della strada imprigionato nelle ragnatele del sonno. Lo sentono parlare da solo ad alta voce come un pazzo, fischia e si racconta favole puerili per mantenersi un po’ desto. Gi altri? Hector Martin altro fuggitivo termina la gara direttamente in una farmacia, le sue sembianze sono quelle di uno spettro e per lui parlano le lacrime che si mescolano al castigo liquido del cielo”.

La cronaca ufficiale porta ancora gli esempi del tedesco Frantz e dei belgi Dyzers e Joly che si ritirano in preda ad allucinazioni e al delirio. Pancera a 200 km. da Parigi è in preda all’ennesima crisi, cade in un fosso da dove viene tirato fuori stremato e mezzo addormentato. Ma il bagno fuori programma risveglia Bepi che riprende a pedalare a 80 km. da Parigi crede di essere nel gruppo degli inseguitori con Oppermann, il francese Bidot, e il belga Louyet scatta ancora per conquistare il secondo posto, ma davanti a lui c’è solo il traguardo del Parco dei Principi ad aspettarlo, entra nel velodromo, ma a 100 metri dal traguardo stramazza nel prato con la folla urlante il suo nome, mentre raccoglie le ultime forze per rialzarsi passano Oppermann e Louyet che tagliano il traguardo nell’ordine. Nessuno dei tre ricorderà mai quei momenti. Dalla partenza sono passate 49 ore 23 minuti e 30 secondi è il nuovo record della corsa e i cronisti presentano l’italiano Pancera come il Dorando Petri del pedale.

All’arrivo in Italia con Assuero Barlottini al fianco al giornalista del L’Arena dirà: “è stata una corsa mostruosa di 1186 km. in una tappa sola ed inumana, disputata da atleti addormentati e deliranti i cui gesti risultavano incoscienti, la cui volontà subisce tragiche eclissi sotto gli assalti del sonno, della stanchezza e dell’inedia”. Una corsa-calvario che fa pensare agli incontri di box. Dopo quell’anno Giuseppe Pancera intensifica ancora di più l’attività preparato da Barlottini partecipa al giro di Svizzera del 1933, due volte al giro di Catalogna (quarto in classifica generale e 7 vittorie di tappa) e a un giro di Germania. Chiude la carriera con 11 giri d’Italia nel taschino (secondo assoluto nel 1928 dietro ad Alfredo Binda).

Barlottini si dedica a preparare giovani corridori e dalla sua “scuderia” usciranno oltre a Pancera, Menegazzi, Matteo e Guido Zamperioli, Menon, Remondini, Battesini, Donatoni, Faccincani, Bonadiman, Enrico e Giuseppe Tomicelli, Milani, Falzoni, Adami, Tezza, Zocca, Girardini, Albertini, Ferrari, Cordioli e tanti altri ancora. Dei suoi consigli si giova un grandissimo del ciclismo italiano Learco Guerra, la famosa locomotiva umana. Accompagna a titoli olimpici e mondiali Sante Gaiardoni, Flaviano Vicentini e Andrea Piubello (18 volte primatista del mondo in pista).

Qualche anno fa un’Amministrazione Comunale particolarmente sensibile ai valori dello sport ha intitolato l’impianto sportivo di S. Giorgio in Salici a Giuseppe Pancera. A Lugagnano esiste una squadra agonistica per giovani intitolata ad Assuero Barlottini. Sicuramente i due amici guardano in giù e ridono compiaciuti.