In questi umidi e stanchi giorni di inizio anno, quando capita di parlare con genitori la narrazione che emerge maggiormente è sicuramente quella della fatica che leggono negli occhi e nelle azioni dei loro figli, bambini o adolescenti che siano.

Una stanchezza profonda, talvolta con crisi di ansia o depressive, che va ben oltre il momento contingente ma che porta il grave peso di quasi un anno di privazioni e limiti che a quelle età sono quasi insostenibili.

Al termine della prima ondata, ad inizio estate, unanime era stato il mea culpa della politica e delle istituzioni: “Nell’emergenza ci siamo dimenticati dei nostri figli, dei nostri ragazzi, ma questa pandemia ci è piombata addosso come un terrificante uragano imprevedibile, abbiamo dovuto capire contro chi stavamo lottando, abbiamo dovuto dirigere ogni sforzo ad evitare che i flutti travolgessero e affondassero la nave. Ma non si ripeterà, ora abbiamo capito”. Queste, in soldoni, le frasi che ci siamo sentiti ripetere per tutta l’estate.

Potrà arrivare la seconda ondata, tutti ci dicevamo, ma stavolta non ci dimenticheremo di bambini ed adolescenti. Ed invece tutto si è ripetuto. La seconda ondata del Covid è piombata sulle nostre vite, più potente e insidiosa della prima, e i più giovani sono stati confinati nuovamente all’ultimo posto tra le priorità.

Tutto è stato inesorabilmente anteposto ai bisogni elementari dei nostri figli. Tutto. Tanto da dover assistere addirittura a surreali dibattiti sui posti a tavola a Natale, sulle eventuali regole da applicare sulle seggiovie, sulla definizione esatta di “seconda casa”. Mai che il dibattito pubblico realmente si concentrasse su come rispondere alle domande mute di bambini e ragazzi.

Bambini e ragazzi che da quasi un anno vanno a scuola a singhiozzo (quando ci vanno), che nell’età nella quale ci si apre al mondo vivono una socialità totalmente mutilata, che non sanno più cosa sia correre dietro ad un pallone, festeggiare un compleanno spensierato con gli amici o baciare una ragazza. Che da quasi un anno vivono sospesi e privi di equilibri su cui contare, senza che nessuno rivolga loro lo sguardo, se non i loro impotenti genitori.

“Un Paese che si dimentica dei propri figli non ha futuro”: una frase che lungo quest’anno è stata scritta e declinata in ogni salsa, perché dirlo ci fa sentire tutti meglio. Ma che suona vuota come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna, già ce lo aveva insegnato San Paolo. Perché quel Paese smemorato è il nostro Paese, siamo noi quegli adulti ciechi di fronte alla realtà. Incapaci di prenderci cura del nostro oggi e del nostro domani.

E allora, dove sta la speranza?