Chiara Isepato di Palazzolo e l’amore per la musica: “L’arpa è emozione, passione e impegno”

Tra le tante cose che il Covid ci ha insegnato sicuramente c’è l’importanza della cura e della salute psichica, oltre che fisica. Troppo spesso infatti siamo così concentrati sul benessere del nostro corpo e dimentichiamo quello della nostra mente. Ce lo dimostrano le misure di prevenzione contro il virus che hanno portato a un’apertura tardiva di teatri e cinema rispetto ad altri luoghi legati invece allo sport.

Certo, le scienze sono fondamentali per il nostro sostentamento fisico, ma allo stesso modo le arti e la bellezza lo sono per quello spirituale e mentale. Non a caso già Platone affermava che “la musica può dare le ali ai vostri pensieri e illuminare la vostra anima di una luce eterna”.

Per questo abbiamo deciso di incontrare chi ha fatto dell’arte, nello specifico della musica, uno stile di vita, oltre che una professione: Chiara Isepato, giovane arpista di Palazzolo, prossima alla seconda laurea in Conservatorio ci racconta il suo amore per la musica.

Innanzitutto, come è nata la tua passione?
Mi sono avvicinata al mondo musicale grazie a mio papà, grande appassionato, che fin da bambina mi ha portato con lui ai concerti. A sei anni poi ho cominciato a suonare il piano ma dopo alcuni anni l’entusiasmo è calato e ho deciso di smettere. Poi, una sera, guardando uno di quei rari concerti di musica classica che trasmettono alla televisione, ho avuto una rivelazione: volevo suonare l’arpa. I miei, nonostante il cambio di strumento repentino, mi hanno appoggiata da subito, fortunatamente. Mi sono sempre stati vicini durante questo percorso di studi, in particolare quando, durante gli anni delle superiori, dovevano accompagnarmi al Conservatorio di Vicenza. Con l’arrivo della patente poi per fortuna sono diventata più autonoma, ma ho comunque continuato ad avere i miei genitori vicini.

Da un punto di vista lavorativo quali sono i possibili sbocchi per chi possiede una laurea in Conservatorio? E quali sono i tuoi progetti?
Dunque, purtroppo l’Italia fatica ancora a conferire il giusto merito a un percorso di studi come il mio e in questo modo non viene riconosciuto neanche il valore professionale del musicista. All’estero invece questo problema non si pone allo stesso modo. Oltre alle difficoltà dovute a questo mancato riconoscimento si aggiunge l’elemento imprevedibile della fortuna. Inserirsi nel mondo della musica non è certo facile: oltre all’impegno e alla passione è necessario anche essere “al posto giusto, al momento giusto”. Se poi suoni uno strumento come l’arpa, la sfida diventa ancora più difficile! Ad ogni modo una laurea in Conservatorio dà possibilità diverse, nel mio caso la speranza è di diventare concertista, anche se mi affascina molto pure l’area della propedeutica musicale. Per chi lo desidera c’è poi una terza opzione che prevede l’insegnamento a livello proprio di strumento.

Sentiamo, come definiresti l’arpa in tre parole?
Emozione. Passione. Impegno. Lascio volutamente l’impegno per ultimo, anche se poi è fondamentale che ci sia sempre perché spesso si vende lo studio di uno strumento solo come un ulteriore peso. C’è molto di più invece e non lo dico io, lo dice la scienza.

A cosa ti riferisci precisamente?
A livello psicologico molti studi affermano come la musica favorisca lo sviluppo di alcune aree del cervello e aiuti lo sviluppo delle abilità matematiche, logiche ma anche a livello del linguaggio: la parola è ritmo dopo tutto. La musica coinvolge quindi tutti i campi. A livello terapeutico si è addirittura osservato che dà risultati in tempi più brevi rispetto all’arte. Non a caso infatti si parla di cervello musicale: le persone nascono con una attitudine musicale innata, si tratta solo di sfruttare questa potenzialità! Inoltre si è visto come lo studio di uno strumento aiuti l’organizzazione, anche perché non sempre è facile riuscire a far combaciare lo studio della musica con la scuola e tutti gli altri impegni. Purtroppo però l’educazione alla musica non fa ancora pienamente parte della nostra cultura, anche se si sono fatti molti passi avanti. Lo studio di uno strumento è visto molte volte come un impegno fine a se stesso, ignorando tutti i vantaggi che invece comporta. Spesso si preferisce lo sport alla musica. Intendiamoci, non è colpa di nessuno: manca semplicemente la conoscenza. È un peccato perché non si cerca di trasmetterla come accade invece con molte discipline sportive. Ma si sono fatti passi avanti quindi siamo fiduciosi che un giorno si riesca a riconoscere il valore della musica così come si riconosce quello dello sport! In fondo sono entrambe risorse molto importanti.

Un’ultima domanda: nel film di animazione della Disney “Soul”, quando una persona si dedica alla sua passione “si perde nella bolla”, cioè perde il contatto con la realtà. Ti senti anche tu così quando suoni? O al contrario la musica ti dà una maggior consapevolezza di ciò che ti circonda?
Onestamente non ho visto il film ma, per come immagino quello che mi dici, trovo delle analogie con le mie sensazioni quando suono. Devo dire che effettivamente l’arpa fa da ponte tra me e questa “bolla”. Da sempre quando le mie dita toccano le corde il resto del mondo si fa lontano e mi sento completamente immersa nella musica. Ricordo nitidamente uno dei miei primissimi concerti: mentre mi esibivo avevo un riflettore puntato contro che lasciava in ombra il pubblico. Da allora, ad ogni mio concerto ripenso a quel momento, quando c’eravamo solo io e la mia arpa, e provo solo la sana emozione che precede ogni esibizione. Naturalmente al tempo del mio primo concerto ero ancora molto giovane e sicuramente avevo affrontato il momento con la leggerezza tipica dei bambini. Crescendo però, anche se è aumentata la consapevolezza di quello che stavo facendo e dell’importanza di mantenermi concentrata, sono riuscita a non inserire una componente ansiogena nelle mie esibizioni. Ora, dopo tutta questa assenza dal palco, devo ammettere che pensare di tornare davanti a un pubblico mi lascia un po’ spiazzata… penso che non sarà facile riabituarmi. La voglia però è tanta e l’entusiasmo pure!

A questo punto ringraziamo quindi Chiara sia per la sua testimonianza di passione e dedizione, che per le interessanti riflessioni. Le auguriamo il meglio e speriamo di incontrarci in un teatro la prossima volta!