Casali di FdI verso le Regionali: “Autonomia, sanità, sociale e lavoro, anche a Sona e nel veronese”. E su Cattolica Assicurazioni “dispiace perdere un quadro di famiglia”

Nel percorso di avvicinamento alle elezioni regionali del 20 e 21 settembre il Baco ha avuto l’occasione di intervistare Stefano Casali, candidato nella lista Fratelli d’Italia.

La carriera politica di Casali nasce nel 2007 come Consigliere comunale di maggioranza a Verona sotto l’amministrazione di Flavio Tosi; durante il secondo mandato Tosi dal 2012 al 2015 ha ricoperto anche le cariche di Assessore e Vice Sindaco.

Dal 2015 a quest’anno è stato Consigliere regionale, prima in Lista Tosi, poi ha aderito alla lista civica Centro Destra Veneto–Autonomia e Libertà, che in vista delle prossime elezioni è confluita nella lista di Fratelli d’Italia a sostegno del Presidente uscente Luca Zaia.

Quali sono i tre punti programmatici principali che Fratelli d’Italia propone per la Regione Veneto?

Come primo punto, abbiamo sottoscritto un accordo per pretendere l’autonomia. Dispiace che l’Esecutivo Conte I e II abbia accantonato il tema, ma sarà un primo punto che vogliamo ottenere dal Governo per la Regione.

Come si articola il resto del programma?

Noi oggi dobbiamo concentrarci sui pronti soccorsi amministrativi, che sono sanità, sociale e lavoro.

Partiamo dalla sanità. La candidata nella lista di Italia Viva Orietta Salemi in un’intervista che le facemmo recentemente ha asserito che il modello sanitario veneto abbia retto soprattutto grazie a quel tessuto socio sanitario composto da medici di base, cooperative e associazioni che hanno frenato i ricoveri in ospedale. Un sistema che rischiava di essere smantellato proprio dalla Giunta Zaia. In concreto cosa significa “puntare sulla sanità”?

Puntare sulla sanità significa lasciare i fondi di cui necessita, quindi non variare in diminuzione questa voce di bilancio già di per sé molto corposa. Dobbiamo riconoscere che l’attività di volontariato dei veneti soprattutto in quest’ultimo periodo è indubbiamente preziosissima. Il nostro sistema sanitario è uno dei migliori d’Italia e uno dei più all’avanguardia in Europa. Come dico sempre: sulla sanità e la salute non si scherza.

Pur essendo già una competenza regionale, come cambierebbe la sanità se dovesse essere riconosciuta l’autonomia del Veneto?

Se in Veneto la sanità funziona, è proprio grazie alla delega regionale sul tema. L’autonomia è fondamentale perché è indispensabile al fine di gestire efficacemente i fondi a disposizione della Regione: il fatto di poter usufruire di ulteriori risorse dal proprio prelievo fiscale permetterebbe di compiere altri interventi più mirati.

Come giudica gli interventi sul modello sanitario da parte di Zaia?

Penso che sia necessario fare un ragionamento sulle ULSS, quindi fare una valutazione sulla delibera relativa all’Azienda Zero, sul fatto che debba essere ritarata o migliorata per i prossimi cinque anni. Nostro compito è quindi analizzare i risultati concreti ottenuti e verificare che corrispondano agli obiettivi e agli effetti sperati.

Calandoci nella realtà veronese, che parametri dobbiamo considerare?

Il territorio veronese conta circa un milione di abitanti, è una provincia molto variegata e con caratteristiche peculiari: ci sono zone che d’estate vedono milioni di flussi turistici, pur avendo poche migliaia di abitanti. Tutto ciò a fronte di una ULSS sola.

Una riforma, dunque, con qualche ombra.

Non dico che non fosse una riforma da non fare né deliberare. Dico che bisogna verificare che i risultati concreti siano stati quelli sperati. Proprio perché sulla sanità non si scherza e si deve perseguire sempre l’eccellenza.

Passiamo al capitolo del sociale. Come può essere valorizzato questo aspetto?

Valorizzare il sociale significa stare concretamente vicini a quei nostri concittadini in difficoltà, che sono emarginati, che hanno problemi economici. Mi riferisco alle famiglie sotto reddito, a quegli anziani che spesso non chiedono sussidi perché hanno lavorato tutta la vita, a tutti coloro che vivono situazioni di disagio intollerabili. In Italia abbiamo chi, non essendo italiano, sfrutta il sociale per opportunismo e chi, invece, è italiano e ha meno attenzione rispetto a coloro che arrivano in Italia violando le leggi.

Due cose: “essere vicini” in che senso? Tramite bonus e agevolazioni?

Essere vicini nel senso di finanziare i nostri concittadini che lavorano o hanno lavorato. Ma non è solo questo: dobbiamo accorgerci di queste problematiche, sviluppando quelle professioni nell’ambito dell’assistenza sociale. Ci sono anziani sotto la soglia di povertà che non accedono ai servizi sociali per una forma di decoro, a differenza di qualche clandestino che si lamenta perché non ha il cibo che gli piace o la rete Wi-Fi.

La seconda: ci ha citato l’“opportunismo” di cittadini stranieri. Ci dà qualche numero relativamente alla Regione?

È una situazione piuttosto fastidiosa: abbiamo uno Stato che ci aggiorna sul numero dei nuovi arrivi, ma non ci aggiorna su quanti vengono rimpatriati, a fronte di studi chiarissimi delle prefetture in cui si evince che oltre il 90% di chi arriva non è profugo, ma clandestino. I primi hanno tutto il mio appoggio, i secondi possono venire in Italia, ma rispettando le leggi.

Ecco, si tratta di affermazioni piuttosto generali, il cittadino rischia di avere poca contezza dei casi effettivi nel proprio territorio.

È difficilissimo sapere sia i numeri dei rimpatri sia dove vengono collocati gli stranieri. Personalmente ho scritto per un anno e mezzo a tutti i prefetti del Veneto di fornirci il numero preciso dei clandestini e dei rimpatri, ma non ho ricevuto risposte o risposte esaustive.

In termini di bilancio quanto la nostra Regione finanzierebbe il comparto sociale?

La stra grande maggioranza delle voci di bilancio riguardano l’ambito sanitario e sociale e copre circa l’80% di tutto il gettito della nostra Regione. Una parentesi: se avessimo l’autonomia, potremmo ampliare il budget complessivo.

Nell’ambito sociale c’è spazio per i giovani?

Assolutamente. Noi in Veneto formiamo dei cervelli raffinatissimi. Ma parliamo di una formazione che dalle elementari all’università costa migliaia di euro a studente. Il punto è che moltissimi di questi giovani, terminati gli studi, poi vanno a lavorare all’estero, non mettendo a frutto le proprie competenze sul territorio regionale o nazionale.

Un investimento che, di conseguenza, si perde.

Esatto. Abbiamo la spesa e la beffa; la prima, è sempre doverosa farla, la seconda sta proprio nella fuga dei cervelli all’estero, senza mettere in pratica la formazione ricevuta nei confini dello Stato nazionale.

Quindi cosa occorre ai giovani?

Per i giovani bisogna creare quel tessuto che gli permetta di realizzarsi nel proprio territorio. Il Veneto è una delle Regioni più belle al mondo. Non credo che i giovani vadano a lavorare volentieri, ad esempio, nella Foresta Nera in Germania.

La maggior parte andrà dove troverà opportunità più convenienti, no?

Però, se queste opportunità nascessero in Veneto, sul proprio territorio, rimarrebbero qui.

Ma quindi come si fa?

Il Veneto ha dei fondi, che se rimangono alla competenza regionale, creerebbero un maggior incentivo per la nascita di posti di lavoro sul proprio territorio.

Mi aspettavo mi citasse un rapporto con le Università da potenziare. Perché sono proprio le Università gli intermediari tra i giovani e il mondo del lavoro.

Le Università, ma anche le scuole della nostra Regione compiono già un lavoro egregio nella formazione. Il tema è che le aziende non riescono ad assumere giovani a causa degli eccessivi costi del lavoro, burocrazia e altri oneri. L’idea è di creare opportunità proponendo bandi per l’imprenditoria giovanile o abolendo quasi totalmente i contributi per i primi cinque anni di assunzione di giovani. Più autonomia fiscale significa anche più opportunità di lavoro ai giovani.

E riguardo al lavoro?

Se un imprenditore non ha la possibilità di assumere, non produce lavoro; ma allo stesso tempo non può nemmeno fallire perché il costo del lavoro è troppo alto. Lo dico sempre: fare impresa oggi in Italia è eroico. I paletti della burocrazia sono davvero limitanti. Ma sono convinto che il Veneto con la spinta dell’autonomia sappia esprimere significativamente il suo potenziale.

Cosa porta nella sua candidatura a favore del territorio del Comune di Sona?

Lo dico con molta umiltà: credo che un voto possa rafforzare il Veneto Occidentale, quindi Sona e quella che io definisco la regione del Garda. Verona è stato un territorio molto autonomo…

La interrompo. Intende “autonomo” o “dimenticato”.

In effetti entrambe le cose. Alla costituzione delle Regioni nel 1970 il primo Presidente del Veneto è stato un eminente veronese, Angelo Tomelleri. In quegli anni Verona era la provincia più rappresentativa del Veneto, vuoi per la fiera, la logistica ecc. Successivamente si è creata un’asse del Veneto Orientale, comprendente Venezia, Treviso e Padova. Questo è un 50% del problema.

E l’altra metà?

È sia un problema sia un vanto: fino alla recente crisi economica e a quest’anno orribile noi veronesi avevamo delle forze interne per cui l’aiuto della Regione è sempre stato visto marginalmente.

Cioè?

Molte importanti realtà hanno e avevano sede a Verona, tra cui l’allora Cassa di Risparmio Verona Vicenza Belluno, la Fondazione Cariverona che poi si è trasformata, il Banco Popolare, la Cattolica Assicurazioni, l’AGSM, le municipalizzate, la fiera, l’aeroporto. Il territorio veronese e del Garda si sono sempre autogestiti.

Stando così le cose, qual è il ruolo della politica?

Dato che la provincia veronese rappresenta per numero di abitanti il 20% dell’intera Regione Veneto, il nostro ruolo politico è quello di ottenere ciò che spetta ai concittadini del nostro territorio. Con ciò non insinuo che il Governatore Zaia trascuri Verona e i veronesi, anzi, con Zaia c’è un rapporto politico ottimo oltre che umano. Un voto per Fratelli d’Italia può spostare il baricentro politico, può garantire un dialogo all’interno di un’alleanza leale e sincera.

Sona da diversi anni vive la gravosa tematica della Sun Oil. Che priorità ha nella sua agenda politica?

È un tema che conosco bene. Siccome parliamo di rischi ambientali legati anche alla salute dei cittadini, non si deve scherzare. Credo che la Regione insieme ai suoi uffici legislativi di altissimo livello possa essere di prezioso supporto all’attività amministrativa, anche in termini finanziari. Sono troppi anni che questa situazione si sta trascinando, con dei passi avanti, ma rimane ancora irrisolta.

Prima mi ha citato realtà finanziarie e non con sede a Verona. Che idea ha di Cattolica Assicurazioni e dell’operazione con Generali?

Quando un bellissimo quadro di famiglia non è più appeso solo nella tua stanza, un po’ dispiace. Tuttavia, bisogna prendere atto della faccenda dato che c’è stata un’assemblea e un voto democratico. Rispetto la volontà dei soci e spero allo stesso tempo che venga mantenuta la storicità e un legame forte con Verona. D’altra parte, come gruppo politico a Verona siamo stati in prima linea per sventare la cessione a Milano, alla società A2A, della società AGSM. Il progetto di fusione – che era una cessione vera e propria – che avrebbe tolto AGSM dal nostro territorio sarebbe stato drammatico.

Perché?

Essendo un’azienda pubblica, gli utili servono per il territorio, per le associazioni sportive, i progetti dei giovani, finanziamenti sociali ecc. Il caso AGSM rappresenta la stella polare di come vanno analizzate e gestite queste tematiche quando si propongono.

Secondo lei, il Sindaco Sboarina l’ha gestita bene?

Credo che Sboarina l’abbia gestita bene accettando le dimissioni di Finocchiaro. Diciamo che è finita bene.

Nella foto Stefano Casali e Gianmaria Busatta del Baco al termine dell’intervista.