“Caro Padre Sergio Campara…”, una lettera aperta

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Le parole che seguono hanno come fine quello di ringraziare una persona a me cara, un Padre. Al di là della sua missione è proprio in tale veste che lo considero.

 

Sto parlando di Padre Sergio Campara da Lugagnano, che non ha bisogno di tante presentazioni per voi lettori di questa rivista. Il mio ringraziamento viene da una serie di avvenimenti accaduti di recente che mi hanno visto interessato in primissima persona. Nel mese di ottobre io e Anna, nipote di Sergio, siamo andati a Nueva Gerona a Cuba, l’attuale missione di questo prete di inesauribile energia, con il desiderio di unirci in matrimonio. La nostra gioia si è congiunta a quella di Sergio e tutto è diventato una festa, anche gli aspetti forse più tristi della realtà che sta vivendo.

 

Già in passato Il Baco da Seta si è giustamente interessato alla vita e all’opera di Sergio, raccontando le difficoltà ma anche gli aspetti piacevoli di Cuba. Quello che abbiamo potuto vedere io e Anna è un qualcosa di inaspettato, oltre ogni possibile racconto pervenuto da altri, addirittura aldilà degli stessi resoconti di Sergio. E’ stata la nostra esperienza, vissuta sulla pelle e diventata unica attraverso Sergio e tutti coloro che gli stanno vicino. La nostra presenza sull’isola è coincisa con alcune buone notizie che sono arrivate contemporaneamente al nostra aereo. Un certo nuovo clima di distensione, accompagnato da una speranza al cambiamento che sta alimentando la vita giorno per giorno di migliaia di cubani. Il regime si ammorbidisce, vengono concesse alcune libertà che prima non c’erano, la percezione si distende e la tensione di un tempo si stempera.

 

Questa è Cuba oggi, come del resto ogni altro Paese. Gente che aspetta, spera nel cambiamento perché cambiando ci si rinnova, si rinasce con uno spirito più forte. Questo quello che colpisce di Sergio. Ogni giorno per lui è come se fosse unico, il più bello e anche l’ultimo. In quel giorno, a far si che diventasse unico, intervenne una notizia, comunicata dalla curia vescovile de La Havana, attesa oramai da più di quaranta anni. Finalmente lo stato cubano riconsegnava al vescovo e quindi a Roma, la chiesa di Santa Fe. Questa piccolissima chiesa dista non più di trenta chilometri da Nueva Gerona, la parrocchia di Sergio.

 

Inizialmente, quando ci raccontò la sua gioia nell’aver appreso la lieta notizia, non potevamo renderci ben conto di cosa significava per lui. Ciò avvenne non appena cominciammo a vivere la vita di Sergio. Se La Havana stupisce, l’Isola della Gioventù descrive questo stupore. E’ piccola come isola, considerando che per metà è completamente selvatica. La popolazione si distribuisce, secondo “schemi da regime”, su di una superficie totalmente piana, fatta eccezione per alcune alture, piccole colline dalle cui cime è possibile allontanare lo sguardo all’orizzonte e cogliere la dimensione di questo cerchio di terra.

 

La casa di Sergio è la canonica della chiesa della Vergine e di San Nicola di Bari a Nueva Gerona. Lo stile sia della chiesa che della casa richiama un certo spirito coloniale che aumenta man mano che si comincia a vivere questi spazi e a conoscere le persone che li abitano o vi si trovano costantemente a passare. Ogni membro della parrocchia è una persona con una storia, quella della propria vita. Alla mattina il lavoro di Sergio è ascoltare queste storie e cercare di condividerle con la gente. Da ciò scaturisce l’allegria che questo padre riesce a infondere nelle persone, mostrando semplicemente la sua fede.

 

C’è poi chi lavora per Sergio quotidianamente e con questi è stato più facile per noi stringere dei rapporti di intesa. Andrebbe raccontato ogni particolare ma non sarebbe mai come viverli tutti assieme. Accennavo prima a parte del lavoro; la giornata è sfruttata al massimo, portando Sergio in giro per tutta l’isola, anche in piccole frazioni. A Santa Fe vivono più o meno quindicimila persone, aumentando del doppio se consideriamo la zona circostante. Girando per le strade la sensazione era di vivere in un luogo del passato pervaso da un ordine travestito d’armonia, considerando anche il disastro dell’anno passato, quando un ciclone investì l’isola.

 

Ognuno è intento a fare qualcosa, senza mai troppa fretta, peculiarità che cancella qualsiasi forma di stress. Questo viene man mano che ci si scontra con la mancanza di libertà, intesa però nel suo senso più lato. Chi non si preoccupa di questo e accetta di arrangiarsi, cercando di fare il possibile per portare avanti una vita dignitosa resiste giorno per giorno. Ma in generale il diffuso sentore di decadenza che sta diffondendosi in giro ha eliminato molte illusioni e la gente aprendo gli occhi si misura con la realtà, sentendo in molti casi la mancanza di una qualche fede capace di dare sostegno. Sergio trasmette questo, una fede convinta e coinvolgente, al punto di entrare nella vita di ognuno per aiutare chi si sente perduto e coloro che desiderano cambiare. Essere tornati in possesso di questa chiesa conferma la difficile opera di preti come lui, che per anni si sono trovati a celebrare il rito dell’Eucarestia non in edifici sfarzosi e antichi bensì nei cortili e nei patii delle case di gente modesta ma animata dalla volontà di migliorare le cose.

 

Sfuggono alla disperazione e si rifugiano presso chi li può ascoltare e guidare. Insomma un lavoro che diventa missione e viene accolto come strumento di redenzione in un contesto in cui i miti del passato si sono rivelati falsi e vuoti contenitori di progetti politici disattenti ai bisogni più naturali dell’anima. L’evangelizzazione che sta compiendo Padre Sergio Campara sta assumendo una dimensione importante che nel prossimo futuro potrà interessare tutta Cuba, riportando la popolazione di nuovo a poter scegliere in cosa credere, senza costrizioni ma di fronte ad una libera scelta. Ecco quindi che per celebrare tutto ciò Sergio non si ferma mai e travolge le persone con la forza dell’amore.