C’è un punto, nelle crisi politiche, in cui le parole smettono di galleggiare e diventano conseguenze. A Bussolengo quel punto è stato raggiunto nel pomeriggio del 5 giugno, quando in Comune sono arrivate le dimissioni formali dell’assessora Rita Bin. Un atto, annunciato negli scorsi giorni, che dà sostanza a una tensione ormai visibile, e che allarga la frattura dentro la giunta.
Il nodo resta lo stesso che ha incendiato gli equilibri: l’adesione del sindaco Roberto Brizzi a Futuro Nazionale, il partito legato a Roberto Vannacci. Una scelta che il consigliere Stefano Ceschi (nella foto sopra con il sindaco Brizzi) definisce legittima sul piano personale, ma inevitabilmente pesante sul piano politico, perché tocca la natura stessa dell’amministrazione: una coalizione nata come progetto civico, costruita per tenere insieme sensibilità diverse senza etichette di partito.
È in questo contesto – dopo le dichiarazioni del sindaco – che Ceschi affida in esclusiva al Baco una dichiarazione netta, lunga, ragionata, che mette al centro non un litigio di giornata ma la rottura di un equilibrio. E la consegna a una frase che suona come una linea di confine: il “patto civico” non c’è più.
“La questione che il sindaco Brizzi continua a non affrontare è molto semplice: si è rotto il patto civico su cui era nata questa amministrazione. La scelta di aderire a Futuro Nazionale appartiene legittimamente alla sua sfera personale e politica. Nessuno mette in discussione questo diritto”.
“Ma quando il sindaco, che era il garante dell’equilibrio della coalizione civica, sceglie di iscriversi a un partito di estrema destra, quella scelta ha inevitabilmente conseguenze politiche – spiega Ceschi -. Il progetto che abbiamo iniziato 8 anni fa è nato per amministrare la città al di fuori delle appartenenze partitiche, mettendo insieme sensibilità diverse unite dall’interesse per Bussolengo. È proprio questo equilibrio che oggi viene meno”.
“Per questo, dopo un confronto serio con le persone che hanno condiviso e costruito questo percorso, abbiamo assunto una posizione chiara e coerente – prosegue -. Non per convenienza, non per tatticismi, ma per rispetto degli impegni presi con i cittadini. Leggo il tentativo di ridurre questa scelta a una decisione del Partito Democratico. È una ricostruzione semplicistica e lontana dalla realtà. Bussolengo al Centro ha una propria identità, esiste da molti anni prima della nascita di questa amministrazione, ha una propria storia e un elettorato che va ben oltre i confini di un singolo partito.
“Non è un caso che, insieme a me, abbiano lasciato i propri incarichi anche persone che non sono iscritte ad alcuna forza politica. Un fatto che da solo smentisce questa narrazione. Mi fa piacere, infine, leggere le dichiarazioni del sindaco quando afferma che finché sarà lui a guidare il Comune i partiti non entreranno nell’amministrazione – prosegue il consigliere -. Se queste parole hanno un significato, allora rappresentano una chiara chiusura anche verso i partiti del centrodestra oggi presenti in Consiglio comunale. Mi auguro che a queste dichiarazioni seguano fatti coerenti”.
“Da parte nostra – conclude Ceschi – continueremo a svolgere il nostro ruolo in Consiglio comunale con serietà e spirito costruttivo. Ma soprattutto continueremo a stare tra le persone, nei quartieri, nelle associazioni e nei luoghi dove sono nati i rapporti di fiducia che ci hanno portato fin qui”
Il punto politico, per Ceschi, non è una bandierina da sventolare ma un cambio di cornice: se il sindaco era il garante dell’equilibrio civico, l’ingresso in un partito segnato da una collocazione radicale, sostiene, sposta quel baricentro e rende impossibile far finta di niente. Da qui anche la risposta alla narrazione che riduce tutto a una decisione del Partito Democratico: Bussolengo al Centro, dice, non nasce per “obbedienza” ma ha una storia propria, e lo dimostrerebbero anche le uscite di persone non iscritte ad alcuna forza politica.
Intanto il passo formale di Rita Bin imprime una svolta pratica alla crisi. Le dimissioni non sono un’opinione: sono un incarico che si interrompe e deleghe che devono essere riassegnate. E costringono la maggioranza a misurarsi con un terreno più duro delle dichiarazioni: la tenuta in Consiglio, la capacità di governare senza fratture continue, la credibilità di una linea che promette di tenere fuori i partiti dall’amministrazione mentre i confini politici, nel frattempo, diventano il tema principale.
L’EDITORIALE DEL BACOLa trappola della denatalità: quando fare un figlio diventa un lusso© 2026 Riproduzione riservata
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