C’è un momento preciso, intorno alle tre del mattino, in cui il silenzio diventa così assordante da non lasciar dormire. Succede a molti, e succede anche ai bambini, che però non hanno ancora le parole per dire che il buio, certe volte, preoccupa un pò.
Bruno Zocca, illustratore e autore di Bussolengo, ha pensato proprio a questo, solo che lui, invece di contare le pecore, ci ha fatto un libro. Ci ha messo dentro una bambina con gli occhi sgranati, un viaggio fuori dalle coperte e una certezza: se non ci raccontiamo una storia prima di chiudere gli occhi, il sonno non arriva.
L’albo nasce da un paradosso tipico dell’infanzia: quella domanda universale che ogni bambino si pone quando si gira e rigira nel letto: perché è così difficile addormentarsi? Da qui comincia un’avventura notturna che porta la piccola protagonista a esplorare gli spazi di casa, ma anche i territori della propria mente, per capire cosa le manchi davvero in quel momento. Il risultato è La nottataccia (LupoGuido), che a Genova si è portato a casa il SuperPremio Andersen 2026 come libro dell’anno.
Bruno si presenta come una persona alla mano, dalla voce cordiale e accomodante così, quando ancora riecheggia nell’aria l’emozione per la meritata vittoria io gli propongo un’intervista che l’autore accetta molto volentieri.
Bruno, congratulazioni. Il tuo libro è stato scelto da una giuria vastissima di esperti, ben 250, che hanno decretato il tuo testo come il migliore in assoluto. E per restare in tema ti chiedo, la notte dopo la vittoria a Palazzo Ducale sei riuscito a dormire, o è stata una “nottataccia” anche per te a causa dell’emozione?
Effettivamente ci ho messo un po’ ad addormentarmi, ma per fortuna non è stata una vera nottataccia: quelle si riconoscono subito, sono davvero terribili e sembrano non finire mai. È stata semplicemente la conclusione di una giornata emozionante.
Spesso nei libri per bambini il buio viene edulcorato ma qui le illustrazioni giocano un ruolo fondamentale. Come hai lavorato per restituire l’atmosfera della notte senza spaventare, ma senza nemmeno mentire sulla paura?
Non è mai stata mia intenzione eliminare la sensazione di paura del buio; semplicemente, ho scelto di non utilizzare il nero perché avevo bisogno delle tonalità del viola e del blu per creare un’atmosfera più straniante e sospesa, maggiormente in linea con la narrazione. Sono convinto che nei libri per bambini la paura e il buio possano essere presenti tranquillamente.
La giuria ha lodato la chiave umoristica del libro. Ma far ridere i bambini, soprattutto su un tema frustrante come l’insonnia, è una cosa seria. Che ruolo hanno avuto le illustrazioni in un testo come questo?
Durante i miei laboratori ho potuto osservare quanto i bambini siano esigenti, e a ragione. Sono attenti osservatori dei tempi comici e spesso si ha l’errata convinzione che qualsiasi cosa li faccia ridere. Non è così. Anzi, sanno essere molto selettivi e, quando qualcosa non funziona, sono capaci di non ridere affatto, creando un silenzio gelido. Per quanto riguarda il mio libro, credo che ciò che faccia sorridere sia il continuo tentare e ritentare della protagonista di prendere sonno: una situazione che genera frustrazione, ma anche momenti divertenti. I problemi li abbiamo tutti, bambini compresi, e poterci ridere un po’ sopra, quando possibile, non è affatto una cattiva idea. Per quanto riguarda le espressioni dei personaggi a volte mi scatto delle fotografie – che ovviamente poi cancello – per cercare di cogliere l’espressione giusta.

Nel libro si parla di “cura dei dettagli che disseminano il libro di indizi”. Quali sono questi particolari nascosti nella cameretta o nella casa?
Nel libro ci sono diversi piccoli dettagli, ma nulla di troppo nascosto. Persino il libro della buonanotte dimenticato è ben visibile sul comodino, seppur immerso nel caos della cameretta della protagonista. Mi piace molto inserire piccoli particolari nei miei disegni e, per questa storia, ho pensato che fosse divertente disseminare la casa di peluche dagli occhi spalancati, fotografie e disegni realizzati dalla protagonista, proprio per trasmettere un senso di familiarità e di vita vissuta.
In pratica, hai cercato di mappare la realtà quotidiana di un bambino.
Ho cercato, insomma, di costruire un ambiente credibile e ricco di tracce del quotidiano, in modo da rendere più verosimile non solo lo spazio in cui si muovono i personaggi, ma anche la narrazione stessa.
La certezza, dopo questa intervista, è che con la sua Nottataccia, Bruno Zocca ha regalato a qualche migliaio di bambini un motivo in meno per temere il buio. E forse, a qualche genitore stanco, la scusa buona per sedersi sul bordo del letto, aprire una pagina e ricominciare a parlare. Che di questi tempi, anche di giorno, non è mica poco.
L’EDITORIALE DEL BACOL’amore esiste perché qualcuno domanda “Stai bene?”© 2026 Riproduzione riservata
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