Bruno “Boricci”, l’ultimo famejo del nostro Comune

Questa è la storia di un uomo, un uomo come tanti se ne trovavano nelle pagine della nostra storia passata, pagine che rischiano di rimanere dimenticate se non ci sforziamo ogni tanto di andare a rileggere, magari per scoprire storie di umanità e compassione che possono essere esempi preziosi per i tempi difficili che stiamo vivendo.

Bruno Maltesi è il nome del protagonista di questa storia, ma tutti a Lugagnano lo conoscevano come “Boricci”, anche se lui preferiva essere chiamato semplicemente con il suo nome di battesimo. Ultimo caso documentato e ricordato di “famejo” della nostra comunità, ovvero una persona senza famiglia che viene ospitata in cambio dell’aiuto nel lavoro della casa che lo accoglie, la sua vita è stata piena di difficoltà e privazioni che lo hanno portato ad essere la persona umile e semplice che molti ricordano.

Bruno è vissuto a Lugagnano per quarantasei anni, ospite della famiglia Valicella, lavorando nei campi e guadagnandosi un alloggio, pasti caldi, una paga e soprattutto una fiducia che gli ha permesso di diventare a tutti gli effetti parte della famiglia.

Veniamo accolti in casa Valicella dal capofamiglia Nereo, dalla moglie Elda e dalla figlia Malvina che ci parlano di Bruno a ruota libera, sfornando aneddoti di ogni tipo e storie di un passato che sembra non essere poi così lontano, con una passione e un affetto che ci fanno percepire la presenza di quel piccolo uomo come fosse ancora lì, seduto a tavola in quello che è stato il suo posto per tutti gli anni in cui ha vissuto con loro.

Nereo è una persona schietta e diretta, che parla con il cuore, la prima cosa che ci dice su Bruno è che non era suo papà, non era suo zio, non era niente per lui, eppure lo ha tenuto con la sua famiglia per più di quattro decadi. Sia lui che la moglie si commuovono al ricordo degli ultimi anni in cui Bruno chiese a entrambi il permesso di chiamarli “mamma e papà”. Questa cosa poteva anche far sorridere chi sentiva Bruno chiamare “mamma” una signora molto più giovane di lui, ma la dice lunga sul tipo di rapporto che esisteva tra lui e la famiglia.

Nato a Giazza nel 1912, abbandonato dai genitori e adottato da una famiglia che lo maltrattava e picchiava, è qui che a Bruno è stato dato il soprannome Boricci, ed è qui che ha passato tutta la sua giovinezza, senza ricevere un’istruzione, costretto a bere il latte della capra di famiglia per sfamarsi. Diventato adulto viene fatto soldato e durante la Seconda Guerra Mondiale viene catturato e deportato in Germania, dove è costretto a lavorare duro per i Tedeschi fino alla fine del conflitto. Nereo ancora si ricorda i treni che venivano usati per portare in Germania lavoratori e prigionieri, e ricorda molto bene il soldato tedesco che stava nell’ultimo vagone, armato di mitragliatrice, pronto a sparare a chiunque avesse tentato di scappare. Bruno sopravvive alla Guerra grazie al suo straordinario spirito di adattamento e alla sua indole pacifica e riesce a tornare a casa, dopo aver vissuto esperienze terribili, per poi scoprire che i genitori adottivi nel frattempo erano morti e hanno lasciato i loro pochi averi alla Chiesa. 

Rimasto senza niente lascia il suo paese natale e cerca ospitalità in alcune famiglie di Sona, nelle quali resta per poco tempo, poi finisce con il bussare alla porta di Nereo, vestito con la sua giacchetta militare, chiedendo un piatto di minestra. Da quel giorno è rimasto, adattandosi inizialmente a dormire in un lettino vicino alla stalla e poi in un appartamento messo a disposizione della famiglia, senza la stufa perché aveva paura che la casa andasse a fuoco e senza usare il materasso e il divano per paura di rovinarli.

Quando andavi a trovarlo ti accoglieva con gioia e spruzzava profumo ovunque per fare piacere agli ospiti che facevano visita al suo “regno”. Era estremamente preciso, pulito e ordinato, lo si poteva sentire fare le pulizie ancor prima di andare a lavorare nei campi, praticamente ancora a notte fonda.

Bruno sarà pesato in tutto neanche cinquanta chili, eppure mangiava per tre persone. La mattina era solito fare colazione con un pentolino di latte (le tazze per lui erano troppo piccole!) con tre o quattro panini e durante i pasti non mangiava il primo e poi il secondo come il resto della famiglia, lui voleva che gli fosse portato tutto insieme, per paura di rimanere senza. Lo potevi vedere spesso in giro per il paese in sella alla sua bicicletta, salutava tutti passando e più di una volta nella foga e nell’entusiasmo rischiava di perdere l’equilibrio e cadere. D’estate non portava mai le scarpe, sempre a piedi nudi ovunque andasse, perfino in chiesa, dove ai tempi di Don Mario non si faceva problemi a salire sull’altare durante la messa per portare in omaggio una cassetta di pesche appena raccolte nei campi.

Il giorno in cui riceveva la paga dalla famiglia per il lavoro svolto era per lui un giorno di festa. In particolare il giorno di San Martino, dopo aver preso i suoi soldi, era solito dire: “Ciao a tutti, ci vediamo tra due o tre giorni!”. In realtà dopo poche ore faceva ritorno con la sua vespetta rossa dalla sagra delle castagne con un sacchetto pieno di frutti. Quando partiva con la sua vespa faceva venire sempre il cuore in gola, i primi cento metri li faceva in piedi sui pedali girandosi di continuo per salutare, ma nonostante questo è sempre tornato sano e salvo. Bruno era una persona molto devota, pensava spesso al giorno in cui se ne sarebbe andato; per questo al cimitero, molto tempo prima di morire, si è comprato un loculo, che chiamava affettuosamente “villetta”, a cui faceva spesso visita.

Aveva una salute di ferro, mai avuto un problema fisico, nemmeno un raffreddore, se ne è andato il 3 gennaio 1997 all’età di 85 anni a Caprino, lasciando a un paese intero il ricordo di un ometto gentile, premuroso, riconoscente e onesto.

Se le pagine della storia contenessero altre vicende come la sua, e siamo certi che sia così, varrebbe veramente la pena non solo conservarle gelosamente, ma anche tramandarle a chi non le ha potute vivere e rileggerle a chi distrattamente se le fosse dimenticate.

(Intervista realizzata con il prezioso aiuto di Alfredo Cottini)

Giovanni Signorato
Musicista e cantante di grande valore, abita a Lugagnano e fa parte del Baco dal 2103 e si occupa di interviste e di servizi sui giovani.