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Boscája è un progetto che intende affrontare il problema del cambiamento climatico, divenuto oramai urgente ed improcrastinabile, favorendo l’incontro tra contadini e possibili sostenitori, ponendosi l’obiettivo di piantare nuovi boschi nella provincia di Verona e dintorni.

Intervistiamo Antonio Tesini presidente della Cooperativa agricola Ca Magre che opera a Isola della Scala, nella bassa pianura Veronese. Una cooperativa agricola che conduce circa una sessantina di ettari ad ortaggi, nata nel 1988 e fin dall’inizio fa agricoltura biologica.

Una scorretta gestione dei boschi produce effetti su tutto il pianeta e sul cambiamento climatico, compresa l’area interessata dal progetto ossia la pianura e la bassa collina della Regione Veneto, ricomprese nella Pianura Padana orientale. Il territorio è caratterizzato sia dalla presenza di aree agricole in cui viene praticata un’agricoltura di tipo intensivo (cereali e frutteti in pianura, vigneti in collina), sia da numerose zone ad elevata antropizzazione (città, centri abitati, zone industriali e artigianali), che da zone attraversate da una capillare rete di infrastrutture primarie e secondarie (autostrade, strade, ferrovie).

Come conseguenza di questo elevato livello di antropizzazione, il degrado ambientale che ne è scaturito non è di poco conto. Questo territorio, infatti, è uno dei più inquinati d’Europa (aria ed acqua in primis), una delle zone dove vengono utilizzati maggiormente fitofarmaci, insetticidi ed erbicidi e dove le formazioni arboree ed arbustive, siano esse foreste o siepi e boschetti campestri, sono state eliminate nel corso dell’ultimo secolo per fare spazio alle zone agricole comportando una drammatica riduzione della biodiversità biologica. Tutto ciò ha comportato numerosi eventi meteo che hanno comportato fenomeni di dissesto idrogeologico diffusi su tutto il territorio. Formazioni forestali degne di nota sono oramai limitate a parte della collina ed alla montagna.

Tesini, lei èlegato al biologico anche in altro modo?
Si, sono anche presidente di una cooperativa che si chiama Rete Bio con sede a Reggio Emilia e la base operativa al mercato ortofrutticolo di Parma. La sua funzione è quella di poter ci scambiare prodotti tra aziende agricole biologiche con la quale si ha un rapporto di prossimità proprio grazie alla rete. Le realtà che ne fanno parte vengono dal Trentino, dal Veneto, dall’Emilia, dalla Sicilia e dalla Puglia.

Venendo all’argomento dell’articolo, Boscája, cos’è?
Boscája è un progetto e una speranza, io lo definirei così. La speranza è di creare un ponte tra aziende agricole, che mettono a disposizione alcuni dei loro terreni per rimboschire (almeno un ettaro) e le imprese economiche (industrie, assicurazioni, banche, artigiani e ecc.) che, dopo aver acquisito la sensibilità aziendale, dal loro bilancio detrarranno una cifra (almeno 2000 € a ettaro, all’anno per dieci anni) per finanziare consapevoli così di migliorare l’ambiente attraverso i boschi. Un riequilibrio di attività che, a volte, risultano nocive per l’ambiente. Inoltre, è un supporto ad aziende agricole che sono condotte o da persone anziane o da progetti di giovani che abbiano terreni marginali o anche terreni vocati sul quale verranno progettati dei boschi specifici. L’obiettivo è quello di, attraverso gli alberi, mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici. Adesso siamo nella fase in cui il progetto, dopo una gestazione di un anno, va diffuso: ci piacerebbe che fosse un progetto accolto e accettato dalla comunità e che abbia anche una diffusione consapevole con il passaparola. Si partirà con un periodo di due anni di sperimentazione. Se alla fine ci saranno aziende e imprese che daranno la loro disponibilità a proseguire si andrà avanti, invece, se non ci saranno aderenti stabili, vorrà dire che i tempi non sono ancora abbastanza maturi per cambiare un paradigma. Dunque lasceremo perdere.

Perché i contadini vogliono mettersi in gioco?
Perché l’attività agricola sta subendo una crisi legata all’invecchiamento delle aziende e misto al fatto che spesso i contadini hanno terreni marginali che non sono vocati a culture da reddito. Quindi i boschi possono diventare un’opportunità di sussistenza per loro. Spero, inoltre, che anche le aziende agricole si ricordino che, in alcune situazioni, sono loro stesse inquinanti attraverso gli allevamenti intensivi e i pesticidi sulle colture (escludendo quelle biologiche) e acquisiscano, così, anche una sensibilità ambientale. Quindi questo progetto vuole portare la piantumazione dei boschi alla portata di queste realtà.

La domanda era più incentrata sulle persone che hanno fatto partire il progetto, quindi voi con Ca Magre e il resto dei partner. Cioè perché vi siete messi in gioco? Ovvio che ci sia la sensibilità dei vostri confronti per la natura, però cos’è la spinta che vi a permesso di fare questo passo in più rispetto ad altre realtà comunque sensibili.
Ognuno ha delle motivazioni proprie. Per quanto mi riguarda sono stati due fattori: il primo è stato il toccare con mano ogni giorno, lavorando in campagna, i cambiamenti climatici repentini, ogni anno arrivano grandinate sempre più devastanti, trombe d’aria, periodi di siccità, periodi di troppa pioggia; l’altro motivo è vedere il movimento dei giovani che chiedono agli adulti di iniziare a fare qualcosa di concreto per l’ambiente. Il progetto Boscája è una piccola cosa ma con un grande significato, proprio per questo ci auguriamo che le adesioni aumentino al punto di poter proporre questo sistema anche in altre province. Potrebbe diventare è un esempio concreto di un fare per cambiare questi mutamenti climatici che ci devasteranno la vita e stanno già distruggendo la terra.

Il mondo biologico e la sua sensibilità “naturale” si possono legare a questo progetto?
Certo, si io spero che il mondo dell’agricoltura biologica faccia da traino per questo progetto, saranno le prime a cui verrà proposto. La speranza è che le aziende agricole convenzionali ne prendano parte perché è un problema comune, non solo per l’agricoltura biologica. Gli effetti benefici che, i boschi ma anche le siepi, portano una minore erosione organica causata dal vento e un habitat che aiuta la fertilità della terra.

Se non sbaglio la siepe è obbligatoria anche per la certificazione biologica: il semplice confine con aziende convenzionali dev’essere protetto da siepi. Giusto?
Certo, certo. C’è l’obbligo di creare siepi frangivento, ma anche per attirare l’avifauna, per esempio le cince o i pipistrelli che sono predatori di insetti dannosi per l’agricoltura.

Cosa si vuole raggiungere con questo progetto?
Nei primi due anni, secondo me, riuscire a raggiungere, nella provincia di Verona, almeno una trentina ettari destinati a diventare bosco. Con la conferma dell’impegno da parte delle aziende agricole e imprese a piantare e finanziare almeno trenta ettari di bosco, se poi saranno cinquanta o sessanta, meglio!

Una citazione che viene utilizzata nel progetto è “Chi pianta un albero, pianta una speranza!” (Lucy Larcom) e rispecchia quanto sia importante prendere parte non solo a queste iniziative ma anche il prestare attenzione all’ecologia nei gesti quotidiani.