“Benedette le canalette!”. Breve storia dell’irrigazione e del riscatto delle aride campagne di Lugagnano e Mancalacqua

Diversi decenni fa, ancora ragazzetto, come molte altre volte andai ad attingere ai ricordi di mia nonna. Quella volta l’argomento voleva essere l’arrivo dell’irrigazione e le nuove colture introdotte di conseguenza a questa ed io, per entrare subito in argomento, iniziai tutto entusiasta, esclamando: “Ma tu lo sai che una cassetta delle pesche di Lugagnano l’hanno perfino mandata al Duce, col treno?”. “I ghe sarà rivè un po’ fàti” (troppo maturi) fu la sua disincantata risposta.

Dopo l’inizio poco incoraggiante, comunque, i ricordi cominciarono anche quella volta a scorrere e mi fu facile capire che davvero l’irrigazione aveva cambiato la storia di Lugagnano.

Del resto, lo avevano previsto già insigni studiosi quali Cristoforo Sorte, Teodoro Da Monte, Antonio Glisenti fin dalla metà del Cinquecento, che la Campagna di Verona, irrigata, avrebbe avuto interessanti prospettive di sviluppo. Ma qualcuno di questi scienziati l’acqua la voleva prelevare dall’Adige, qualcun altro dal Garda: Venezia ascoltava i litigiosi esperti e non decideva, confrontando tra sé e sé i sicuri, enormi costi dell’impresa con gli incerti benefici futuri.

Alla Serenissima, ormai impigrita dal suo benessere, fece seguito l’effimera parentesi napoleonica e poi la marziale dominazione austriaca, sostituita infine dall’acerba monarchia sabauda. Tutti a convenire che sì, il progetto per irrigare l’Alto Agro veronese era da considerare con la massima attenzione, che i vantaggi sarebbero stati grandi e sicuri, ma purtroppo le difficoltà tecniche, le ristrettezze del momento, gli enormi costi, le priorità, la guerra (presente, imminente o appena conclusa: ce n’era sempre una…) insomma, fino al 1929 acqua nei nostri campi non se ne portò.

E intanto i nostri compaesani bruciavano non solo per le frequenti, terribili sùte (siccità) che incenerivano il miglio, l’erba medica, la polenta ed avvizzivano le viti e i gelsi, ma anche per la rabbia impotente nel vedere che la parte bassa della Campagna, fino alle vicinissime Caselle, già dalla fine dell’Ottocento era ormai irrigata e, di colpo, trasformata.

Difficile capire, dunque, come potessero esserci ancora, nell’ottobre del 1928, alcuni contrari all’irrigazione. Si vede che anche le vie dell’ignoranza, oltre a quelle del Signore, sono infinite.

Fatto sta che il Generale Andrea Graziani, in qualità di Presidente del neonato Consorzio di Irrigazione, arriva a Lugagnano appunto su finire del 1928 ed arringa i Lugagnanesi riuniti in mezzo al crocevia, che evidentemente non era trafficato come oggi. Non ci sono delle vere e proprie folle oceaniche, il balcone non è degno di Palazzo Venezia, ma lo schema e i toni sono quelli in voga a Roma, a quei tempi.

Ottobre 1928, il Generale Graziani attorniato da coltivatori e proprietari in Corte Beccarie, dopo il comizio per il costituendo Consorzio di Bonifica.
Sopra, estate 1929, per la prima volta l’acqua inizia a scorrere nelle neonate canalette di irrigazione.

Dall’alto del terrazzino della casa d’angolo con la strada che porta a Bussolengo, il Generale illustra dunque l’imminente conclusione del progetto per esortare i proprietari di fondi agricoli a realizzare delle canalette di irrigazione e ad aderire al “Consorzio di Irrigazione San Massimo – Lugagnano di Sona – Sommacampagna – Bussolengo”, costituito già nel febbraio del 1923.

Ed appunto fra l’uditorio si alza più di una voce contro le canalette, che costano fatica ma soprattutto tolgono superficie coltivabile e, addirittura, contro l’acqua, che “la magna via la tera”! Ma in realtà la preoccupazione maggiore riguarda la richiesta del consenso a trascrivere un vincolo di ipoteca su una quota del terreno che verrà irrigato.

La stragrande maggioranza degli astanti però è di tutt’altro parere e non è neanche una maggioranza silenziosa cosi, zittiti i retrogradi, il comizio si conclude tra gli applausi convinti dell’assemblea e la giornata finisce in gloria con il pranzo ufficiale nella corte Beccherie.

Ed in ricordo di quei fatti, il controverso generale, di cui avremo modo di parlare in un prossimo articolo, si guadagnò imperitura memoria lugagnanese con la successiva dedica di una via.

Già da alcuni mesi la campagna intorno a Lugagnano ha cominciato ad essere messa sottosopra e non solo in senso figurato. Nel giro di pochi anni l’intera superficie coltivabile del circondario sarà rivoltata, in modo che lo strato fertile superficiale, el còdego, non dovendo più sostentare granaglie o altre piante seminate, passi a nutrire le radici delle nuove piante da frutto.

Dalla creazione in poi, nessun altro evento aveva cambiato così radicalmente e cosi repentinamente il destino della nostra zona: la nuova éra beneficia innanzitutto la facoltosa famiglia Innocenti, che possiede le risorse finanziarie per impiantare subito un vasto frutteto, il primo di Lugagnano, dietro alla loro corte di villeggiatura: Villa Maria, nella attuale via 26 Aprile, allora fascisticamente denominata via 28 Ottobre (data della Marcia su Roma).

Il terreno ghiaioso, su cui generazioni e generazioni di contadini si sono spezzati la schiena, viene prima liberato dai gelsi e poi rivoltato con un enorme aratro, legato ad una corda di acciaio di 300 metri, la lunghezza dell’intero podere. Ritrovato tecnico dell’epoca: la corda è messa in trazione da un trattore (che non avrebbe avuto la potenza necessaria per trainare l’aratro direttamente) che gira intorno ad un grosso argano, infossato nel terreno, così da riavvolgervi la fune.

1929, il trattore della famiglia Innocenti in azione.

Il 1929 è un anno di febbrile attività nei campi, che si preparano al sospirato appuntamento con l’irrigazione. I fratelli Innocenti fanno arrivare da Pistoia piante selezionate di pero, che assieme al pesco sarà la prima specie da frutto messa a dimora a Lugagnano. Ci pensa poi l’inverno, probabilmente il più freddo del secolo, a creare le ultime pungenti angosce: di notte il silenzio delle nostre campagne è rotto qua e là dagli schiocchi dei morari, che si spaccano per il gelo!

Finalmente giunge il 1930 e per le piantine inizia una crescita cui i nostri contadini, abituati agli stentati raccolti di sempre, assistono increduli e felici. Sembra che i campi vogliano di colpo sdebitarsi di secoli di avarizia: per diversi anni, la terra – assolutamente vergine per i frutteti – regalerà raccolti miracolosi. Basteranno, esempio, solo otto pere per riempire una cassetta di dimensioni 30×50 centimetri.

I “Frutteti industriali dei fratelli Innocenti Lugagnano (VR)” si fanno onore alle fiere di tutta Italia e le autorità fasciste mandano continuamente inviti per esposizioni anche all’estero, dove pure i prodotti di Lugagnano rastrellano premi. La fama si diffonde al punto che anche proprietari di zone vicine vengono a chiedere in prestito pesche da esporre furbescamente nelle fiere ortofrutticole.

Ovviamente, anche le ultime diffidenze svaniscono e, via via che si reperiscono i fondi necessari, le campagne del nostro paese si ricoprono di filari di peschi, autentico simbolo della rinascita di Lugagnano, che nemmeno la Seconda guerra mondiale riuscirà a vanificare.

Gli Anni Trenta e Quaranta sono davvero entusiasmanti per le prospettive che aprono ai nostri compaesani: certo, il potere nutritivo dei terreni comincerà presto a normalizzarsi, la grandine diventerà l’incubo e spesso il flagello dei nostri agricoltori, la diffusione delle nuove colture aumenterà la concorrenza e diminuirà i guadagni, ma comunque niente sarà più come prima.

Anche l’ultimo lembo arido dell’antico Alto Agro Veronese è finalmente irrigato e, forse più di tante argomentazioni sulla straordinarietà dell’evento per i nostri progenitori, può valere il modo di dire che tante volte ho sentito, raccogliendo testimonianze dei nostri vecchi, che distinguevano i fatti accaduti in quegli anni con la partizione “prima de l’acqua… dopo de l’aqua”.

Massimo Gasparato

About Massimo Gasparato

Nato in via 26 aprile a Lugagnano, il 21 maggio 1961. Da allora quasi ciecamente legato a Lugagnano. Felicemente sposato con Stefania Boscaini, è padre di Ester, Francesco, Diletta e Matilde. Partecipa da sempre a varie realtà di volontariato. E' autore di Fregole de Storia, monografia su Lugagnano, edita nel 1997 con la collaborazione di Gianluigi Mazzi.

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