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Cosa spinge un mecenate, uno sponsor o un comune cittadino a sostenere un’organizzazione umanitaria, una associazione locale, un progetto singolo o di rete per il no-profit? Un ritorno economico? No. O meglio : un ritorno di immagine da una donazione effettuata può anche generare un ritorno di visibilità e indirettamente un ritorno economico per le realtà produttive. Un ritorno che, anche se non voluto e non cercato, è buona cosa se avviene.

Dalla mia esperienza vissuta nel tessuto associativo della comunità di Sona credo di poter affermare che, la risposta di sostegno della cittadinanza a tutti i livelli verso la progettualità di impatto sociale, è stata negli anni alquanto disinteressata.

L’intervento spot di un sostenitore è assolutamente un dono del cielo, ma diventa una vera manna quando questo intervento diventa strutturale nel tempo. Perché accada è necessario che il destinatario investa energie per creare la base del consenso. In che modo? Lavorando sul sentimento della fiducia attraverso anche alcuni pilastri importanti del proprio agire: comunicare quello che si fa e farlo con la massima trasparenza.

Nel momento in cui si pensa che la sola cosa importante sia l’azione sociale che si porta avanti tutti i giorni, si è fuori strada. Il comunicare quello che si fa e che si vorrà fare, il come lo si fa, le risorse umane ed economiche che si mettono in campo, la rendicontazione di come vengono impiegati gli aiuti che si ricevono sono altrettanto strategicamente importanti.

Per esempio: il ringraziare pubblicamente una persona, un ente o un’azienda che hanno dato seguito ad un sostegno è, nella nostra mentalità, un’azione quasi deplorevole. A meno che non sia il sostenitore stesso che richiede l’anonimato su quanto fatto, l’evidenza del gesto è importante sia dal punto di vista del valore pubblico dato al gesto stesso, che per altro funge anche da attrattore di altri gesti simili, sia dal punto di vista di rendicontazione. Fiscalmente una azienda potrà giustificare nel proprio bilancio l’erogazione/il dono fatto sia attraverso una fattura/ricevuta prodotta dall’ente beneficiario sia attraverso evidenza pubblica del proprio intervento su riviste, social e siti.

Il mondo del volontariato, il cosiddetto Terzo Settore, è in profonda evoluzione. La riforma omonima, nota come Decreto Legislativo n. 117 del 2017, sta imprimendo un deciso cambio di marcia a tutto il comparto, alzando l’asticella su quello che è lecito attendersi da una Organizzazione No-profit.

Rendicontazione e trasparenza, oltre ovviamente ad altri requisiti fondamentali che non sto qui a citare, vengono rinforzati come azioni obbligatorie da compiere ai fini della iscrizione al Registro Unico del Terzo Settore. Per chi ha rapporti con la pubblica amministrazione, la norma stabilisce che entro il 30 giugno di ogni anno è tenuto alla pubblicazione, con evidenza pubblica, di alcuni dati concernenti i rapporti finanziari con l’amministrazione stessa: siti o social dell’organizzazione, newsletter, pubblicazioni o altro.

Idem dicasi per quanto concerne il 5×1000: per chi raccoglie c’è l’obbligo di evidenza pubblica e un ulteriore obbligo di invio del rendiconto al Ministero del Lavoro delle Politiche Sociali per importi pari o superiori ai 20mila euro.

Non mi piace però indicare l’obbligo amministrativo come grimaldello per far passare il concetto sull’importanza di trasparenza e rendicontazione. Non è la sanzione che genera consapevolezza, la sanzione genera paura. Svanita quella viene meno la consapevolezza.

Un approccio metodico sull’argomento della trasparenza di gestione all’interno delle organizzazioni di volontariato è la giusta strada da perseguire, perché senza trasparenza di gestione viene meno la fiducia che genera sostenibilità.

Non tutte le associazioni sono strutturate o hanno la competenza al loro interno per gestire rendicontazioni, comunicazioni efficaci e bilanci sociali. Ma a volte basta volgere lo sguardo o alzare la mano al di fuori delle proprie mura: esistono associazioni più esperte del proprio territorio, reti di associazioni, reti di professionisti volontari, centri di servizio che possono costituire un valido supporto. Ignorare tutto ciò, sia l’esigenza del fare quanto va fatto sia l’aiuto che si può trovare per farlo, significa, nella migliore delle ipotesi, decretare la fine della propria organizzazione.

Mi permetto un pensiero particolare sulle Fondazioni, che avranno nella riforma del Terzo Settore un posizionamento ben chiaro e definito. Sono organizzazioni non lucrative, che vengono costituite per la gestione di un patrimonio finalizzato a un preciso scopo di utilità sociale. La trasparenza di gestione e di rendicontazione assumono, in queste realtà, connotati ancor più stringenti. Di carattere etico, morale e soprattutto amministrativo.

A maggior ragione se nate per gestire un patrimonio frutto di un lascito testamentario destinato a fini di bene comune. Non può esistere, ed è disapprovata, una mancanza di comunicazione sull’amministrazione del bene. Esistono purtroppo esempi di inconcludente gestione di consigli di amministrazione di fondazioni. Da verifiche ispettive su scala nazionale, che spettano per competenza amministrativa alle regioni a cui le fondazioni appartengono, emerge che esiste una carenza rendicontativa per questo tipo di enti.

Attenzione, parliamo di carenza di rendicontazione pubblica, perché mandare un bilancio economico annuale all’ufficio regionale competente è, tutto sommato, una banale azione amministrativa per una fondazione che non fa niente per lo scopo per cui è nata. Come sta amministrando un bene frutto di un lascito a favore di una comunità? Il “Non è dato a sapere” non è una risposta ammissibile.