Angelina Mango vince Sanremo, raggio di luce dal cielo della musica: Incoronata dalle giurie stampa, radio e tv

Se dovessi fare un comunicato stampa, userei la canonica forma per annunciare che Angelina Mango ha vinto la 74esima edizione del Festival di Sanremo, con Geolier al secondo posto e Annalisa al terzo. Ma quello che state leggendo è un articolo firmato, un editoriale di “fine festival”, uno spazio che prevede un approfondimento che mai come in questo caso si rende necessario.

Credo che mi siate testimoni del fatto che avevo pronosticato da mercoledì la possibile vittoria di Angelina, anche se era una sensazione che avevo già da lunedì in quanto ero stato all’Ariston a vedere e ascoltare le prove delle trenta canzoni in gara, e vi avevo raccontato il brivido che avevo provato e che mi aveva indotto a orientare il pronostico a suo favore.

Vi dico la verità, mi era venuta la tentazione di fare lo spavaldo, e scrivere già mercoledì che Angelina Mango avrebbe vinto il Festival, ascoltando la mia sensazione a pelle (d’oca) derivante anche dai tanti anni di lavoro dedicato alla musica.  Nella bozza di quel pezzo avevo scritto questa frase:  “Angelina Mango vincerà Sanremo 2024 – Il ritorno di Nostrabolzum“, riferendomi a quel personaggio immaginario che avevo giornalisticamente inventato per sfidarmi e sfidarvi sulle previsioni musicali in base al mio sentimento.

E invece ho tolto la frase, un po’ perché, appunto, mi sembrava di essere troppo spavaldo, atteggiamento che oltre ad essere reputazionalmente rischioso non mi appartiene; un po’ perché il famoso motto – “Sanremo è Sanremo” – mi aveva indotto a ricordare che nei tanti anni in cui ho seguito il Festival, ci sono state sorprese clamorose, per cui bisogna osare solo sino a un certo punto.

La vittoria della Mango, che ha vinto anche il premio della Sala Stampa Radio Tv e il premio Bigazzi per la miglior composizione, è arrivata come un raggio di luce dal cielo della musica; come una rinfrescante cascata di acqua fresca in una giornata di caldo soffocante insopportabile.

Questo non tanto, o meglio, non solo perché La noia è un pezzo che lo merita. Ma perché l’atmosfera che si era creata intorno alla vittoria di Geolier nella serata delle cover di venerdì era davvero fastidiosa. La teoria della coalizione tutta napoletana per spostare il televoto, i fischi sonori dell’Ariston, le maligne accuse a noi giornalisti votanti di essere responsabili di aver determinato la vittoria di Geolier per assecondare dei non ben definiti altrettanto presunti interessi di parte. Ne ho ricevuta più di una anche io di accuse – si intenda civili, perché “sono solo canzonette” – ma pensare che si sviluppasse un risultato evidentemente atto a scontentare la maggior parte del pubblico davvero non mi andava giù.

E invece alla fine la signorina Mango ha messo la freccia, accontentando tutti, o quasi, perché il rischio che questa situazione condizionasse il Festival c’e stato davvero, forte e chiaro, dati alla mano. Dunque, il televoto finale, ripartito da zero quando a contendersi la vittoria finale sono rimaste cinque canzoni (peso 33 per cento sul totale dei voti complessivi) ha visto premiare Geolier con il 60, dico sessanta, per cento dei voti.

Una marea, esattamente come accaduto per la serata di venerdì. Angelina Mango aveva una percentuale di appena il 16 per cento. E allora cosa ha cambiato il risultato finale? Il voto della giuria dei giornalisti della stampa di cui ho fatto parte anche io  con la mia espressione di preferenza, e quello della giuria radio tv.  La vincitrice alla fine ha vinto con il 40 per cento dei votati totali, lasciando Geolier secondo al 25 per, Annalisa al 17 per cento, Ghali al 10 per cento e Irama al 7 per cento..

Ergo, le due sopracitate giurie, concentrando la necessità di voto su 5 brani e non più su 30, hanno direzionato la maggior parte delle preferenze prima destinate ad altre canzoni sul brano La noia, determinando di  fatto una sorta di controcoalizione che ha neutralizzato l’effetto televoto.

Spero di non avervi tediato con i dati, ma la specifica degli stessi si è resa necessaria per spiegare bene perché sono cambiate le cose, e per sorriderci un po’ perché pare quasi che una votazione di Sanremo sia diventata una sorta di replica di quanto avviene in politica quando si cerca la stabilità di un governo di alleanze.

Ciò detto, sotto l’aspetto più propriamente musicale, possiamo mettere in archivio “l’Amadeus numero cinque” come un grande successo. Dati di ascolto come nel 2005 quando non esistevano piattaforme, app e streaming video con relativi canali. Battere i numeri di questa edizione sarà praticamente impossibile, e la scelta di Amadeus e Fiorello di non fare una sesta avventura consecutiva aprirà una successione molto difficile, non tanto dal punto di vista della conduzione televisiva, quanto invece dal punto di vista della direzione artistica e commerciale della macchina Festival.

Andando a parlare delle canzoni, io direi che abbiamo un panorama molto interessante, come ho già detto, in termini di “radiofonicità” e possibile tenuta temporale dei pezzi. Ritmo, orecchiabilità, varietà: elementi che ci sono tutti. L’unica preoccupazione prospettica è che essendoci tanti brani caratterizzati da elevati “bit-rate” (okay, ho fatto il figo usando il termine tecnico, ma in soldoni parlo di brani veloci con base ritmica piuttosto marcata), si potrebbe avere un effetto boomerang, ottenendo da parte dell’ascoltatore un senso di stanchezza anticipata nell’approccio di ascolto di motivi  impostati sulla costruzione dello stesso tipo.

Ma attenzione, Amadeus ha pensato anche questo, perché le “ballad”, ossia i pezzi lenti, partecipanti al Festival sono in minor numero ma molto forti. Irama, Mr. Rain, Gazzelle, Alessandra Amoroso, Negramaro, Diodato, Santi Francesi hanno proposto canzoni destinate a maturare dopo qualche ascolto. Il destino dei brani più soft è proprio questo: entrare nel cuore delle persone con maggior lentezza, ma avere una maggior durabilità e propensione a catturare l’affezione dell’ascoltatore.

Rivolgendomi soprattutto ai diffidenti, a quelli che “Sanremo era più bello una volta“, a quelli che “La musica moderna fa tutta schifo “, ripeto: questo Festival ci ha offerto tante belle canzoni, e anche molti testi piuttosto profondi.

Ultima, ma non ultima, la considerazione più importante. Andare a Sanremo come inviato del Baco è stato bellissimo, sia in ottica di fruizione di informazioni e di ascolto da condividere testualmente, sia per la realizzazione dei servizi video. Questa attività rafforza ulteriormente la modalità comunicativa diversificata del Baco che vuole essere sempre più vicina alle necessità di chi fa della nostra testata giornalistica un punto di riferimento.

Abbiamo cercato di portarvi al Festival con noi. Se anche solo una volta avrete letto un articolo, guardato un video, seguito i nostri servizi, sarete saliti a bordo facendo una parte del viaggio con noi. La comunicazione è soprattutto proprio questo. Una meravigliosa occasione per confrontare il nostro vissuto e restare vivacemente connessi alla vita. È una cosa bella, importante e, in fondo, necessaria per vivere meglio. Meglio per noi che raccontiamo, e meglio  per voi che raccogliete la nostra esperienza che diventa anche vostra. Se non ne valesse la pena, non sarei qui alle 4.42 del mattino a finire questo articolo. Da Sanremo è tutto, appuntamento al prossimo anno dal vostro “inviato speciale”.

Massimo Bolzonella
Massimo Bolzonella nasce a Verona il 13 maggio 1965 intorno alle ore 22. Giornalista pubblicista dal 1991, ha prestato la sua voce alla radiofonia veronese per quasi 40 anni. Scrive e vive di musica Italiana, ha curato la comunicazione web di Umberto Tozzi per 12 anni. Sposato, ha due figli, due gatti e un cane. La frase della sua vita è "Sai dove vado adesso? A farmi il mondo", pronunciata da John Travolta nel film "Stayin'alive" dopo il trionfo da primo ballerino a Broadway.