Prima di diventare il prete televisivo, il fondatore di comunità, l’uomo chiamato nei salotti e nelle periferie quando si parlava di droga, adolescenza e vite finite fuori strada, don Antonio Mazzi era un ragazzo di San Massimo.
Un ragazzo irrequieto, segnato prestissimo dalla perdita del padre, cresciuto dentro una famiglia larga e popolare, con radici che arrivavano anche a Lugagnano, dove ancora oggi vivono suoi parenti.
È da qui, da questo lembo occidentale di Verona che quasi si allunga verso il territorio sonese, che bisogna partire per raccontare la morte di don Mazzi, scomparso oggi venerdì 31 luglio all’età di 96 anni.
Perché dietro il personaggio nazionale, dietro la voce ruvida e le provocazioni che spesso dividevano, c’era una storia profondamente veronese. Una storia cominciata il 30 novembre 1929 a San Massimo e poi portata lontano, fino alle borgate romane, al Parco Lambro di Milano e alle molte sedi della Fondazione Exodus.
La notizia della sua scomparsa raggiunge così anche Lugagnano con un peso particolare. Non soltanto il cordoglio per una figura conosciuta in tutta Italia, ma il sentimento più intimo che accompagna la morte di qualcuno legato, attraverso la famiglia, ai nomi, alle case e alle memorie del paese. Il cognome Mazzi, del resto, attraversa da secoli la storia lugagnanese: una presenza tanto antica da comparire nei registri parrocchiali del territorio già nel Cinquecento, quando Lugagnano dipendeva proprio dalla parrocchia di San Massimo.
Don Antonio aveva poco più di un anno quando il padre morì di broncopolmonite. La madre rimase vedova giovanissima, con un secondo figlio in arrivo e una situazione economica durissima. Quel vuoto avrebbe accompagnato tutta la sua vita, trasformandosi lentamente nella spinta a diventare padre per chi un padre non lo aveva, lo aveva perduto o non riusciva più a riconoscerlo.
Lo raccontò senza addolcire nulla, come faceva sempre. La sofferenza del collegio, la rabbia, l’indisciplina, la sensazione di essere rimasto solo troppo presto. Entrò nell’ambiente dell’Opera don Calabria, la congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza, studiò Teologia e Filosofia e venne ordinato sacerdote a Ferrara nel 1956. Da quel momento il suo ministero prese una direzione precisa: stare dove le situazioni erano più difficili, spesso quando istituzioni e famiglie non sapevano più quale porta bussare.
Lavorò alla Città del Ragazzo di Ferrara, nelle strutture formative dell’Opera, a Roncà e poi nella borgata romana di Primavalle, dove utilizzò sport, scuola e presenza quotidiana per tenere lontani dalla strada decine di ragazzi. Negli anni Settanta si occupò anche di disabilità, formazione professionale e obiezione di coscienza, anticipando esperienze che avrebbero poi trovato spazio più ampio nel sistema sociale italiano.
La svolta arrivò a Milano, quando assunse la direzione dell’Opera don Calabria vicino al Parco Lambro. Erano gli anni in cui l’eroina divorava una generazione e lasciava nei prati siringhe, solitudine e famiglie incapaci di capire. Don Mazzi non si mise a osservare il fenomeno da lontano. Entrò in quel mondo, cercò i ragazzi, parlò con loro e costruì una risposta fondata non soltanto sulla terapia, ma sull’educazione, sul lavoro, sul viaggio e sulla responsabilità.
Da quell’esperienza nacque Exodus, avviata nei primi anni Ottanta e destinata a diventare una rete di comunità e progetti diffusa in tutta Italia. La sede simbolo fu Cascina Molino Torrette, nel cuore del Parco Lambro: un luogo sottratto al degrado e trasformato in spazio di accoglienza, recupero e ripartenza.
L’EDITORIALE DEL BACOL’amore esiste perché qualcuno domanda “Stai bene?”Negli anni era venuto a tenere degli incontri con famiglie e giovani anche a Lugagnano, l’ultima volta nel 2007. E aveva sempre lasciato il segno.
La sua idea era netta: non bastava togliere una sostanza dalle mani di un ragazzo, bisognava rimettergli davanti una strada. Per questo preferiva parlare di educazione più che di cura e insisteva sulla presenza fisica, sulle relazioni, sulla fatica condivisa. Non cercava ragazzi facili e non prometteva soluzioni rapide. Andava incontro alle esistenze più aggrovigliate, quelle che spesso gli altri avevano già archiviato come irrecuperabili.
Fu anche giornalista, scrittore e volto televisivo. Collaborò con importanti testate, intervenne per anni nei programmi della Rai e delle televisioni private, affrontando temi come tossicodipendenza, carcere, famiglia, marginalità e disagio giovanile. La televisione gli diede una popolarità enorme, ma anche critiche. A chi gli contestava l’eccessiva esposizione rispondeva che entrava nel piccolo schermo per rompere la superficialità, non per assecondarla.
La sua voce era difficile da confondere. Poteva essere brusca, ironica, perfino urticante. Don Mazzi non aveva il tono accomodante di chi cerca di piacere a tutti. Parlava dei giovani accusando spesso gli adulti, delle famiglie richiamando i genitori alle loro responsabilità, della Chiesa chiedendo meno funzionari e più testimoni. Negli ultimi anni aveva indicato nella perdita delle relazioni, delle passioni e dei punti di riferimento una delle ferite più profonde delle nuove generazioni.
Dentro quella durezza rimaneva però il bambino senza padre nato a San Massimo. In un’intervista concessa alla vigilia dei suoi novant’anni spiegò che la morte non gli faceva paura, perché avrebbe finalmente incontrato il padre perduto troppo presto e quel Dio Padre cercato per tutta la vita. Disse: “Ho vissuto nella nostalgia di questo incontro. E l’ho compensata facendo io il padre agli altri”.
È forse questa la chiave più limpida per leggere i suoi quasi settant’anni di sacerdozio. Non la fama televisiva, non le polemiche, non i libri e nemmeno la grande struttura costruita attorno a Exodus. Ma il tentativo ostinato di riempire un’assenza personale accogliendo le assenze degli altri.
Con la morte di don Antonio Mazzi se ne va uno dei sacerdoti italiani più riconoscibili del secondo Novecento, capace di portare il linguaggio della strada dentro la Chiesa e quello della responsabilità educativa dentro il dibattito pubblico. Ma a San Massimo e a Lugagnano il ricordo torna inevitabilmente più indietro, prima delle telecamere e delle comunità: alle sue origini, ai legami familiari, a quella terra veronese dalla quale partì un ragazzo difficile che avrebbe dedicato la propria vita ai ragazzi difficili
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