Anche a Sona abbiamo bisogno di una nuova classe dirigente

La durissima pandemia che stiamo subendo alcune questioni ce le ha però ben chiarite. Una di queste è sicuramente una certa inadeguatezza della nostra classe dirigente. A tutti i livelli.

Non si tratta di un giudizio complessivo, che tiene dentro tutti, sia chiaro. Vi sono state istituzioni e vi sono stati amministratori che hanno veramente dimostrato il loro valore e la loro efficacia proprio sotto il fuoco del Covid. E di esempi ne potremmo fare molti, sia a livello nazionale, che nella sanità, che a livello regionale che nei Comuni, dove i sindaci spesso si sono dimostrati il vero baluardo contro il rischio del disastro totale. E tra queste eccellenze rientra sicuramente anche il sindaco di Sona.

Ma tanta parte del panorama ci ha ritornato, purtroppo, uno scenario di inadeguatezze, incompetenze, impreparazioni. Una mancanza di qualità che, se in tempi normali poteva passare quasi inosservata all’interno di meccanismi rodati che si determinavano sostanzialmente da soli, nell’emergenza è emersa in maniera evidente. Costringendoci ad una riflessione che inevitabilmente coinvolge anche Sona.

Ora non vi è ancora spazio per queste analisi, l’emergenza ci chiede di concentrare ogni sforzo per uscire dall’emergenza sanitaria, economica e sociale per poter ritornare ad una nuova normalità. Ma quando potremo respirare sarà assolutamente necessaria una presa d’atto collettiva su quale vogliamo che sia la classe dirigente incaricata di progettare e condurre il nostro futuro, in ogni campo. Da quello politico a quello amministrativo, da quello sanitario al mondo dell’economia.

L’abbiamo scritto tante volte. In passato esisteva – e funzionava – un percorso di formazione che permetteva di crescere, assumere competenze, conoscere meccanismi e sistemi, ragionare su cosa sia l’esercizio della leadership. Promotori ne erano le parrocchie, i partiti politici, i grandi movimenti civici.

Ora tutto è stato desertificato e anche a Sona capita che si diventi assessore senza nemmeno sapere dove sia la porta della sala consigliare, che si assumano responsabilità di vertice in un Comune complesso come il nostro senza avere la più pallida idea, nemmeno da semplici spettatori, di cosa significhi l’esercizio del potere esecutivo sul territorio, avendo della politica nelle istituzioni un’idea solo teorica, priva del sale e della profondità che solo il confronto reale e la pratica giorno dopo giorno possono dare.

E’ tempo di andare oltre lo schema del dilettante allo sbaraglio, che tanto piaceva nella stagione del “uno vale uno”. Se nel mondo pre Covid potevamo permettercelo, ora non più. E’ necessario che le donne e gli uomini a cui affidiamo le chiavi della città abbiamo competenze, preparazione, un percorso di impegno pubblico. Perché le sfide che ci aspettano sono straordinarie, e le buone intenzioni non sono più sufficienti. Non basta fare il meglio che si può fare, servono donne e uomini che sappiamo fare quello che c’è da fare, per parafrasare Churchill.

E’ necessario un ritorno al futuro, è necessario ritrovare le buone pratiche politiche. Salire al vertice deve assolutamente comportare una crescita progressiva all’interno di un processo formativo. Non è più sostenibile avere amministratori che passano direttamente dal divano allo scranno di assessore. Ed è quindi tempo che anche la varie liste civiche, che oggi a livello locale si sono di fatto sostituite a partiti e movimenti, diventino grandi, si assumano le responsabilità che competono loro e creino al loro interno reali meccanismi formativi e di selezione dei propri leader.

Altrimenti ad emergere sarà solo l’effimero, il sapersi presentare meglio, la faccia più bella, il migliore profilo social. Ma il Covid con i suoi denti affilati ci ha dimostrato che queste cose non bastano più, se mai sono bastate.