Ho camminato per le strade del nostro Comune. Ho guardato negli occhi le persone che incontravo. Ho raccolto le confidenze di mamme e nonne, di giovani e anziani, di sani e di malati.

Ho camminato perché avevo bisogno di non stare fermo, di incrociare volti e sguardi.

Ad un certo punto mi sono fermato! Per poi riprendere il cammino perché mi sono detto che non potevo permettere che qualcosa mi bloccasse, mi impedisse di relazionarmi, di ridere e piangere non da solo ma con qualcuno e per qualcuno.

Nel mio vagare a destra e a manca ho incontrato: chi stava preparando la Pasqua, perché comunque non si può non festeggiare; chi rischiava di addormentarsi come i discepoli nel Getsemani, perché la noia o la quasi indifferenza stavano prendendo il sopravvento; chi era arrabbiato e aggressivo, come i soldati che sono andati a catturare Gesù con spade e bastoni, perché logorati da una situazione che persiste e non vedono uscita; chi si è fatto carico del peso di qualcun altro, come Simone di Cirene, perché si è ricordato che ogni cosa fatta al più piccolo dei fratelli è fatta a Gesù; chi ha accompagnato nell’ultimo viaggio un proprio caro, come le donne davanti al sepolcro, e magari non ha nemmeno potuto vederlo un’ultima volta; chi… chi… chi… e tanti altri incontri.

Però ad un certo punto mi sono dovuto fermare perché ho sbattuto contro il sepolcro, mi sono trovato davanti ad una grossa pietra che ne sigillava l’ingresso. E il pensiero è andato a quel giorno di duemila anni fa!

Ma come!? Il sepolcro è ancora chiuso? Ma non era stato trovato aperto e vuoto? Perché ancora una volta è chiuso? Mi sono detto che il motivo è probabilmente perché non ci aspettiamo più niente, siamo demoralizzati e delusi; perché tante nostre attese e speranze le abbiamo ormai chiuse dietro una grossa pietra.

Perché non vediamo nessun segnale di svolta, perché non crediamo nemmeno più all’arcobaleno con la scritta “andrà tutto bene”. Ma non è stato così anche duemila anni fa? I discepoli fuggiti e demotivati, le donne che piangono, che non si aspettano niente di nuovo se non di ungere il corpo morto del maestro.

In fin dei conti Gesù è morto! Anche oggi lo abbiamo celebrato, ricordato… La pietra sigillata davanti al sepolcro. Niente può più entrarvi e niente può più uscirvi. Che tragedia. Sono bloccato anch’io. Non riesco a muovermi.

E allora, per farmi coraggio, mi ripeto più e più volte: l’amore, l’amore, l’amore. Se l’amore che mi circonda non mi entra dentro, io posso anche essere vivo ma in realtà sono morto.

Sono io che sto tenendo sigillato il sepolcro. L’amore quello con la A maiuscola che si declina nei tanti amori con la a minuscola (ma non meno vero) ha un nome SPERANZA anzi ha un nome e cognome GESÙ RISORTO.

Si! È risorto. Si è rialzato dalla morte. E io posso, devo risorgere. La risurrezione non è solo di Gesù è anche la mia, la tua, la nostra.

Dobbiamo alzare lo sguardo da noi stessi, per risorgere. Dobbiamo aprirci alla realtà, per risorgere. Dobbiamo alzare le nostre aspettative sulla vita, per risorgere. Dobbiamo rischiare per qualcosa di importante, per risorgere.

Il coronavirus potrebbe non essere il male peggiore da affrontare. Diciamo a noi stessi: ALZATI! RISORGI! Butta fuori la vita che ti esplode dentro. Gesù è risorto dalla morte.

Tanti risorgono dalle loro angosce, paure, fallimenti… Ora tocca a me, a te, a noi Fratelli tutti, alziamoci! Ce la possiamo fare.

Buona Pasqua a tutti!