Agricoltura integrata a Sona: Azienda Agricola Molina. Visitatela domenica

Incontriamo Luciano Dal Mina e sua moglie Loredana nella loro casa ad impatto zero ai piedi della collina di Sona, costruita completamente secondo i principi della bioedilizia. Fin da subito noto come le loro parole sulla salvaguardia dell’ambiente e sulla sostenibilità siano anche seguite da fatti concreti. Luciano è molto competente in materia di agricoltura integrata, ed è proprio durante i suoi studi all’istituto agrario che un suo professore lo introduce alla lotta integrata in agricoltura, conosciuta da pochi e spesso confusa come la “figlia minore” del biologico.

Lei segue un tipo di agricoltura molto innovativo, com’è nata quest’idea?

Ho cominciato a lavorare nell’azienda agricola di famiglia all’età di 13 anni, ed è proprio in quel periodo che mi sono accorto di come l’utilizzo sfrenato di prodotti chimici nell’agricoltura, monopolio di poche multinazionali, crei più problemi invece che risolverli. Così quindici anni fa ho fatto un primo esperimento nella logica dell’agricoltura integrata, utilizzando, al posto dei tradizionali pesticidi e fertilizzanti, mezzi di difesa biologici e biotecnici. La biotecnologia verde , attraverso l’uso di fitofarmaci, riduce al minimo il quantitativo di prodotti chimici liberati nell’ambiente. Un problema non da poco, basta vedere la quantità di nitrati presenti nelle acque dei nostri fiumi, che fa capire perché il latte delle montagne bellunesi è migliore di quello prodotto a Rovigo. Dipende tutto dall’acqua che bevono le mucche. Dopo alcuni anni di pausa dai tempi della prima esperienza, ho ripreso ad utilizzare la lotta integrata  quattro anni fa, e ho ridotto drasticamente i trattamenti chimici che faccio ai miei alberi da frutta. Ai peschi quest’anno farò un solo trattamento, e conto per l’anno prossimo di non farne neanche uno. Tutta questo comporta notevoli vantaggi alla qualità del mio terreno e del mio prodotto, ma soprattutto al nostro ambiente e alla nostra salute.

Tutto questo è bellissimo, ma nella pratica che prodotti utilizzate per sostituire la chimica?

Per esempio nei frutteti utilizziamo dei dispenser, diffusori da appendere agli alberi, contenenti dei ferormoni che confondono gli insetti, i quali non capiscono più se si stanno accoppiando con un maschio o con una femmina. Oppure, per stimolare il suolo ad integrarsi meglio nel suo sistema naturale, disseminiamo dei funghi buoni, micorrize ricavate dalle foreste amazzoniche, che hanno il ruolo di attivatori. Ma attenzione, non sono fertilizzanti, quelli si usano quando nel suolo mancano sostanze come il potassio o il boro. Questi funghi invece sono delle specie di pellet che si compattano nel terreno e lo “riattivano”; li ho sparsi nel mio orto quando ho piantato l’insalata questo 31 gennaio, ed è venuta benissimo. Servono per combattere malattie fungine tipo la monilia o la peronospora. Al contrario del biologico, in cui si utilizzano anche metalli pesanti come il rame, la lotta integrata utilizza sostanze completamente naturali.

Perché questo tipo di agricoltura è ancora così poco conosciuto?

Il problema è che siamo costretti ad utilizzare molti più fitofarmaci di quanti sarebbero necessari, perché siamo circondati da aziende agricole che utilizzano ancora grandi quantità di prodotti chimici, vanificando parte dei nostri sforzi. Ai confini dei nostri campi dobbiamo appendere  diffusori con ferormoni ad ogni pianta, mentre nella parte centrale lo facciamo solo ogni due o tre alberi. Tutto ciò comporta maggiori costi, il che fa sembrare la lotta integrata una tecnica costosa, ma in verità una volta che il meccanismo è stato avviato i costi vanno a ridursi sempre di più. Purtroppo il nostro ambiente è stato rovinato da insetti e malattie venuti con colture che non appartengono storicamente al nostro territorio, come la soia. Dall’estero abbiamo molto da imparare, gli australiani ad esempio sono molto più attenti a consumare prodotti locali, mentre i giapponesi ci stanno insegnando a coltivare piante più piccole, che invece di produrre venti chili di frutta ne producono solo sette, ma di qualità eccelsa. L’aspetto qualitativo e la sicurezza alimentare sono molto importanti se si vuole esportare, non si entra nel mercato inglese se non si hanno minimo tre certificazioni, loro ci tengono molto di più alla salubrità del prodotto.

Che differenze ci sono con il biologico?

La produzione integrata è regolamentata da severi controlli, dobbiamo essere costantemente a contatto con la pianta. Mattino e sera esco nella mia campagna per controllare la situazione dei miei alberi e delle mie trappole, e come da disciplinare devo sempre monitorare la presenza degli insetti. La nostra frutta e verdura poi, al contrario di quella biologica, è perfetta anche esteticamente, oltre ovviamente a non avere alcun residuo chimico.

Domenica 19 maggio, parteciperete alla giornata “Fattorie a porte aperte” organizzata dal Consorzio agrituristico mantovano, cosa proporrete?

Fattorie aperte è un’iniziativa proposta dal Consorzio mantovano e dalle aziende che vi fanno parte e che hanno dato vita ai mercati contadini. L’azienda sarà aperta al pubblico tutta la giornata di domenica. Sarà un’occasione per informare le persone delle tecniche agricole da noi utilizzate, perché la gente deve capire che ne va della loro salute e dell’ambiente che ci circonda. Avremo modo di far assaggiare loro i nostri prodotti e di mostrargli il lavoro del contadino, che secondo me è uno dei mestieri più belli che ci sia perché ti permette di vivere all’interno delle cose che stai facendo.

In azienda, il località Presa in via Molina 12/b a Sona, è presente uno spaccio di prodotti locali.

La Redazione
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