“Affrontare il disturbo ossessivo compulsivo”. Un libro di Paola Spera per spiegare un problema più diffuso di quanto si pensi

Oggi intervisto Paola Spera, Psicologa Psicoterapeuta originaria di Lugagnano e da anni divulgatrice di tematiche psicologiche sul Baco.

Paola lavora a Verona nello studio fondato da lei e da Alice Turri, “Dritto al Punto”, in cui si occupa di ansia, attacchi di panico, depressione, stress, difficoltà relazionali, ma anche di Disturbo Ossessivo Compulsivo, spesso abbreviato con la sigla DOC. Questo nome sicuramente richiama in voi qualcosa. E’ un disturbo apparso in diversi film (“Qualcosa è cambiato”, “Toc Toc”, “The Aviator”) ed è uno dei più conosciuti tra i “laici” della professione.

Il trattamento di questo disturbo è piuttosto complesso e articolato e richiede una formazione il più specifica possibile. La formazione continua, per gli psicologi, è molto importante se non fondamentale. É necessario mantenersi sempre aggiornati rispetto alle modalità di trattamento, la conoscenza e la cura delle problematiche e delle difficoltà che possono affliggere le persone.

La copertina del libro. Sopra, Paola Spera con in mano il suo libro assieme all’intervistatrice del Baco Elisa Sona.

Ecco perché Paola ha scritto, insieme a Francesco Mancini, direttore della scuola di psicoterapia cognitiva di Roma, un libro di esercizi per il trattamento di questo disturbo: “Affrontare il disturbo ossessivo compulsivo – quaderno di lavoro”, per l’editore Franco Angeli.

Non è un manuale teorico, ma uno strumento utile per i terapeuti che lavorano con persone con il DOC, ma anche pensato per chi soffre di questo disturbo e non se la sente e non vuole affrontare una terapia.

E’ un quaderno pratico e semplice, alla cui stesura hanno collaborato altre professioniste della Dritto al Punto, Alice Turri e Francesca Mancini. Cerchiamo di capire un po’ di più riguardo il disturbo ossessivo compulsivo.

Perché un libro sul disturbo ossessivo compulsivo? Non è una cosa un po’ “da matti”?
Beh, sai, io faccio la psicoterapeuta, è evidente che mi occupo di cose “da matti”! Scherzi a parte, il disturbo ossessivo compulsivo è un disturbo mentale, se è questo che intendi, come lo sono altri ben più noti come il disturbo di panico o la depressione. Si stima che colpisca circa l’1,5% della popolazione, quindi è anche abbastanza diffuso anche se meno conosciuto di altri.

Che cosa significano “ossessivo” e “compulsivo”?
L’ossessione e la compulsione sono gli ingredienti principali del disturbo. L’ossessione è qualcosa che mi crea una forte ansia, solitamente è un pensiero, ad esempio: “avrò dimenticato la porta di casa aperta?”. La compulsione è qualcosa che io faccio per abbassare l’ansia. Se ho paura di aver dimenticato la porta di casa aperta qual è la cosa più sensata che io possa fare per tranquillizzarmi? Ovviamente chiudere la porta. Quindi torno indietro e lo faccio.

Quindi se sento il bisogno di ricontrollare la porta di casa dopo averla chiusa a chiave ho un disturbo ossessivo compulsivo?
Fortunatamente no! Per poter fare diagnosi di disturbo ossessivo compulsivo è necessario che le ossessioni e le compulsioni occupino almeno un’ora al giorno. Nella pratica quello che vediamo noi terapeuti è che spesso la vita intera di chi soffre di questo disturbo gira totalmente intorno alle ossessioni e alle compulsioni. Prima facevamo l’esempio del chiudere la porta, ma il disturbo può assumere forme completamente diverse, per esempio il DOC da contaminazione è caratterizzato dalla paura di potersi essere sporcati o contaminati, e chi ne soffre trascorre ore e ore a lavare se stesso o la propria casa. Hai presente quella trasmissione su Real Time, mi sembra che si chiami “malati di pulito”? Ecco quelle persone soffrono proprio di questo disturbo.

Come fanno a non capire quando smettere con i controlli o i lavaggi?
Il problema è che i controlli secondo loro dovrebbero finire quando si sentono sicuri al 100% di aver scampato il pericolo. Riprendendo l’esempio di prima del chiudere la porta di casa: si torna indietro a controllare fino a quando non si è sicuri al 100% di averla chiusa. Oppure nel caso dei lavaggi: mi lavo fino a quando non sono sicuro al 100% di essere pulito. Il problema è che è impossibile esserne sicuri al 100%, il dubbio rimane sempre, e quindi si ricomincia.

Mi viene in mente anche il modo in cui tutti noi ci stiamo comportando in questa pandemia, continuando a lavarci le mani per esempio!
Beh sì con la pandemia siamo tutti diventati un po’ “ossessivi”, sempre a lavarsi le mani e a igienizzare tutto… Un paziente con questo disturbo poco tempo fa mi ha detto proprio “sono tutti bravi adesso ad aprire le porta con il gomito per cercare di non toccare la maniglia, io lo faccio da sempre!”. Negli ultimi mesi molte persone si sono rese conto di avere un disturbo proprio perchè non riescono a smettere di lavarsi o disinfettarsi, e sono sempre in ansia all’idea di poter prendere il Covid.

Qual è la parte più difficile nell’aiutare persone che hanno queste caratteristiche?
È un disturbo ancora relativamente poco conosciuto quindi si fa fatica a riconoscerlo. Capita spesso che le ossessioni e le compulsioni vengano etichettate, sia da chi ne soffre che dalle persone che gli stanno intorno, come “manie”, e quindi è difficile chiedere aiuto. Oltre al fatto che, come per tutti i disturbi mentali, c’è ancora purtroppo la convinzione che basti semplicemente “un po’ di forza di volontà” per uscirne.

Se mia sorella avesse un disturbo ossessivo compulsivo, come potrei aiutarla?
Spesso i familiari sono coinvolti in prima persona nelle ossessioni e nelle compulsioni. Per esempio, chi soffre del disturbo può chiedere ai familiari di lavarsi le mani in un certo modo, o di non toccare determinati oggetti, o di non dire determinate parole. I familiari possono avere un atteggiamento “accomodante”, e quindi assecondare le richieste, oppure “antagonista”, e quindi rifiutarsi apertamente di farlo magari aggredendo o colpevolizzando il proprio caro. Pensando di aiutare il proprio caro fanno esattamente il gioco del DOC, mantenendolo e aggravandolo in entrambi i casi. In terapia si affianca spesso al percorso del paziente un percorso per i familiari, in cui si insegna loro l’atteggiamento più utile da adottare per non alimentare il disturbo. Nel libro c’è un intero capitolo dedicato proprio ai familiari.

Si può guarire?
Certo, il percorso non è facile, ma si può guarire, e riprendere a vivere.