Oggi 7 gennaio, dopo la pausa natalizia, hanno riaperto in presenza le scuole materne, elementari e medie, mentre le superiori proseguono l’anno scolastico (ancora) in didattica a distanza.

Secondo l’ultima ordinanza di Zaia le lezioni continueranno in questo modo fino al 31 gennaio, poi si vedrà. Poichè la Regione Veneto è stata pesantemente colpita da questa seconda ondata di contagi, il governatore ha deciso di non riaprire le aule, mentre altre regioni dovrebbero riprendere in presenza la settimana prossima.

Molte persone si sono sentite rassicurate da questa decisione, ma altri ne sono rimasti inevitabilmente amareggiati, soprattutto i genitori degli adolescenti, che si ritrovano disorientati, domandandosi se a tenere chiuse le classi non sia (ancora) il nodo trasporti.

Se a fine ottobre il problema irrisolvibile che ha mandato i ragazzi di nuovo in DAD era legato infatti all’affollamento eccessivo dei bus scolastici, a gennaio Zaia sostiene che non è il trasporto il problema (che è stato in parte potenziato) ma le aule, dove si diffonderebbe più facilmente il contagio. È pur vero che le superiori sono chiuse da oltre due mesi eppure la curva epidemiologica sale ugualmente.

Di certo non è facile trovare una soluzione al problema, dato che ormai il timore di una terza ondata è reale e la variante inglese del virus preoccupa, tuttavia la scuola e il futuro dei giovani dovrebbero essere una priorità nell’agenda politica e anche nella campagna vaccinale. Qualcuno per esempio propone di sottoporre a screening periodici la popolazione scolastica e favorire una rapida vaccinazione degli insegnanti.

Se a marzo la DAD ha salvato il diritto all’istruzione, ricorrere con costanza alle lezioni on line diventa alla lunga deleterio. Lo dicono sia gli insegnanti che gli studenti, alcuni dei quali hanno dimostrato il loro disappunto con proteste davanti agli istituti scolastici. Non è pensabile tenere chiuse le superiori finchè non verranno tutti vaccinati e la pandemia finirà perchè i tempi previsti sono lunghissimi.

Intanto i ragazzi cominciano a mostrare segni di cedimento e la motivazione cala, mentre l’apatia avanza. Per tanti di loro il mondo è confinato in uno smartphone o in una consolle e, al mattino, in una serie di riquadri su Google Meet, in cui appaiono i compagni di classe e i professori.

Alcuni non partecipano nemmeno più alle lezioni. Infatti, secondo l’indagine “I giovani ai tempi del Cornavirus”, condotta da Ipsos Save the Children, il 28% degli adolescenti dichiara che dall’inizio della pandemia almeno un compagno di classe ha smesso di frequentare la scuola. I motivi sono tanti e vanno dai problemi di connessione alla mancanza di concentrazione e motivazione.

I ragazzi più fragili o svantaggiati dal punto di vista economico rischiano di fare i conti in futuro con lacune enormi, difficilmente colmabili. Tra l’altro non sono pochi quelli che si collegano ma tengono spenti audio e videocamera, fingendo di seguire, quando in realtà sono altrove.

Accanto agli studenti più fragili ci sono anche quelli che per capacità organizzative, motivazione e carattere riescono a gestire bene le lezioni online, trovando più spazio per attività che prima della pandemia non potevano svolgere per mancanza di tempo; tuttavia tutti i giovani stanno perdendo troppe occasioni di socializzazione e la scuola, si sa, è da sempre il luogo principale in cui interagire con i coetanei, creando legami, condividendo esperienze e imparando a convivere con le regole.

La scuola è il luogo del confronto, dove si forma il pensiero critico, dove si dovrebbe comprendere che non basta avere in mano un cellulare per sentirsi padroni del mondo. Bisogna quindi investire sui giovani, decidere che la scuola merita rispetto, come lo meritano tutti quelli che la scuola la fanno insieme agli studenti.

Se i nostri ragazzi si trovano chiusi in camera a seguire le lezioni in pigiama mentre fuori il mondo va avanti, i centri commerciali, i bar e le stazioni sciistiche sono aperte o stanno per riaprire, penseranno che l’istruzione in fondo non conti nulla nella vita.

Ecco, cerchiamo di dimostrare loro, in fretta, che si sbagliano.