8 marzo: non c’è nulla da festeggiare. Dal lavoro, alla famiglia allo sport le donne devono ancora combattere per i propri diritti

Oggi, 8 marzo, si celebra la “Festa della Donna”. Premetto che questa “festa” non mi appartiene molto, non mi è mai piaciuto come la si festeggia dimenticando del tutto l’origine della sua istituzione. Oltretutto parlare di “festa” non è assolutamente corretto. Non voglio certo dilungarmi nell’analisi storica di questa giornata e probabilmente non ne sarei nemmeno in grado, ma di certo non c’è nulla da festeggiare ma al limite “commemorare”. Donne che hanno perso la vita sul posto di lavoro.

La “Giornata internazionale dei diritti delle Donne” dovrebbe essere quindi dedicata al ricordo e alla riflessione. In un momento storico come quello che stiamo vivendo la mia riflessione sulle donne e sulla loro condizione non può che partire dai dati agghiaccianti sulla violenza che tante, troppe subiscono. Solo in Italia si parla di una donna uccisa ogni due giorni per mano di uomini incapaci di accettare la fine di una relazione, che ammazzano con la classica orribile frase “o mia o di nessuno”.

E già qui non c’è proprio nulla da festeggiare mi sembra, o dobbiamo pensare positivo solo perché alcune donne riescono a denunciare, con il terrore che anche così non avranno scampo? Inutile dire che nessun provvedimento della giustizia può dare la sicurezza che si fermino i reati di stalking e gli atti persecutori e la cronaca purtroppo è evidente a tutti, per non parlare poi delle pene inflitte che spesso sono ridicole e che vedono dopo pochi anni questi uomini uscire dalle carceri senza aver effettuato un necessario percorso di rieducazione.

Dovremmo festeggiare quando parliamo di lavoro femminile? Certo, rispetto alle generazioni passate le cose sono cambiate, ma le donne faticano ancora nel mondo lavorativo. Le competenze e il famoso merito, citato dappertutto e da tutti, sono usati troppo poco per assegnare ruoli di rilievo e di vertice alle donne lavoratrici.

Lo dimostra il fatto che c’è voluta la legge 120 del 2011 Golfo-Mosca che ha introdotto le quote rosa ovvero l’obbligo di destinare alle donne una riserva di posti negli organi di amministrazione e dei collegi sindacali delle società quotate in borsa e nelle partecipate. Capite vero che non ci siamo? Una legge che costringe a votare una percentuale (30%) di donne nelle amministrazioni pubbliche la trovo a volte offensiva. Non bastano competenze, capacità manageriali, intelligenza e professionalità per avere una parità di genere nel mondo del lavoro tra uomini e donne, no, è servita una legge per tutelare questo diritto.

Si parla tanto di famiglia e di calo della natalità. I motivi sono tanti: l’insicurezza economica, il precariato lavorativo delle giovani coppie, l’aumento del costo della vita. Nelle motivazioni però ci sono anche la paura di perdere il lavoro da parte delle donne, la mancanza di sostegno pubblico per i costi da affrontare per crescere un figlio, la mancanza di servizi accessibili a tutti.

Certo, solo le donne possono essere madri, ma dovrebbe esserci alle spalle uno Stato che le supporta, che le favorisca nella loro scelta di mettere al mondo un figlio. I congedi parentali, ora finalmente anche per i papà, la possibilità di lavorare part-time, di prendersi le ore per l’allattamento evidentemente non bastano.

Anche qui c’è ancora molto lavoro da fare e per farlo serve una scelta politica determinata a stanziare i fondi necessari per i servizi fondamentali, asili, scuole, assistenza per i bambini in difficoltà. Servono quindi decisioni chiare e sicure a salvaguardia della donna lavoratrice che la metta in condizione di poter diventare madre (se lo vuole) senza dover sacrificare i suoi studi, il suo lavoro, i suoi sogni.

L’ultimo aspetto su cui vorrei riflettere in questo editoriale riguarda lo sport o, meglio, la donna e lo sport. Anche qui sono stati fatti grandi passi per permettere alle donne di praticare qualsiasi tipo di sport, anche quelli che fino a pochi anni fa erano praticati esclusivamente dagli uomini. Quando ero piccola io, una bambina che avesse voluto giocare a calcio, o a rugby, per fare qualche esempio, non era proprio pensabile. Meglio la danza, la ginnastica ritmica, la pallavolo. Sport definiti più “adatti” al genere femminile, giocare a calcio era troppo fuori dall’ordinario, la figura femminile diventava nel pensiero comune, troppo mascolina e poco aggraziata. Per fortuna e grazie a delle donne sportive straordinarie, le bambine oggi possono fare lo sport che desiderano. Dubito fortemente che i preconcetti siano del tutto superati, ma almeno la possibilità c’è.

Nonostante le disparità che esistono ancora tra atlete e atleti, di ingaggi, di visibilità mediatica, di ruoli da tecnici nei grandi club, di presenza negli organi federali delle varie discipline sportive, numerose donne italiane sono eccellenze dello sport e sono esempi importanti per le atlete più giovani. Queste sportive hanno dimostrato e dimostrano ogni giorno che lo stereotipo che la donna è troppo debole, troppo emotiva e poco competitiva è del tutto infondato.

Mi spiace sottolinearlo ma anche in questo caso da festeggiare non c’è molto, da appassionata di sport e particolarmente sensibile all’argomento, penso che l’8 marzo sia un momento per ricordare e ringraziare quelle atlete che hanno fatto e fanno grande lo sport femminile. Donne che mettono impegno, sacrificio, passione nelle loro discipline, senza magari essere certe di un ingaggio adeguato e sicuro, con contratti dove troppo spesso è inserita la clausola che prevede in caso di maternità la rescissione del contratto stesso.

Mi rendo conto di aver scritto un editoriale polemico e un po’ duro, ma tutto questo è frutto anche delle mie esperienze e probabilmente sono arrabbiata con me stessa per avere accettato situazioni che non hanno permesso alle mie competenze e alle mie capacità di raggiungere alcuni obiettivi.

Mi auguro che la festa dell’8 marzo non sia solo l’occasione per andare fuori con le amiche, spero davvero che quello ognuna di noi lo possa fare come e quando vuole. Auguro a tutte le donne che la giornata sia un momento di riflessione per prendere consapevolezza di cosa è stato fatto da chi ci ha preceduto e per realizzare quanto ancora resta da fare per ribadire tutti i giorni che nessuno ha il diritto di limitare la vita degli altri, privando diritti e distruggendo sogni. Ripetiamo insieme: l’8 marzo non è la “Festa della Donna”, l’8 marzo è la “Giornata Internazionale (dei diritti) della Donna”.

Paola Fasol
Nata e cresciuta a Sommacampagna, sono un’insegnante di scuola primaria e di educazione fisica. Alleno da anni il settore giovanile dell’A.S.D. Volley Sommacampagna e coordino i Centri Sportivi Promosport. Lo sport è da sempre nella mia vita e ho avuto la fortuna di farne il mio lavoro. Consigliere Comunale di Sommacampagna, nel primo mandato con delega alla scuola e ora con delega allo sport e pari opportunità. Ottimista, vedo sempre il bicchiere pieno. Mi piace stare in mezzo alla gente e nel tempo libero (poco) amo cucinare per gli amici.