Matteo Cinquetti da Sona: 2200 chilometri in bicicletta

Matteo Cinquetti, 35 anni e cresciuto a Sona, ha affrontato nel gennaio del 2009 un incredibile viaggio di 2.200 km in Patagonia, tutto in bicicletta. Appassionato di mountain bike e sport estremi, ci racconta la sua esperienza.

Raccontaci di com’è iniziata questa straordinaria avventura.

Partiti a metà gennaio in direzione dell’altro emisfero, il viaggio per arrivare a destinazione è stato interminabile e particolare, l’ultimo tratto fino a Bariloche l’abbiamo fatto su un piccolissimo aereo. Da lì in poi, fino a Ushuaia, la città più a sud del mondo e nostro punto d’arrivo, abbiamo pedalato. L’idea è nata da un famoso organizzatore di tour in mountain bike che mi ha proposto questo avventuroso percorso, da percorrere in più di cinque settimane. Eravamo un gruppo di quindici persone, provenienti da tutto il mondo, da americani a tedeschi. Alcuni l’hanno noleggiata a destinazione, ma io ho voluto portarmi la mia bicicletta. Durante tutto il tragitto avevamo un furgoncino di appoggio che trasportava i bagagli e il cibo, quindi abbiamo avuto la fortuna di viaggiare leggeri.

Quali strade hai percorso? Che tipo di paesaggi hai incontrato?

Abbiamo percorso in totale 2200 km, in gran parte in Argentina e per 3-400 km in Cile. Ogni tappa giornaliera era mediamente di 140 km. Si dormiva in tenda, solo una volta siamo stati ospitati in una scuola. La cosa più caratteristica della Patagonia è la variabilità del tempo, a volte, con il vento contro, era quasi impossibile andare avanti. Nonostante lì fosse estate, poteva succedere che improvvisamente si mettesse a nevicare. Dal punto di vista climatico è stato durissimo. Il paesaggio era sconfinato, da mozzare il fiato, le strade erano delle rette che si perdevano nell’infinito e quasi tutte sterrate. Da Bariloche a El Calafate il paesaggio era di una monotonia devastante, è stato molto duro, della gente ha persino sfasciato la sella. Dopodiché siamo arrivati al Perito Moreno, un ghiacciaio straordinario e uno dei pochi in crescita. Da lì ci siamo spostati verso sud, e abbiamo cominciato a trovare una vegetazione più rigogliosa, passando per il Parco Nazionale della Torre del Paine. Giunti a destinazione, alla città di Ushuaia, ho preso l’aereo e sono partito alla volta di Buenos Aires, dove ho trascorso una settimana prima di tornare in Italia.

Che cosa comporta a livello fisico un viaggio del genere?

Bisogna essere allenati non tanto fisicamente, ma mentalmente, infatti si faticava dalle otto di mattina alle otto di sera, un’eternità. Tutti hanno perso dai cinque ai dieci chili come risultato dell’enorme sforzo. La prima doccia me la sono fatta dopo otto giorni di costante pedalata e polvere. Quando ho avuto la febbre per tre giorni, ho dovuto continuare in sella, essendo in gruppo non ci potevamo permettere che qualcuno fermasse tutti gli altri. Il freddo, la fame, il vento, il dormir male, tutti questi fattori si sommano e ti distruggono, ci sono state persone che sono crollate mentalmente. Tuttavia penso sia stato formativo, ti rendi conto di quanto conti la testa e che alla fine il fisico viene di conseguenza.

Qual è stata la cosa della Patagonia che ti ha impressionato di più?

Sicuramente spettacolari sono gli spazi, la luce e i colori. Il cielo è unico, non si vede da nessun’altra parte al mondo. A volte si pedalava e c’erano gruppi di cavalli selvaggi che si mettevano a correre con te, dandoti sensazioni indescrivibili. Con la bici riesci a cogliere il senso di libertà che quei cavalli ti mostrano. Ho fatto molti viaggi in mountain bike, ma mai con questo carico emozionale, a contatto con una natura surreale. Nei rari villaggi che incontravamo vedevamo persone che vivevano solo di bestiame, in Patagonia non cresce niente infatti.

Cosa avevi portato con te in “valigia”?

Ho dormito in avvallamenti vicino a dei ruscelli, in spiaggia e a fianco alla strada. Per fare tutte queste cose dovevi essere dotato di un’attrezzatura molto tecnica, ognuno era meccanico di se stesso. Poi ovviamente ho portato la mia bicicletta, che alla fine ho distrutto e venduto ad un ragazzo di Ushuaia, con una contrattazione durata tre giorni.

Parlaci dei rapporti e dei momenti passati con la gente del luogo e gli altri membri del gruppo.

Uno dei momenti più belli è stato quando abbiamo dovuto cambiare tappa e ci siamo fermati a dormire in un paesino, abbiamo chiesto alloggio e loro ci hanno ospitato nella scuola. La sera c’era una festa stile gaucho, con i bambini a cavallo e le varie esibizioni, sempre a cavallo, vero simbolo del posto. Abbiamo fatto le tre del mattino ballando e cantando con la gente del paese, è stato fantastico, me lo ricorderò per sempre. Proprio perché abbiamo affrontato tutte queste esperienze insieme, mi continuo a sentire con gli altri membri del gruppo. C’è stato fin da subito un bello spirito di collaborazione, ad esempio quando c’era da tagliare il vento.

Cosa ti spinge a compiere imprese del genere? Le consigli anche a persone non allenate come te?

Sono sempre stato appassionato di sport, per me vivere una bella vita significa viverla sotto il cielo, per questo cerco sempre di stare all’aperto e di muovermi. Consiglio a tutti un viaggio di questo tipo, proprio perché scopri i tuoi limiti. Qualsiasi persona lo può fare, è solo una questione mentale, scopri che le limitazioni che pensavi di avere non esistono più, riesci ad andare oltre.

Articolo precedenteSan Giorgio saluta don Giuseppe Marconi
Articolo successivoSi riunisce il Consiglio. Anzi no
Avatar
Nato nel 1993 e residente a Sona, studia Economia e Commercio presso l'Università di Verona. Grande appassionato di viaggi, ha trasformato questa sua passione in un'apposita rubrica sul Baco, dove intervista i grandi viaggiatori presenti nel territorio comunale. Membro della Segreteria regionale di Slow Food Veneto, con delega alla comunicazione, è in costante contatto con le realtà del mondo agroalimentare di qualità, del territorio e non solo.