C’è un’Italia che oggi sembra lontanissima e invece, a guardarla bene, parla ancora alle nostre piazze e alle nostre case: un Paese che esce da cinque anni di guerra e da vent’anni di Regime, e che prova a rimettere in fila la vita, la dignità, la voce delle persone.
Nel 1946 si torna a votare, si torna a respirare, e per la prima volta entrano nelle urne anche le donne. È in quel passaggio, denso come un nodo alla gola, che nasce la Festa del 2 giugno, memoria di ciò che accadde nelle giornate del 2 e del 3 giugno: il Referendum Istituzionale con cui i cittadini scelsero la forma costituzionale di Repubblica, dopo essere stati Regno dal 1861.
Nello stesso tempo, le elettrici e gli elettori non si limitarono a scegliere tra Monarchia e Repubblica. Furono chiamati anche a indicare i rappresentanti dell’Assemblea costituente, incaricata di scrivere la Costituzione della neonata Repubblica: un’assemblea composta da 556 deputati, comprese 21 donne. È un numero che oggi dice molto più di una statistica: racconta l’avvio, concreto, di un’Italia che si riscrive da capo.
I dati del referendum nel Comune di Sona sono netti e, per certi versi, sorprendenti. I votanti furono il 91,08% dei 3.867 aventi diritto: una partecipazione altissima, figlia di un tempo in cui la politica non era un rumore di fondo, ma una scelta che pesava sul destino collettivo. La Repubblica ottenne il 63,54%, la Monarchia il 36,46%. Un risultato più forte rispetto a quello della Provincia (56%) e dell’intero Paese (54%): qui la spinta repubblicana fu più convinta, più marcata, più “di pancia” e insieme di progetto.
Dentro il Comune, però, non tutti batterono lo stesso ritmo. I cittadini di San Giorgio in Salici furono i più entusiasti verso la Repubblica, con poco più del 70% dei voti. I più tiepidi furono invece i cittadini del Capoluogo, dove alla Repubblica andò “solo” il 53%. In mezzo, un equilibrio fatto di sfumature e di comunità: scelta repubblicana al 67% a Palazzolo e al 60% a Lugagnano. Numeri che, messi uno accanto all’altro, fanno vedere una mappa emotiva e politica: non un blocco unico, ma paesi e frazioni che interpretano la svolta con intensità diverse.
E poi c’è l’immediato dopovoto, quando la storia smette di essere un capitolo nei libri e torna a essere strada, corteo, rischio. Il 10 giugno un telegramma del Prefetto di Verona arrivò ai sindaci, con una preoccupazione chiarissima: evitare che l’esito, una volta ufficiale, incendiasse gli animi. Il testo è asciutto, quasi militare, e proprio per questo fa capire il clima di quei giorni: “nella eventualità che oggi la Suprema Corte di Cassazione proclamasse esito Referendum Istituzionale e che essendo giorno festivo siano promosse manifestazioni popolari est opportuno che Sindaci prendano iniziativa su manifestazioni che dovranno essere improntate massima disciplina”.
La ragione di quell’allarme era concreta: il timore che, pubblicati i risultati, scattassero incidenti fra i più esagitati dei due fronti che avevano animato la campagna elettorale. In alcune zone, soprattutto nel sud Italia, dove il voto monarchico fu elevato, ci furono davvero tafferugli. La tensione si spense soltanto quando Umberto II di Savoia, con una decisione definita lodevole nel testo, il 13 giugno, pur in pendenza di ricorsi presso la Corte di Cassazione che denunciavano brogli elettorali, scelse di lasciare l’Italia.
Da lì, il potere istituzionale dovette trovare un assetto rapido. Il Consiglio dei ministri trasferì le funzioni accessorie di Capo dello Stato a Alcide De Gasperi. Il 27 giugno Enrico De Nicola fu eletto Capo provvisorio dello Stato, fino a quando il nuovo Parlamento elesse, il 12 maggio, Luigi Einaudi Presidente della Repubblica. E anche la festa, oggi così familiare, ebbe un suo “debutto” e una sua consacrazione: la prima celebrazione avvenne il 2 giugno 1947 e la ricorrenza fu definitivamente dichiarata festa nazionale nel 1949.
Da quel 2 giugno 1946 sono passati ottanta anni. Il bilancio, scritto senza retorica, resta poderoso: l’Italia è riuscita a risollevarsi dalle rovine materiali e morali di una guerra disastrosa, combattuta dalla parte sbagliata. In quel dopoguerra il Paese trovò la coesione sociale necessaria per trasformarsi da realtà agricola a comunità economica e sociale tra le prime al mondo.
Dentro questa traiettoria c’è anche la fotografia dei numeri del Comune di Sona: una scelta larga, partecipata, con differenze interne che raccontano comunità vive. È per questo che il 2 giugno non è solo una data sul calendario: è un promemoria di cosa succede quando un popolo decide, davvero, di cambiare pelle.
L’EDITORIALE DEL BACOLa trappola della denatalità: quando fare un figlio diventa un lusso© 2026 Riproduzione riservata
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